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TESTO Commento su Giovanni 1,29-34

don Walter Magni   Chiesa di Milano

III domenica T. Pasqua (Anno A) (26/04/2020)

Vangelo: Gv 1,29-34 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 1,29-34

29Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».

32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

La morte la si constata facilmente, ma che cos'è la resurrezione? Gli episodi evangelici delle prime domeniche di Pasqua ci aiutano a dare una risposta a questa domanda. Tuttavia potrebbe sembrare persino strano, se non quasi paradossale, che volendo capire il senso della resurrezione di Gesù il vangelo odierno si riporti addirittura alla figura di Giovanni il Battista.

La profezia del Battista
È proprio Giovanni il Battista che all'inizio del IV Vangelo decide di chiamare Gesù col titolo di “Agnello di Dio”. Anticipando così quanto si consumerà praticamente alla fine del racconto del Vangelo di Giovanni, con la narrazione della morte e della resurrezione di Gesù di Nazareth. Nel contesto di quella Pasqua ebraica che prescrive che in ogni casa venga consumato un agnello arrostito con delle erbe amare. Giovanni Battista, proclamando all'inizio della vita pubblica di Gesù che proprio Lui è quell'Agnello, anticipa una identificazione decisiva tra ciò che può rappresentare un agnello sacrificato e la realtà di Gesù che Si sacrificherà. In questo senso il Battista dice: “ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”. E in queste sue parole ci profetizza il mistero che sarà compiuto. Quell'azione pasquale propria di Gesù, durante l'ultima cena, con la quale Egli, prendendo il pane, dice ai Suoi: mangiate, questo è il mio corpo e, sollevando il calice del vino, li invita poi a bere il Suo sangue. L'agnello pasquale dell'Esodo ebraico, le parole profetiche di Giovanni il Battista che vede Gesù venirgli incontro, il gesto solenne di Gesù che tutto Si offre e Si consuma, sono un intreccio di fatti e di parole che scorrendo lungo la storia degli uomini, finiscono per incidere nella vita il segno indelebile della presenza viva e reale di Dio. Oltre la quale non ci è più permesso di andare perché ci si trova al cospetto di una pienezza, di una definitività che solo il dono di sé per amore, proprio come Gesù ha fatto, sa ancora sostenere e significare.

“Io non lo conoscevo”
È interessante notare che questa progressiva appropriazione del significato pasquale della figura di Gesù si avvia nel contesto di una dichiarata ignoranza. Giovanni Battista, ripetutamente, dirà di non sapere praticamente nulla di Gesù: della Sua figliolanza divina “Io non lo conoscevo”. Il Battista, al di là forse di una lontana parentela, non ha mai percepito la profonda identità spirituale di Gesù. Eppure, dopo che anche lui s'è lasciato prendere per mano dallo Spirito, giungerà a dire di Gesù, senza fatica, che proprio Lui è l'Agnello di Dio, il Figlio di Dio, l'amato, l'unigenito prediletto. Forse nelle stesse pieghe del Vangelo odierno ci è dato ancora di intuire qualche tratto del cammino di conversione di Giovanni allo Spirito di Gesù. Giunge, infatti, a rileggere il senso del battesimo di penitenza che ha proposto a chi gli si parava innanzi: “Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele”. Cominciando così a spianare la strada a Gesù, che intanto sta avviando la Sua prima predicazione. Sino al giorno in cui Gesù stesso gli comparirà innanzi con la precisa intenzione d'essere anche Lui battezzato. Ed è allora che il Battista nota che “proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo'”. Il Battista può intuire la verità profonda di Gesù, esercitandosi nella lettura dei molti segni disseminati in quella sua vita di predicatore esigente, ma aperto e attento al dono dello Spirito della sapienza di Dio.

“Io ho visto e ho testimoniato”
Quando il Battista, dunque, dice che Gesù è l'Agnello di Dio, dice già una compiutezza. Perché la vita, con la ricchezza e la molteplicità delle sue esperienze è sempre più grande della nostra comprensione. Come quando, dopo che abbiamo detto in una certa occasione a qualcuno una parola che neppure ricordiamo d'avere mai pronunciato, ci accorgiamo che proprio quella parola ha fatto breccia, portando frutti che mai ci saremmo immaginati di constatare. E questo avviene soprattutto là dove si vive donando, pendendosi per amore, semplicemente senza misura. Dentro la storia dei nostri incontri, dentro la vita che scorre lungo i giorni che ci sono dati per vivere. Come Giovanni il Battista, che arriva al cuore del mistero di Gesù di Nazareth e della Sua figliolanza divina. Senza far calcoli o ragionamenti strani che cercano qualcosa che sempre sfugge se lo vogliamo trattenere. Cosa è stato Gesù se solo ci si attiene alle parole che i vangeli ci consegnano di Lui? Semplicemente Colui che “avendo amato i suoi li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Eppure in questo amore luminoso tutta la Sua vita va compresa, dall'inizio alla fine; dalla profezia di Giovanni che Lo riconosce Agnello di Dio al Lui che per amore Si lascia mettere in croce. Agli occhi di alcuni, che pure ne colgono il valore, forse non si andrà molto oltre; ma agli occhi di chi, come il Battista si sono lasciati avvolgere dallo Spirito santo, Egli, che tutto Si è donato, altri non è che l'Agnello di Dio, il Figlio del Dio vivente, l'unigenito che dopo essere morto, per noi per sempre è risorto.

 

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