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don Lucio D'Abbraccio  

Epifania del Signore (06/01/2021)

Vangelo: Mt 2,1-12 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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1Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme 2e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». 3All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. 5Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

6E tu, Betlemme, terra di Giuda,

non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:

da te infatti uscirà un capo

che sarà il pastore del mio popolo, Israele».

7Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella 8e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».

9Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Ciò che noi Latini indichiamo col termine apparizione oppure manifestazione, i Greci lo chiamano epifania. A questo giorno si è dato questo nome proprio perché il nostro Signore e Salvatore si è manifestato in pubblico. Sant'Agostino in merito alla solennità odierna diceva: «Da pochissimi giorni abbiamo celebrato il Natale del Signore, in questo giorno celebriamo con non minore solennità la sua manifestazione, con la quale cominciò a farsi conoscere ai pagani... I pastori giudei sono stati condotti a lui dall'annuncio di un angelo, i magi pagani dall'apparizione di una stella». Oggi, dunque, celebriamo l'universalità della chiesa!

Seguiamo ora da vicino il racconto evangelico della venuta dei magi a Betlemme. Nel racconto emergono con chiarezza tre reazioni diverse all'annuncio della nascita di Gesù: quella dei magi, quella di Erode e quella dei sacerdoti. Iniziamo da Erode. Egli, appena saputa la cosa «restò turbato» e, annota l'evangelista, «Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo». Questa convocazione, ovviamente, era stata fatta non per conoscere la verità, bensì per ordire un inganno. Questa intenzione si manifesta nella raccomandazione finale di andare e poi tornare a riferirgli: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo». Il suo progetto era quello di trasformare i magi da messaggeri in spie.

Erode rappresenta la persona che ha già fatto la sua scelta. Tra la volontà di Dio e la sua, egli ha chiaramente scelto la sua. Egli non vede che il proprio tornaconto, ed è deciso a stroncare qualsiasi cosa minacci di turbare questo stato di cose. È animato da quello che Agostino chiama «l'amore di sé che all'occasione può giungere fino al disprezzo di Dio». Probabilmente pensa perfino di fare il suo dovere, difendendo la sua regalità, il suo casato, il bene della nazione. Anche ordinare la strage degli innocenti doveva sembrargli, come a tanti altri dittatori della storia, una misura richiesta dal bene pubblico, moralmente giustificata. Da questo punto di vista il mondo è pieno anche oggi di «Erodi». Per essi non c'è «epifania», manifestazione di Dio, che basti. Sono «accecati», non vedono perché non vogliono vedere. Solo un miracolo della grazia può spezzare questa corazza di egoismo!

Passiamo ora all'atteggiamento dei sacerdoti. Consultati da Erode per sapere dove sarebbe nato il Messia, i sommi sacerdoti e gli scribi non hanno esitazione nel rispondere: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele». Essi sanno dove è nato il Messia; sono in grado di indicarlo anche gli altri; ma non si muovono. Non vanno di corsa a Betlemme, come ci si sarebbe aspettato da persone che non aspettavano altro che la venuta del Messia, ma restano comodamente nelle loro case, nella città di Gerusalemme. Essi, diceva Agostino in un altro discorso per l'Epifania, si comportano come le pietre miliari (oggi diremmo come gli indicatori stradali): indicano la strada, ma non si muovono di un dito. L'atteggiamento dei sommi sacerdoti e degli scribi ci deve far riflettere. Questi sapevano che Gesù si trovava a Betlemme, «la più piccola borgata della Giudea»; noi sappiamo che Gesù si trova tra i poveri, gli umili, i sofferenti... Però, anche noi, assumiamo lo stesso comportamento dei sommi sacerdoti e degli scribi: «non ci muoviamo»!

E veniamo finalmente ai protagonisti di questa festa, i magi. Dio si è rivelato ad essi, come è solito fare, dall'interno della loro esperienza, utilizzando i mezzi che avevano a disposizione; nel loro caso, l'abitudine di scrutare il cielo. Essi non hanno posto indugio, si sono messi in cammino; hanno lasciato la sicurezza che viene dal muoversi nel proprio ambiente, tra gente conosciuta e che li riveriva. Essi dicono con semplicità: «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». Qui sta la grande lezione di questi tre sapienti. Essi hanno agito di conseguenza, non hanno frapposto indugio. Se si fossero messi a calcolare uno ad uno i pericoli, le incognite del viaggio, avrebbero perso la determinazione iniziale e si sarebbero persi in vane e sterili considerazioni. I magi hanno agito subito, si sono messi immediatamente in cammino.

Matteo scrive che appena giunsero al luogo dove si trovava il bambino essi entrarono «nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono». I magi conoscevano bene cosa significava «adorare», fare la proskynesis, perché la pratica era nata proprio tra loro, nelle corti d'oriente. Significava tributare il massimo onore possibile, riconoscere a uno la sovranità assoluta. Il gesto era riservato perciò solo ed esclusivamente al sovrano. Questo adorare da parte dei magi è il primo, implicito ma chiarissimo, riconoscimento della divinità di Cristo. Anche oggi l'adorazione è l'omaggio che riserviamo solo a Dio. Noi onoriamo, veneriamo, lodiamo, benediciamo la Madonna e i Santi, ma non li adoriamo. Questo è un onore che si può tributare solo alle tre Persone divine.

L'evangelista, inoltre, racconta che questi tre sapienti «aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» Il significato di oro, incenso e mirra è questo: l'oro perché è il dono riservato ai Re e Gesù è il Re dei Re; l'incenso, come testimonianza di adorazione alla sua divinità, perché Gesù è Dio; la mirra, una resina usata nel culto dei morti, perché Gesù è uomo e come uomo, mortale.

Ed infine Matteo conclude il racconto scrivendo che «Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese». Ciò significa che una volta incontrato Cristo, non si può più tornare indietro per la stessa strada. Cambiando vita, si cambia via. L'incontro con Cristo deve determinare una svolta, un cambiamento radicale delle nostre abitudini.

Ebbene, in questa festa dell'Epifania la parola di Dio ci ha posto davanti tre esemplari che rappresentano ognuno una scelta di vita: Erode, i sacerdoti, i magi. A quale vogliamo somigliare nella vita?

Concludo con le parole con cui il santo vescovo Agostino terminava uno dei suoi discorsi dell'Epifania: «Anche noi siamo stati condotti ad adorare Cristo dalla verità che risplende nel vangelo, come da stella nel cielo; anche noi, riconoscendo e lodando Cristo nostro re e sacerdote, morto per noi, lo abbiamo onorato come con oro, incenso e mirra. Ci manca ora soltanto di testimoniarlo, prendendo una nuova via, ritornando da una via diversa da quella per la quale siamo venuti».

 

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