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TESTO "Quelli che amo, li rimprovero..."

padre Gian Franco Scarpitta   Chiesa Madonna della Salute Massa Lubrense

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IV Domenica di Quaresima - Laetare (Anno B) (26/03/2006)

Vangelo: Gv 3,14-21 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 3,14-21

14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Sono parecchi i brani della Scrittura in cui si parla, sotto diverse forme e in contesti differenti, degli emendamenti punitivi di Dio. In diverse circostanze, Egli sembra infatti non esitare ad intervenire sulle mancanze dell'uomo con interventi drastici e dolorosi, e a volte sembrerebbe addirittura che il carattere di giustizia del Signore non si esaurisca alla sola punizione ma addirittura assuma le caratteristiche di vendetta o di esplicita gelosia. Tale è il caso dell'idolatria del popolo di Israele, che a più riprese tende ad abbandonare il proprio Dio per volgersi ad altre divinità e uno dei casi specifici è quello famoso del culto degli Israeliti al vitello d'oro: in quella circostanza Dio avrebbe voluto addirittura sterminare il suo popolo malvagio ed infedele e se non fosse stato per l'intercessione spassionata di Mosè (Così afferma la Scrittura) avrebbe anche potuto non risparmiarlo dalla sua ira. Analoga situazione si verifica nel caso di Sodoma, città ingiusta che verrà sterminata a motivo delle sue nequizie, nonché altri casi biblici di affermata rabbia di Dio verso il popolo infedele.

Ma è proprio vero che Dio punisce i peccati e le inadempienze degli uomini? E' davvero ammissibile che si debba credere in un Dio terribile e a volte efferato, come ce lo descrive a più riprese l'Antico Testamento, che smentisce le prerogative della pazienza e del perdono?

L'enigma si scioglie se si osserva la Prima Lettura di oggi, tratta dal libro delle Cronache: il popolo di Israele viene deportato a Babilonia a motivo dei suoi misfatti, tuttavia la situazione dell'esilio non è definitiva e non è destinata ad essere di sola condanna per Israele; essa è occasione propizia perché il popolo possa riflettere sul proprio comportamento di infedeltà, considerare la vanità e l'inutilità del male commesso, ravvedersi, cambiare ottica per poi fare felice ritorno al proprio paese grazie all'editto dell'imperatore Ciro. Si tratta quindi di un intervento a scopo "correttivo" e non già punitivo, che mira a ricondurre l'uomo alla conversione e al ripristino della comunione con Dio.

Anche il famosissimo brano della disobbedienza di Adamo (Genesi) e della conseguente cacciata dal giardino dell'Eden è abbastanza risolutore per la nostra problematica: in quella circostanza l'uomo viene "punito" per non essersi attenuto alla prescrizione divina intorno al frutto proibito, e il castigo che lo riguarda è il lavoro per il suo sostentamento, a differenza della primaria promessa di benessere e soddisfazione immediata: "Guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte..." Non si tratta di una punizione, ma di un piano di realizzazione per l'uomo! Dio in questo caso comprende come l'uomo abbia la necessità di nobilitare e realizzare se stesso nella prospettiva della fatica e della laboriosità e pertanto tale disposizione non può che vertere a suo beneficio.

E finalmente il libro dell'Apocalisse palesa tutte le nostre riflessioni con una frase a dir poco esplicita: "Quelli che amo, li rimprovero", a sottolineare che nell'ottica di Dio vi è sempre la finalità dell'amore e della bontà anche in merito ai provvedimenti punitivi.

Possiamo affermare quindi che Dio piuttosto che punire l'uomo con inesorabili interventi vuole piuttosto invitarlo al ravvedimento anche se a volte attraverso soluzioni penose ma a volte necessarie e anche nel nostro contesto sociale e aggregativo non di rado è necessario il ricorso alle "pene medicinali" atte a favorire la reintegrazione del reo e non già la sua esclusione.

Non sono affatto rari, oggigiorno, i casi di docenti di scuole pubbliche che lamentano il decadimento dell'istruzione scolastica specialmente a motivo della loro impossibilità di intervenire a scopo di correzione e di emendazione degli alunni: se anticamente il professore godeva di un dominio esagerato che condizionava e sottometteva i ragazzi, a detta di alcuni sembrerebbe che adesso non disponga neppure della possibilità di rimproverare o di fissare determinati interventi disciplinari per colpa di un sistema di pubblica istruzione in forza del quale lo studente sembra poter decidere ogni cosa e vantare eccessivi diritti, a volte perfino sugli insegnanti. Il senso della partecipazione attiva dello studente alla vita scolastica e la libertà di opinione e di espressione sembrano cioè essere stati fraintesi e confusi con la legittimazione del libertinaggio e della possibilità di venir meno ai propri obblighi... il tutto certamente a discapito della stessa formazione dei giovani. Così pure non è raro il caso in cui si soddisfano in famiglia tutti i desideri dei figli sin dalla più tenera età al punto che la stanza di una bambina di 4 anni è stracolma di giocattoli mentre si omette di istruire i piccoli sui doveri, gli impegni e la logica di guadagnare da se stessi quello che desiderano e l'idea della rinuncia e del sacrificio sembra essere stata accantonata dai programmi pedagogici familiari.

Quando ci renderemo conto che è pericoloso precipitare negli estremi opposti?

Intervenire ai fini di correggere anche con pene severe purché non vendicative e atte a ripristinare la rettitudine e la giustizia nel colpevole non è affatto espressione di rigidità e di severità e neppure coincide con la mancanza di amore e di carità. Anzi, in certi casi si viene meno all'amore al prossimo proprio quando si omette la correzione fraterna e il ricorso ad opportuni espedienti anche rigidi purché finalizzati al bene della persona poiché se si vuole davvero bene a qualcuno non si può che procurare il suo vero bene, anche quando questo dovesse costare.

Correggere per emendare è sempre stata l'intenzione di Dio e della Chiesa che non procacciano la dispersione del colpevole e del reo quanto piuttosto il suo giusto inserimento nella compagine della comunione con gli altri uomini, mentre ad optare per la propria condanna e autopunizione è lo stesso uomo quando decida di preferire le tenebre alla luce. Così afferma in definitiva il Signore nella sua frase: "Chi non crede è già stato condannato" poiché ha già deliberato da se stesso di firmare la propria condanna autolesionistica e dobbiamo attribuire a noi stessi e non a Lui o ad altri disastrose conseguenze possibile di uno stato di malessere che ci siamo eventualmente procurati con le nostre mani.

Intenzione del Signore nei confronti dei suoi figli è piuttosto quella di soffrire con l'umanità e per l'umanità in vista della sua salvezza perché tutti credano e abbiano la vita eterna e non è conveniente credere in un Dio fautore di vendette e di punizioni, soprattutto per il fatto che Egli stessi ha sofferto per fare propria ogni sorta di sofferenza umana.

 

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