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TESTO In cammino verso una terra

don Marco Pratesi  

IV Domenica di Quaresima - Laetare (Anno C) (18/03/2007)

Brano biblico: Gs 5,9.10-12 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 15,1-3.11-32

1Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola:

11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

La prima lettura ci racconta l'ingresso nella terra promessa e la prima pasqua in essa celebrata. Un testo breve, che rischia di passare ingiustamente inosservato. Il fatto è preceduto dal passaggio del fiume Giordano, descritto con tratti che richiamano il passaggio del Mar Rosso. Un accostamento che si legge anche nel salmo 114: "Il mare vide e si ritrasse, il Giordano si volse indietro. Che hai tu, mare, per fuggire, e tu, Giordano, perché torni indietro? (vv. 3-4). Il salmista tralascia i quarant'anni nel deserto e lega direttamente i due eventi. Il fatto è che l'uscita dall'Egitto è connessa all'entrata nella terra, e viceversa!

Qui c'è un insegnamento non secondario: non basta uscire, bisogna anche arrivare. Non basta camminare, bisogna avere una meta. Non basta essere liberi-da, bisogna essere liberi-di (o liberi-per). Non basta fuggire da qualcosa, bisogna andare verso qualcos'altro. Può sembrare ovvio ma non lo è, almeno per due motivi.

Primo: oggi si assiste non di rado a una specie di canonizzazione dello stato di provvisorietà esistenziale, pensato come unica situazione possibile e quindi in sostanza definitiva, per cui, come si dice, "la meta è la strada". Tutto quello che possiamo fare è camminare, non arrivare.

Secondo: spesso, se non in teoria, nei fatti ci dimentichiamo della meta, e viviamo come se il cammino fosse fine a se stesso.

Allora il richiamo alla meta è fondamentale: camminiamo verso un traguardo, abbiamo da entrare nella terra promessa.

La storia deuteronomistica, di cui il libro di Giosuè fa parte (essa comprende inoltre Deuteronomio, Giudici, 1 e 2 Samuele, 1 e 2 Re), sottolinea che la terra è grazia, puro dono. Essa è donata dalla libera gratuità di Dio a Israele, che se ne impadronisce quasi senza sforzo: abbiamo a questo proposito presente, proprio nel libro di Giosuè, poco dopo il brano che oggi meditiamo, la storia emblematica della presa di Gerico (c. 6).

Per questo intrinseco legame tra dono e donatore, nell'Antico Testamento si nota poi un movimento, per il quale Israele tende a scoprire come terra promessa Dio stesso: è il Signore il vero "luogo del riposo" (cf. p. es. Sal 16,5-6, da accostare a Dt 10,9; 18.2; e Sal 73,24-26).

Con questo siamo giunti al Vangelo di oggi. Terra promessa non è forse l'abbraccio del Padre misericordioso, che nella sua totale gratuità accoglie i suoi figli e li avvolge con le vesti della salvezza? Non è questa la vera pasqua a noi offerta e proposta? Questo è il luogo dove abbiamo da arrivare, questa la meta verso la quale camminiamo, in questa quaresima, come in ogni nostro sentiero sulla terra.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano - EDB nel libro Stabile come il cielo.

 

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