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TESTO L'umiltà nei banchetti e nella vita

padre Gian Franco Scarpitta  

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XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (01/09/2019)

Vangelo: Lc 14,1.7-14 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 14,1.7-14

Avvenne che 1un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.

7Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: 8«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

12Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

La pedagogia di Gesù intorno alla scelta dei posti, nei banchetti e nella vita sociale, non costituisce una novità, perché nei libri sapienziali della Scrittura emerge un insegnamento analogo: “Non fare pompa di te in presenza di un re e non collocarti al posto dei grandi, perché è meglio che ti si dica: ‘Sali quassù', piuttosto che essere respinto indietro sotto gli occhi di un principe”(Prov 25, 6 - 7).

Si tratta in effetti di una norma di educazione e di rispetto tipica degli ambienti giudaici, nei quali era consuetudine riservare i primi posti a tavola a personaggi illustri ed eminenti; allo stesso tempo era anche una condotta appropriata per scongiurare situazioni imbarazzanti. Quando infatti ci si impelagava immediatamente ai primi posti, poteva succedere che il direttore di tavola, non senza vergogna per chi lo aveva fatto, invitasse immediatamente a retrocedere: “Amico, spostati un po' più giù, perché quello che hai occupato è un posto che non ti compete.”

Meglio invece collocarsi ai posti meno rilevanti e attendere che la nostra correttezza venga premiata: può sempre capitare che mentre non aspiri alle posizioni di rilievo, almeno a tavola ti si possa invitare a “salire un po' più su.”

Si trattava dunque di una normativa di galateo vigente nelle consuetudini dell'epoca che ha la sua rilevanza anche ai nostri giorni e in tutti i tempi.

Gesù coglie l'occasione per lanciare un monito spirituale all'umiltà, approfittando del fatto che parecchi commensali “cercavano i primi posti a tavola”. A detta dell'evangelista Luca infatti, tutti cercavano di occupare i posti migliori del convito, quindi non osservavano neppure la comune norma di galateo che prevedeva che ci si sedesse un tantino più indietro.

A differenza di quanto prescriveva questa comune norma Gesù infatti invita i commensali a collocarsi non qualche posto più indietro ma... all'ultimo posto!

Invita cioè a scoprire come alla superbia e alla tracotanza sia preferibile l'umiltà, perché questa garantisce più successo di quanto non ce ne offrano presunzione e arrivismo.

La parabola di Gesù non si riferisce quindi alla sola dimensione dei lauti banchetti o dei pasti luculliani i presenza di gente facoltosa, ma è un invito a riscoprire una delle virtù caratteristiche che dischiudono la porta al Regno di Dio, appunto l'umiltà, che come descrive Gabriel Marcel è “l'anticamera delle perfezioni”. Da questa infatti scaturiscono tutte le altre virtù, comprese le tre teologali di fede, speranza e carità, e qualsiasi altra prerogativa non è possibile in assenza di essa. Essere umili davanti agli uomini comporta rifuggire ciò che la mentalità comune ritiene determinante, cioè la grandezza, l'arroganza, la presunzione e considerare se stessi nella giusta misura rispetto agli altri. Come dice Paolo: “Non aspirate a cose troppo grandi, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi.”(Rm 12, 16); “Ciascuno di voi, consideri gli altri superiori a se stesso.”(Fil 2, 3) perché non avere grandi ambizioni, non essere catturati dalla morsa dell'arrivismo, non inerpicarci verso obiettivi altisonanti, ma impegnarci semplicemente nel posto in cui siamo collocati apporta più serenità interiore, accresce che si sviluppi in noi il talento, esalta le qualità personali ed è garanzia di maggiori benefici. Prima o poi i frutti della nostra discrezione e della nostra semplicità verranno notati e seppure tardivi otterranno molti più vantaggi rispetto alle fallacie della superbia e dell'arrivismo, le quali prima o poi conducono sempre al fallimento e alla capitolazione. Lavorare nel silenzio e adoperarsi senza ottenere immediatamente il plauso degli uomini è sempre vantaggioso, sia perché la medesima tale operosità è sempre la più appagante e foriera di risultati qualitativi per tutti, sia perché in un modo o nell'altro l'atteggiamento umile e dimesso verrà certo notato e ricompensato, anche se non nei tempi che comunemente ci aspettiamo.

Vivere l'umiltà dell'ultimo posto a tavola sia nei banchetti che nella società e garanzia del vero successo, anche perché ottiene l'approvazione di Dio, che non manca di esaltare chi si umilia rovesciando i potenti dai troni (Lc 1, 52). Del resto Dio stesso si è talmente umiliato da raggiungere l'uomo per ricondurlo a salvezza a tutti i costi. Come afferma Lambiasi in un certo contesto, la creazione stessa è umiltà e in essa stessa Dio rivela un volto “capovolto”, ben lontano cioè dalle comuni aspettative di ineffabilità e grandezza con cui vorremmo sempre averlo descritto. Senza nulla togliere alla gloria e alla maestà che gli competono, Dio è piuttosto Umiltà infinita nella sua rivelazione, avendo manifestato se stesso come Provvidenza e guida dell'uomo e di un intero popolo. Ciò ancor di più nella redenzione e l'incarnazione di Dio che in Cristo si è fatto per noi obbediente umiliando se stesso per noi. Anche la Trinità è umiltà perché è stata un abbassamento nella sua Seconda Persona.

Forse per questo Gesù insiste nella necessità che anche le nostre scelte quotidiane quanto a persone e situazioni muovano on ordine a codesta aspettativa: esorta infatti ad invitare a pranzo non coloro che potrebbero contraccambiarci o dai quali possiamo ottenere comunque un vantaggio qualsiasi, ma coloro che nulla hanno da dare se non la loro gratitudine e il loro amore sincero e disinteressato, che vale molto più di qualsiasi ricompensa.

Non si tratta in quest'ultimo caso di una nuova norma di galateo o di un'usanza bizzarra e stravagante da acquisire in occasione di banchetti o conviti, ma di un generale invito a preferire la piccolezza, la modestia, la semplicità nelle compagnie, nelle amicizie e per esteso in tutte le situazioni e soprattutto a rivolgere attenzione caritatevole nei confronti di quanti la società tende ad escludere, come appunto i poveri e i reietti.

Perché l'umiltà non può non sfociare nella vera carità.

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