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TESTO Vivere da credenti, nel qui e ora della storia

Michele Antonio Corona

XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (18/10/2020)

Vangelo: Mt 22,15-21 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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In quel tempo, 15i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». 21Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Quell'immagine e quella iscrizione presentata da erodiani e farisei mostra la loro ipocrisia: hanno la moneta poiché pagano la tassa e cercano in Gesù solo un cavillo per condannarlo.

Col brano evangelico di questa domenica entriamo nella sezione delle dispute: politiche e teologiche. Per gli ebrei, soprattutto per i rabbini e il loro stile didattico, è più che normale suscitare dibattiti sui vari argomenti. Anzi, non esiste insegnamento che non sia strutturato sulle questioni: si enuncia un assioma e si prova a smontarlo con tutte le prove possibili. I rabbini discutevano e discutono avendo posizioni differenti e cercando cavilli per poter avvalorare o meno una tesi. In altre parole, niente si da mai per scontato. Un famoso detto rabbinico recita: Molta Torah ho imparato dai miei maestri. Più che da loro ho imparato dai miei colleghi e ancor più dai miei studenti.
Tuttavia, in questo brano evangelico è evidente che le domande poste a Gesù non hanno interesse dialogico, ma sono pretestuose per trovare in lui qualche errore. Farisei ed erodiani non sono interessati alla verità, ma hanno tenuto consiglio per farlo cadere in errore. Questa pagina ricorda ciò che avverrà alla fine: potere politico e religioso trovano un accordo per determinare la morte di Gesù citando Cesare e Dio, come motivi della condanna per ribellione e bestemmia. Una pagina che anticipa la fine salvifica.
La domanda rivolta al rabbi galileo verte su una moneta, su una tassa, su un obbligo di legge. Si frammischiano interessi di parte, ire malcelate, accordi segreti e faziosi, buoncostume di facciata. In questa palude di disordinati intrighi si situa una questione dibattuta e calda: l'evasione di alcune tasse è lecita? È giustificata? È secondo la Torah?
Nella lusinghiera introduzione alla domanda si dice a Gesù che non guarda in faccia a nessuno. Se da una parte questa espressione ricorda ciò che si dice di Dio e riveste un ruolo di ironia drammatica con cui lo si riconosce divino, dall'altra è l'espressione più triste e deprezzabile del vangelo. Gesù, volto del Padre, è abituato a guardare in faccia le persone, a conoscerle meglio di quanto esse conoscano se stesse, a incrociare lo sguardo di chi incontra. Non solo. Gesù sa guardare tanto bene in faccia le persone che sa dire proprio a loro ipocriti e accogliere prostitute e pubblicani. Erodiani e farisei esaltano un atteggiamento egoista, fazioso, aberrante, che è il loro e non di Gesù.
Così, alla domanda sulla moneta, la risposta del Maestro li spiazza perché tiene conto della vita, della situazione concreta, della storia. Se è Dio il centro della vostra vita date tutto a Dio e se Cesare ha qualche ruolo, date a lui quello che gli compete.
La prima lettura, tratta da Isaia, ricorda Io sono il Signore e non c'è alcun altro. Perciò pagare la tassa non comporta idolatria alcuna, ma solo riconoscimento di essere nella storia concreta di un tempo e in un luogo.

 

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