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TESTO Slegatemi i piedi...

don Angelo Casati  

IV domenica T. Pasqua (Anno B) (25/04/2021)

Vangelo: Gv 10,27-30 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola».

Mi si affollano pensieri in questa quarta domenica dI Pasqua che passa sotto il nome di “domenica del buon pastore”. O, forse meglio, del “pastore bello”. Il card. Martini nella sua lettera pastorale “Quale bellezza salverà il mondo?”, faceva notare che, stando all'originale greco. Gesù si presenta come il pastore “bello”, anche se la traduzione normalmente preferita è quella di "buon Pastore": "Io sono il pastore bello. Il bel pastore offre la vita per le pecore... Io sono il bel pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore".

Ebbene vorrei dirvi che all'origine del nostro aprire il vangelo, o del nostro nutrirci del pane della Cena, c'è questo bisogno impellente di bellezza. Da un lato per sfuggire alle immagini volgari che offendono e intristiscono la vita e dall'altro per un bisogno di riconoscere, in immagini limpide del nostro vivere quotidiano, l'eco della voce e della vita del pastore bello. Quasi le abitasse il soffio della bellezza di Gesù. Una bellezza in cui immergere occhi e cuore e vita. Oggi il piccolo testo del vangelo di Giovanni, sottolineava due aspetti di questa bellezza che arde nel rapporto tra pastore e pecore: le pecore conoscono la voce del pastore, lui le conosce; il pastore offre la vita per le pecore. Le pecore conoscono la voce. Sì, Gesù dice: “la voce”.

Accade quando tra te e l'altro, o l'altra, vive, fa sussulto, una relazione profonda. La voce, ingualcibile, la riconosci tra mille. “Fammi sentire la tua voce”: implora l'amato del Cantico dei Cantici. E non è forse vero che Maria di Magdala riconobbe il Maestro risorto, allo sgomitolare dell'alba, proprio al suono della voce? Bello il pastore, belle le pecore, per la bellezza di ciò che passa fra loro, di giorno e di notte.

Sì, perché il sonno dei pastori è leggero, ascoltano i sogni delle pecore, sussultano a un minimo di belato. Che grazia quando questo accade in una relazione o nella vita di una comunità! Con Gesù accade. Forse vi sembrerò strano, ma oggi, nel racconto degli Atti degli apostoli, più che il fatto che Paolo restituì vivo ai genitori il ragazzino, caduto per troppo sonno dalla finestra della stanza al piano superiore, a colpirmi era il clima di affetto che profumava la casa, che vibrava tra Paolo e i convocati alla Cena del Signore: era un confidarsi e a Paolo proprio non riusciva di troncare il racconto nella notte.

Può accadere il sonno, quando le omelie si allungano di troppo. Ebbene, cì può essere, nel cuore del pastore, tenerezza anche per il sonno. Delle pecore. Al cuore mi ritorna un detto di un padre del deserto del IV secolo, il detto di Poemen: “Alcuni anziani si recarono dal padre Poemen e gli chiesero: «Se vediamo dei fratelli che sonnecchiano durante la liturgia, vuoi che li scuotiamo, perché rimangano alzati durante la veglia?». Ma egli disse loro: «Veramente, se io vedo un fratello che sonnecchia, metto la sua testa sulle mie ginocchia e lo lascio riposare»”.

Metto la sua testa sulle mie ginocchia. Le parole mi battono dentro quasi fossero il cuore della relazione, della tenerezza. dell'attenzione, della cura per l'altro, per l'altra. Lui, Gesù, il pastore bello, mette la nostra testa sulle sue ginocchia. E ci invita a mettere la testa di chi è sfinito sulle nostre ginocchia. Mi viene da piangere se penso alla disumanità di tanta nostra indifferenza. Giusto e commovente che gli sfiniti per pandemia trovino ginocchia su cui riposare la testa. Ma come cancellare dagli occhi altri sfiniti, sfiniti per peregrinazione in mare, più di cento, che in questi giorni non trovarono risposta all'invocazione di ginocchia su cui mettere la loro testa invasa dalla paura?

E' la morte della relazione, è il soffocamento della voce. Pecore che non trovano un pastore bello, un pastore che ne conosca la voce. E, ancora, Gesù, del pastore bello, dice che offre la vita per le sue pecore. Lui la diede perché non fossimo preda di mercenari, di sfruttatori, di manipolatori della nostra libertà. La nostra libertà è ciò che sta a cuore al pastore bello. E non una libertà sorvegliata. Vorrei dirlo con un'immagine, ancora del Card. Martini, che mi è stata richiamata anni fa da uno scritto di Silvia Giacomoni.

Scrive Silvia: “L'ultimo giorno, arrivai a Gallarate che era morto da poco. Lo stavano vestendo. Scesi alla cappella del secondo piano dove quattro preti, che lo avevano variamente sostenuto nella malattia, celebravano una messa per quanti erano stati presenti nelle ultime ore: gli infermieri, i parenti, qualche amico. Senza alzarsi dal banco, il padre Silvano Fausti, suo confessore, fece una brevissima omelia. Raccontò che durante una passeggiata nella bergamasca avevano superato un pastore, sdraiato sul prato a guardare il cielo mentre le pecore pascolavano tranquille. Martini disse: “Lo vedi il buon pastore? Non fa nulla. Lascia che le pecore bruchino l'erba”.

Lascia che le pecore bruchino l'erba. Nelle parole del Cardinale lo splendore della nostra libertà. Per la quale il pastore bello non esitò a dare la vita. Purché fossimo liberi. Quest'anno la domenica del pastore bello fa connessione con l'anniversario del 25 aprile. Ritorna la memoria di donne e uomini che, perché fossimo liberi, non esitarono a dare la vita. A noi è caro, suggestivo, pensare che l'amore incondizionato del pastore bello abbia trovato una rifrazione in loro e, insieme, pensare che a noi oggi è chiesto di essere nel mondo una icona del suo amore per la libertà. Scrive Paolo nella lettera ai Galati: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” ( Gal 5,1).

Al cuore mi vengono le parole di un condannato a morte della resistenza europea, che una mano ignota scrisse sul muro di una cella di detenzione del carcere di Fresnes, alla periferia sud di Parigi: “Mi hanno messo in catene, ma il mio cuore è libero di sperare, di credere in un avvenire radioso di sole. Là, se domani muoio, slegatemi i piedi”.

Slegatemi i piedi.

 

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