TESTO Quando prendere casa non èun modo di dire
don Angelo Casati Sulla soglia
I domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore (Anno C) (31/08/2025)
Vangelo: Mt 4,12-17

12Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, 13lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, 14perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
15Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
16Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta.
17Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Le letture si muovono tra parole che gridano rovina e parole che raccontano un inizio. Il profeta è come lanciasse un grido di allarme, quasi invito ad assonnati a svegliarsi. Rileggiamo: "Poiché voi rigettate questa parola e confidate nella vessazione dei deboli e nella perfidia, ponendole a vostro sostegno, ebbene questa colpa diventerà per voi come una breccia che minaccia di crollare, che sporge su un alto muro, il cui crollo avviene in un attimo, improvvisamente, e s'infrange come un vaso di creta, frantumato senza misericordia, così che non si trova tra i suoi frantumi neppure un coccio con cui si possa prendere fuoco dal braciere o attingere acqua dalla cisterna". "Voi rigettate questa parola e confidate nella vessazione dei deboli e nella perfidia": e come non sentire brividi di paura nelle vene per i nostri giorni?
Non è che oggi si stia in modo allucinante persistendo nella vessazione dei deboli e nella perfidia? E grazia, grazie delle grazie, sarebbe, ci rimanesse "un coccio con cui si possa prendere fuoco dal braciere o attingere acqua dalla cisterna". Un coccio di speranza. Alla fine delle parole grido, ecco un pulsare: "Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza". Ma le parole toccano la terra o solcano immobili i cieli, come nulla accadesse, senza lasciare ombra di traccia sulla terra? La parola, come il seme, ha vocazione di fare nido, nido nella zolla nera della terra. Ebbene di terra, di terre, parla oggi la pagina di Matteo. E la pagina, se pur siamo al capitolo quarto del vangelo, ha suono e colore e respiro di inizio. E che cosa è suono, che cosa colore, che cosa respiro? Gesù, in un certo senso, cambia terra, cerca terra.
E dà inizio alla sua missione. Da Nazaret a Cafarnao: "Quando il Signore Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali". "Da quel momento" come ci fosse un cambio di terra. Certo non possiamo lontanamente supporre che Gesù sia rimasto chiuso come in un guscio a Nazaret per trent'anni; c'è chi suppone abbia frequentato la comunità degli esseni a Qumram e che da ultimo si sia aggregato ai discepoli di Giovanni sulle rive del Giordano. "Andò ad abitare a Cafarnao". Abitare. Rincorro suggestioni: ora è Dio che sceglie la terra, è vicino. Dove? In una casa, ha preso casa. Dà inizio in una casa alla sua missione. Prima ancora che con le parole, che il regno di Dio si fosse fatto vicino lui lo volle dire prendendo casa.
Le parole corrono il rischio di rimanere parole o di essere male interpretate. Lui, le anticipa con i fatti, con una scelta; vuol dire che Dio è vicino: prende casa. La casa non fu un modo di dire. Ma un modo di stare, dimora; non un luogo di predicazione, ma di vita condivisa. Ci è facile immaginare il ritorno di Gesù, per lo più stanco, a sera quando fuori era il buio a tenere il cielo: poteva stendersi, qualcuno aveva preparato la cena. Poi racconti e poi la notte. E a volte ancora non era sbiancato il cielo che non lo trovavano: cercava monti come fossero eremi dell'anima. Dite che sto fantasticando se immagino che quella casa lui la amasse? La luce, le ombre, li brusio delle voci e anche profumi di cibo. Vi devo confessare che se oggi mi sono come dilungato sulla casa è anche perché non mi si scollano dagli occhi - una desolazione - visioni e visioni di case sgretolate, briciole di umanità, reliquie di Dio che ha scelto di abitare una casa, le mille, milioni di case della terra.
Distruggerti la casa è come distruggerti la vita, distruggere il tuo futuro. "In nome di chi o di che cosa?": rispondetemi. Gesù ha preso casa, il regno si è fatto vicino: e tu lo mandi in esilio? Ma ora una parola, ma piccola, vorrei aggiungere sulla scelta che Gesù fece della città: "Andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare". Anche il nome della città mette in corsa suggestioni e pensieri. E' rivelazione. Sulla riva del lago. Che certo Gesù amava. Ma città lontana dai centri del potere, una zona di confine, luogo di passaggio di carovane, un popolo misto non esclusivamente giudaico; l'opposto dell'imponenza di Gerusalemme e dell'austerità del deserto d'anacoreta del Battista; una città, di sua natura, meticcia, le nostre città. Le nostre città, incroci. E la missione non in luoghi ovattati, circoli chiusi, ambiti ecclesiastici di un solo colore, convegni preordinati, luogo degli arrivati, il monopolio di in solo pensiero. Luogo degli "ultimi".
Le "periferie", le chiamava papa Francesco chiedendoci di non stare al balcone, ma di incontrare la terra. Cafarnao svela dall'in principio lo stile e l'orizzonte della missione di Gesù, il seminatore eccentrico - fuori testa per i troppo ordinati - che il seme lo regala ad ogni tipo di terra, non importa se tra rovi e spine o su strade di durezza. In controtendenza con quelli che loro sanno dove cresce il seme. Andò ad abitare a Cafarnao: il calore della casa, la fantasia della gente, per le strade, luogo di privilegio per la missione. E ora una provocazione, una domanda che lascio a voi - non ho il tempo e sono a corto di immaginazione -. Noi siamo soliti - e come non potremmo? - pensare al piccolo chicco di senape che germoglia nella terra e si fa albero. A volte, senza volerlo, ci accade di dimenticare o quasi la terra, e voi sapete che i frutti prendo sapori e profumi diversi dalla diversità delle terre.
Ecco la domanda che mi ha sfiorato: che colore, che profumo, che fantasie avranno dato a Gesù, ai suoi pensieri, al suo modo di sentire, la casa di Cafarnao, le case accanto, le strade e poi il lago? Lui dava, ma anche riceveva, come chicco dalla terra. Quali colori, quali profumi, quali fantasie?