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TESTO E grazia sarebbe assomigliargli...

don Angelo Casati  

XI domenica dopo Pentecoste (Anno B) (05/08/2018)

Vangelo: Mt 21,33-46 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Mt 21,33-46

33Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. 38Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. 39Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». 41Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

42E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

La pietra che i costruttori hanno scartato

è diventata la pietra d’angolo;

questo è stato fatto dal Signore

ed è una meraviglia ai nostri occhi?

43Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. 44Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato».

45Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. 46Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

Per un dovere di sincerità nei vostri confronti devo confessare che, anche questa domenica, mi sono trovato davanti a letture che mi creavano disagio. E non per la radicalità della Parola di Dio, che sento sempre come una benedizione - mi fa camminare - ma per la violenza che, a mio avviso, traspare qua e là dai testi. Credetemi, non ne sentivo il bisogno. Forse nemmeno voi. Respiriamo violenza e intolleranza tutti i giorni, vediamo occhi iniettati di disprezzo e di odio, sentiamo parole che vorrebbero incenerire l'altro.

Io posso ammirare - anzi sono pieno di ammirazione - per il profeta Elia, e per lo spirito che lungo la vita lo ha spinto e sorretto, posso anche sopportare la messinscena del giudizio attraverso il fuoco, ma non mi ritrovo - perdonate, è la mia misura - nelle parole con cui Elia sbeffeggia, schernisce, irride gli oppositori, i profeti del Dio Baal: "...il vostro Dio è occupato in affari o è in viaggio, forse dorme...". Non sta qui la novità che noi andiamo cercando nella Parola di Dio. E non lo è nemmeno, a mio avviso, nelle ultime parole del nostro brano: "Afferrate i profeti di Baal, non ne scappi neppure uno". Chi ha scelto per la liturgia il nostro brano, per pudore, penso, si è fermato qui, tagliando il versetto seguente: "Li afferrarono, Elia li fece scendere al torrente Kison, ove li ammazzò". Quattrocentocinquanta erano i profeti di Baal, quattrocento quelli di Asera.

Già la scorsa domenica vi parlavo di un affresco da scrostare. E io - perdonate, è una mia opinione - penso sia urgente che ogni fede, ogni religione, prenda la distanza da testi che, in modo più o meno esplicito, fanno spazio a racconti o visioni di violenza, di intolleranza. Non ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di ben altro. E allora dove trovare luci buone e preziose nel nostro brano? Le trovo, per esempio, là dove ci viene detto che, a differenza degli idoli - che sono luccicanti, ma vuoti, sono solo apparenza, non rispondono alla vita, alle vere domande della vita, quella reale con la quale dobbiamo farei conti ogni giorno - a differenza degli idoli, Dio è un Dio che risponde. E risponde con il suo esserci, veglia.

Lui, il custode, non si addormenta. Vorrei ancora sottolineare, sempre nel nostro brano, un monito prezioso e quanto mai urgente, per tutti tempi, anche i nostri. Attuale: il popolo d'Israele - e non solo - è un popolo, che continuamente salta da una parte all'altra. La rovina non è il profeta che mette in guardia dagli idoli, ma questo "essere un giorno di qui e il giorno dopo di là". Ecco le parole del profeta, parole urticanti, parole per noi, parole per me: "Fino a quando salterete da una parte all'altra? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!". Il discrimine è la scelta di Dio, la sua Parola. Penso all'iscrizione che il card. Martini volle sulla sua tomba in duomo, parole di un salmo: "Lampada per i miei passi è la tua parola, Signore, luce sul mio cammino".

Lampada per le mie scelte, luce per i miei passi quotidiani. Voi mi capite, ho bisogno di pregare Dio perché io non salti un po' di qui e un po' di là. Quando esco con certe affermazioni sono di qui o sono di là? Quando osservo la realtà, che mi sta sotto gli occhi, sono di qui o sono di là? Quando perseguo certi interessi sono di qui o sono di là? Dove mi batte il cuore? Sono numerosi gli idoli: il dominio, il successo, il denaro, la carriera a qualsiasi costo, la mia sicurezza a qualsiasi costo, l'economia a qualsiasi costo, e potremmo continuare. Ne parlava papa Francesco proprio mercoledì e concludeva: "Io vi invito a pensare oggi: quanti idoli ho? Qual è il mio idolo preferito? Perché riconoscere le proprie idolatrie è un inizio di grazia, e mette sulla strada dell'amore... gli idoli ci rubano l'amore, ci rendono ciechi all'amore. Per amare davvero bisogna esseri liberi da ogni idolo. Qual è il mio idolo? Buttarlo dalla finestra".

E vengo alla parabola del vangelo, dura, una delle più dure del vangelo. Siamo nel tempio e il clima si è fatto rovente. Gesù, il giorno prima, aveva rovesciato sedie e tavoli dei cambiamonete. Ci ritorna il giorno dopo e di parabole ne racconta tre, una più infocata dell'altra. Immagino prevedesse le reazioni: "i capi dei sacerdoti e gli scribi capirono che parlava di loro - i vignaioli omicidi della parabola erano loro - e cercavano di catturarlo. Ma ebbero paura della folla perché lo consideravano un profeta".

Perdonate se isolo, della parabola, una cosa sola. Anche perché qualche squarcio di violenza lo abbiamo intravisto anche nella parabola: il massimo della violenza quella dei vignaioli che uccidono prima i profeti e alla fine persino il Figlio del padrone della vigna, Gesù. Una violenza inaudita che ci fa star male. Come un po' ci fa star male l'aggiunta - che sembra peraltro di un copista - sulla pietra. Su cui ci si sfracella, che ti stritola. Ho bisogno di uscire da queste immagini. E allora, per chiudere mi fermo su una immagine, positiva, quella della vigna. Bellissima una vigna! Pensatela in questi giorni!. La vigna è il popolo di Dio, vigna è la terra, vigna è la vita, anche quella di ogni giorno.

Ogni giorno - pensate - siamo in vigna. Dove sta il peccato? Quello delle autorità religiose, ma penso di sempre? Eliminiamo tutti e saremo padroni noi della vigna. Impadronirsi: il verbo ha tanti significati. Un verbo da cui ci dobbiamo guardare. Verbo devastante! Impadronirsi! A fronte - e voglio finire così - i verbi di Dio, bellissimi. Per la sua vigna, All'opposto del verbo "impadronirsi". Pensate i quattro verbi che danno inizio alla parabola: "piantò una vigna, la circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre".

Ci sembra di vedere Dio: la sua passione, la sua cura, la sua custodia. E che bello assomigliargli!

 

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