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TESTO Commento su Giovanni 17,1b-11

don Michele Cerutti

V domenica T. Pasqua (Anno B) (02/05/2021)

Vangelo: Gv 17,1b-11 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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1Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. 2Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. 5E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.

6Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.

9Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. 10Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.

Spezzare il brano evangelico, di questa domenica, non è sicuramente molto semplice. Proveniamo da una mentalità diffusa in cui si afferma diffusamente: debbo dire le preghiere.
L'idea è che a Dio ci si rivolge con formule precise fuori dalle quali non veniamo ascoltati.
L'originalità della preghiera stenta a decollare.
Non voglio dire che non bisogna utilizzare formule che la tradizione ci ha consegnato.
Mi piace quello che il Papa, nell'udienza del mercoledì 21 aprile ha affermato:
Tutti dovremmo avere l'umiltà di certi anziani che, in chiesa, forse perché ormai il loro udito non è più fine, recitano a mezza voce le preghiere che hanno imparato da bambini, riempiendo la navata di bisbigli. Quella preghiera non disturba il silenzio, ma testimonia la fedeltà al dovere dell'orazione, praticata per tutta una vita, senza venire mai meno. Questi oranti dalla preghiera umile sono spesso i grandi intercessori delle parrocchie: sono le querce che di anno in anno allargano le fronde, per offrire ombra al maggior numero di persone. Solo Dio sa quando e quanto il loro cuore fosse unito a quelle preghiere recitate: sicuramente anche queste persone hanno dovuto affrontare notti e momenti di vuoto. Però alla preghiera vocale si può restare sempre fedeli. È come un ancora: aggrapparsi alla corda per restare lì, fedeli, accada quel che accada.
Gesù in questi versetti ci chiede, tuttavia, di fare un salto ovvero quello di una preghiera costruita anche da noi nella nostra semplicità.
Il Maestro non ci consegna parole ci affida uno stile.
Prima di tutto ci chiede intimità. Con Dio cresciamo in una relazione intima.
Il Signore dice il Vangelo eleva gli occhi al cielo. La preghiera è incrocio di sguardi.
Il curato d'Ars colpito da un anziano che passava tempo in Chiesa in silenzio si avvicina e riceve una lezione importante: “Io guardo Lui e Lui guarda me”.
C'è di più in questi versetti che impariamo.
Per gli uomini del tempo sembra quasi che Gesù oggi ci insegni a bestemmiare. Sì, perché chiamare Dio Padre per il pio israelita era impensabile.
Per i pagani che credevano in tante divinità era impossibile creare un'amicizia con Dio.
Il salmista avverte guardate che vi rivolgete a sculture che hanno occhi, mani, narici e orecchie, ma non vedono, non palpano, non odorano e non odono.
E' duro ancora oggi, 2000 anni dopo, riuscire a crescere nella consapevolezza che Dio non è distante, ma molto più vicino di quanto pensiamo e vuole che noi ne percepiamo la sua vicinanza.
Ci lamentiamo come preti perché non vediamo una risposta generosa della nostra gente alle proposte religiose forse dovremmo chiederci se molto spesso non siamo riusciti a fare percepire un Dio che si vuole fare intimo con ciascuno di noi.
Mi sto proprio interpellando su questo di questi tempi in cui iniziamo a intravvedere una via d'uscita dal lungo periodo che abbiamo attraversato e occorre ripartire sperando di non ripercorrere le stesse strade di sempre che hanno messo in evidenza anche alcune criticità e cercare di percorrere strade che, invece, siano capaci di farci percepire un Dio molto vicino.
Lo stile che ci consegna Gesù è l'abbandono.
Il Maestro si affida alla vigilia di quello che sarà la sua croce al Padre e lo fa elevando proprio a Lui una preghiera che sorge dal cuore.
Lo stile dell'abbandono che scaturisce da un cuore che è strettamente unito ed è quello di un figlio che compie un passo decisivo per Amore.
Intimità da un lato e abbandono dall'altro non fanno venire meno la dimensione della comunione.
La preghiera sale affidando tutti nessuno escluso. Gesù da lì a poco verrà tradito da tutti, ma Egli non esclude nessuno e mette tutti nelle mani del Padre perché siano una cosa sola, “come io e te siamo una sola cosa”.
La realtà comunionale non diventa qualcosa di umano, ma trova fondamento in Dio stesso.
Il cristiano è chiamato a rendere visibile questa forte unione perché il mondo creda occorre trovare questo aspetto della comunione.
Quando i cristiani si dividono fanno scandalo. Mi impressiona sempre vedere le scene di guerriglia nei posti santi di Gerusalemme tra le diverse confessioni cristiane.
Penso ai martiri beatificati dal Papa in Romania, greco cattolici, uccisi sotto il regime comunista con l'alleanza degli ortodossi.
Quando i cristiani si dividono il demonio gioca a scacchi sulle nostre divisioni.
Intimità, abbandono e comunione abitino sempre la nostra preghiera perché possa salire gradita al Padre.

 

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