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TESTO Dio con noi e Dio "per noi"

padre Gian Franco Scarpitta  

IV Domenica di Avvento (Anno A) (22/12/2019)

Vangelo: Mt 1,18-24 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Mt 1,18-24

18Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. 20Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 21ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

22Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

23Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:

a lui sarà dato il nome di Emmanuele,

che significa Dio con noi. 24Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

“Abbi fede e confida in Dio, perché presto il suo aiuto arriverà”; questo è il monito che ci proviene in primo luogo dalle letture di oggi, che ci descrivono come il re Acaz di Giuda ne sia il primo destinatario. Il libro del profeta Isaia descrive infatti l'episodio passato alla storia come la “guerra siro efraimita”, di cui sarebbe lungo parlare ma che vede il re Acaz suddetto prendere iniziative spropositate e dettate solamente dalla propria volontà. Con il risultato che il suo popolo sarà salvo dalle invasioni nemiche che aveva temuto, ma finirà per ridursi schiavo e succube degli Assiri, perdendo così la libertà. In tutta questa vicenda Dio invita Acaz a “chiedere un segno dal Signore tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure lassù in alto”, vale a dire a mostrare un segno di fede e di adesione alla Parola del Signore, confidare in Essa, ad agire secondo le divine ispirazioni. Insomma ad avere fede e stabilità. Aver fede in questo come in altri casi corrisponde non solamente a credere vagamente mantenendosi sul teorico, ma affidare a Dio i propri eventi e la propria vita, determinando il proprio destino alla luce della sua Parola. Questo viene chiesto ad Acaz, che però rifiuta di “chiedere un segno”, secondo alcuni esegeti perché vuole persistere nei suoi propositi personali di autodifesa, secondo altri perché fraintende la richiesta da parte del Signore: crede infatti di dover chiedere un miracolo, un segno prodigioso e straordinario che Dio dovrebbe concedergli a tutti i costi. Il che nell'accezione biblica corrisponde al peccaminoso e illecito “tentare il Signore”, disposti a credere in lui solamente in conseguenza di un fatto prodigioso, costringendo così Dio ad atteggiarsi secondo i nostri costumi e le nostre preferenze anziché affidarci deliberatamente alla sua volontà (motivo illecito per cui Gesù respingerà il diavolo nel deserto). In realtà il “segno”che viene chiesto ad Acaz è un normalissimo atto di fede e di speranza, un'attitudine del tutto ordinaria di apertura e di fiducia incondizionata nel Signore.

Dio chiede a lui come a tutti gli uomini di aver fede, di attendere e di pazientare anche perché le soluzioni adottate in ambito umano sono sempre meno appropriate e solo nel Signore si trovano i criteri giusti di ogni scelta e di questo il monarca di Giuda si accorgerà quando la sua epopea terminerà con il vassallaggio del suo popolo verso l'Assiria.

Per estensione, si tratta di un invito rivolto a qualsiasi uomo a non riporre la propria fiducia nelle false certezze e a non avvalersi di strumenti propri, ma di aver fede che le lunghe attese saranno destinate ad aver fine e che Dio farà al meglio la sua parte.

Sia per Acaz, sia per i Giudei, Israeliti e per tutti quanti Dio manderà egli stesso un “segno” per il quale vale la pena aver fede e non tergiversare: lui stesso si incarnerà da una vergine per essere il “Dio con noi”. Così risponde il Signore attraverso Isaia e così si realizza a Nazareth: Maria sarà incinta in forza della realizzazione di questa promessa e la sua gravidanza avverrà non per contatto umano ma per opera dello Spirito Santo. Colui che nascerà è il Salatore, per il quale il profeta Michea esalterà una piccola cittadina, Betlemme, che per questo avrà i meriti della capitale del Regno.

A differenza di Acaz Giuseppe, che preoccupato aveva deciso di ripudiare quella che credeva essere una donna ignobile e perversa, esterna tutta la sua fede nelle parole dell'angelo che nottetempo lo ragguaglia di quanto in Maria si sta realizzando: “Non temere di prendere con te Maria come tua sposa”. Lo sposo della Vergine si dimostra infatti fiducioso e propenso nei confronti dell'angelo e si rasserena in forza di questa rivelazione che concepisce come divina e non fittizia. La fede, che in lui prende forma dall'umiltà con cui ascolta, lo protende alla speranza e lo lancia in avanti facendogli vincere ogni esitazione; superato lo sgomento si metterà in azione avvinto dal fascino che le promesse antiche di un Salvatore stanno per compiersi proprio nella sua famiglia. Giuseppe infatti ha valutato con attenzione le parole dell'angelo: il bambino che Maria reca in grembo è il Cristo, cioè il Messia Salvatore atteso dalle genti. Il grembo della sua sposa, proprio quello, lo ospiterà. Il concorso della sua attività di falegname ne curerà la formazione. Alla rivelazione di Dio si corrisponde non con meticolose rimostranze o con la pretesa di verifiche articolate e inconcludenti e neppure con digressioni volute dall'ingegno esasperato, ma con la fede radicale che partorisce la speranza e motiva la carità, elargendo così quella soddisfazione che le nostre risorse non garantiscono. Ecco perché Giuseppe si risolleva e di anima nell'azione.

E' inutile sottolineare che anche Maria viene spronata dalla fede a non risparmiare se stessa in questo progetto d'amore divino per l'umanità e questa fede si tramuterà in fruttuose ricompense.

La fede è credere e affidarsi, donare se stessi a Colui che ci conosce fino in fondo e che è capace di progettare meglio di noi sulla nostra stessa vita. Aver fede vuole dire lasciare che Dio operi senza opporgli resistenza e disporci ad un vissuto conforme a quanto egli stesso sta operando su di noi, La fede stessa matura il raggiungimento di tutti gli obiettivi evitando errori e devianze irrimediabili. Dice il Qoelet: "Temi Dio e osserva tutti i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l'uomo"(Qo 12, 9 - 10).

Il riverbero all'accoglienza del segno del “Dio con noi” ci raggiunge adesso tutti quanti e apporterà i suoi frutti solo se saremo in grado di accoglierlo e di farlo fruttificare in noi.

Siamo nell'imminenza della contemplazione della divina infanzia e siamo per questo esortati a credere e a sperare con maggiore determinazione, dissipando indugi e incertezze.

Vi è infatti nell'evento di Betlemme che ci attende una certezza unica e indubitabile, ma solo per chi l'ha attesa e la vivrà nella risorsa della fede: Dio s'incarna e inizia a percorrere la nostra vita, nulla disdegnando di quanto è umano. Dio sarà “con noi” nell'infanzia per continuare ad essere con noi nei percorsi della sua vita per poi essere “per noi” nel mistero della croce e della risurrezione. Che Dio si ponga dalla parte dell'uomo è esaltante per l'uomo medesimo e rende più esaltante che l'uomo possa credere e sperare in Dio; e quale avvenimento colloca Dio dalla nostra parte più del fatto che egli si sia fatto uomo per essere il Dio con noi e per noi? Diamo forza alla speranza perché la speranza diventerà certezza.

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