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TESTO Il senso del dolore e della morte

padre Gian Franco Scarpitta  

V Domenica di Quaresima (Anno A) (29/03/2020)

Vangelo: Gv 11,1-45 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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In quel tempo, 1un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

4All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». 5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 8I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». 9Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».

11Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». 12Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». 13Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto 15e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». 16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». 25Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45

In quel tempo, 3le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

4All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». 5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».

17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». 25Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

33Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Acqua, Luce e Vita sono il trinomio che sta intercorrendo in queste liturgie domenicali, che esaltano Gesù, Figlio di Dio sotto queste tre prerogative. E anche in questa domenica si ribadiscono e la loro immagine si rafforza soprattutto nel concetto della vittoria della vita sulla morte e della definitiva sconfitta del male e dell'impero delle tenebre. Appena saputa la notizia dell'infermità dell'amico Lazzaro, Gesù esterna un commento non dissimile a quello che avevamo visto la scorsa Domenica intorno al dono della vista al non vedente che era tale sin dalla nascita: “questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio.” Mi si consenta di aprire una parentesi in questa improvvisa svolta epocale della nostra vita che ci sta imponendo la diffusione esponenziale della pandemia da coronavirus: l'infezione è certamente una macabra esperienza per tutti, che non può non preoccuparci e farci sperare nella ricerca immediata di un ritrovato medico in grado almeno di arginarne la diffusione. Il fenomeno dovrebbe essere un richiamo anche alla nostra responsabilità e allo spirito di sacrificio, poiché fintanto che non si trova un farmaco o un vaccino l'unica risorsa contro il morbo è l'isolamento a casa: non dovremmo uscire se non nelle necessità veramente indifferibili e dovrebbe essere nostra coscienza che creare assembramento per le strade, intessere relazioni sociali, incontrarci gli uni gli altri al parco, sul lungomare e in altri luoghi vuol dire incoraggiare la diffusione della malattia e nessuno può ingenuamente concludere di non esserne direttamente coinvolto (“Tanto a me non capita”; “Non mi succederà”) perché le statistiche ci dicono espressamente che chiunque da un momento all'altro può restare contagiato per infettare altri senza accorgersene. La prima pedagogia che la malattia ci sta fornendo è dunque quella del dovere verso noi stessi e verso gli altri, quindi la responsabilità e la maturità personale che vanno esercitate adesso come non mai. Dio stesso in questa triste esperienza ci chiama all'umiltà e alla carità già in questo monito di prudenza e di corresponsabilità, che va identificato come valore assoluto da estendersi anche al di là dell'emergenza.

La crescita inarrestabile del contagio assume però altri risvolti di formazione e di pedagogia che non possono non provenirci anch'essi dal Signore: determinate situazioni di emergenza e di bisogno ci inducono a concludere che la nostra arroganza, la superbia propriamente umana e l'indifferentismo religioso sono insufficienti a rassicurare la nostra serenità e la nostra crescita. Occorre assumere umile consapevolezza che “solo in Dio riposa l'anima mia” e che non è affatto insolito né banale affidarsi alla Provvidenza e ricorrere alla preghiera, come esternazione della fede. La pandemia, che guarda caso sta interessando proprio il nostro tempo di Quaresima, va interpretata quindi come un atto di correzione divina atta a costituire un richiamo alla fede, al primato di Dio su ogni cosa, alla sensibilità etica e morale. Chiunque metta in discussione l'esistenza di Dio o ponga delle obiezioni sul suo intervento, considera pochissimo che Dio sta in realtà rivendicando il primato che noi gli abbiamo estorto, attraverso la scelta di pseudo valori in ordine di etica e di religiosità, nella deliberazione di una morale a dir poco egoistica quanto alla sessualità e alla famiglia, come pure di scelte avverse alla linea del Vangelo sul fronte della giustizia e del procacciamento degli interessi propri e altrui. Violenza, droga, immoralità, ingiustizia, persecuzione dei più deboli, unitamente a ostinata miscredenza e affermato rifiuto del sacro, hanno rappresentato finora le miserie per le quali era necessario che Dio provvedesse a correggerci come già nell'Antico Testamento a proposito dei serpenti fuoriusciti nel deserto (Numeri 19 - 22) o dell'invasione delle cavallette in Gioele, o ancora della deportazione degli Israeliti a Babilonia.

Affermare la gloria di Dio è quindi, adesso come allora, recuperare a dignità divina di assoluta supremazia, senza che nessuno si sostituisca a Dio creatore e padrone di ogni cosa.

Ciononostante, Dio corregge ma non si accanisce. Percuote, ma non ci distrugge. Non usa crudeltà né spietatezza, ma semplicemente misericordia anche nei suoi interventi emendativi. Così almeno ci insegna la Scrittura:“Il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. E' per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli, e qual è il figlio che non è corretto dal padre?”(Eb 12, 6 - 7). Sempre dalla Scrittura è attestato che Dio non lascia senza sostegno anche nell'ora della prova, condividendo ansie e sofferenze e chi dimostra vera fede in lui otterrà sempre ricompensa adeguata alla sua stessa fedeltà (Eb 11, 6).

Nella succitata “gloria di Dio” rientra anche l'amore per l'uomo e il suo emendamento dal male e se è vero che il nemico da sconfiggere è il peccato, è altrettanto vero che il peccatore è sempre oggetto di predilezione. Sebbene quindi facciamo esperienza della morte nella presenza di tanti cadaveri rinchiusi nei sarcofagi (mai come in questi giorni), in Gesù Cristo Dio si rivela vincitore del peccato e della morte e riafferma il trionfo perenne della vita. L'episodio della resurrezione di Lazzaro rappresenta il dominio di Gesù sul dolore, sulla morte e sul suo pungiglione che è il peccato (1Cor 15, 56) e si riscontra subito che non si tratta di un mero esibizionismo o di una gratuita ostentazione di poteri straordinari e di spettacolarità: anche da lontano infatti potrebbe con un solo cenno operare il prodigio della guarigione di Lazzaro e invece lascia che la malattia abbia la sua recrudescienza fino alla morte biologica, perché il male fisico ha una ragione di esistere anche nell'ottica della volontà di Dio. Come si è detto prima, serve ad alimentare la fiducia in Dio, ad accrescere l'umiltà e a ravvivare la fiamma della fede non senza l'umiltà, soprattutto quando la scienza medica è ancora impotente contro questo male specifico. Ma serve anche perché si renda manifesta la vicinanza di Dio nei confronti di chi soffre: la malattia non segna il distacco del Signore da noi ma è la condivisione del suo stesso dolore con quello delle nostre membra. Così avverrà infatti sulla Croce di Cristo: egli non scenderà dal patibolo perché il soffrire divino su di esso dovrà dare un segno dell'amore di Dio che soffre con noi.

Tutte queste cose Gesù vuole attestare “finché è giorno”, cioè finche egli è con noi e percorre le nostre stesse strrade e finché non giiungono le tenebre per lui (dell'arresto e della condanna) vuole anche insegnare che il dolore non è mai finalizzato alla morte, come nel caso del trapasso di Lazzaro.

Gesù è consapevole che si tratta della morte di un amico con il quale aveva intessuto legami di amicizia e di comunione, con il quale aveva scherzato, discusso, dialogato e che adesso è venuto a mancare. Gesù, uomo fra gli uomini in mezzo alla gente, esperisce il vuoto affettivo e lo smarrimento e non può non trattenersi dal piangere di fronte a un amico che ormai giace nel sepolcro da quattro giorni. Tuttavia il dolore, seppure legittimo e regolare, non deve cedere alla disperazione in virtù della fede in un Dio che, già a detta di Ezechiele (I Lettura) ribalta i sepolcri per rianimare i morti e nella valle inaridita manda il suo Spirito perché le ossa aride e desolate si rianimino una volta riacquistati i nervi e la carnagione (Ez 37, 3 ess). Dio è il Signore dei vivi e non dei morti e anche quella che noi chiamiamo disgregazione del corpo in realtà è la vita che trionfa sulla morte in forza dell'amore di Dio. Cioè la Resurrezione. Ecco perché Gesù, noncurante dello stupore degli astanti e non temendo di essere tacciato di contraddizione esclama: “Lazzaro, vieni fuori”, ottenendo che il morto fuoriesca dalla profondità dello speco adibito a sepolcro nonostante l'ostacolo delle bende. Anche lui, Gesù, risusciterà dopo aver subito il flagello, le percosse, i chiodi sulla croce, la posizione da condannato che (presumibilmente) lo porterà all'arresto cardiaco e senza nulla opporre a tutto questo.

L'amore di Dio si concretizza per noi in Gesù Cristo che è acqua viva, luce che dirada le tenebre e soprattutto vita eterna he supera la morte dandoci le ragioni della speranza nel dolore. Tutte queste prerogative siamo chiamati a riscoprire nella tristissima esperienza alla quale siamo costretti, che ci invita a ravvivare la speranza che l'ostacolo sarà comunque superato.

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