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TESTO Non posso non amarti!

don Alberto Brignoli  

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V Domenica di Pasqua (Anno C) (19/05/2019)

Vangelo: Gv 13,31-35 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 13,31-35

31Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

La nostra vita è fatta di scadenze e di obblighi. E se non li rispettiamo, difficilmente riusciamo a restare aggrappati al treno della vita, ancor più in una società così frenetica e scandita dal tempo come la nostra. Orari da rispettare, tempi da rispettare, date da segnare sul calendario, rate che scadono e che devono essere pagate, bollette che scadono e che vanno pagate...il tempo è lì scandire i nostri giorni, a ricordarci che nella vita si sono delle cose “a scadenza” che vanno onorate. E spesso sono associate a delle obbligazioni, non rispettando le quali contravveniamo alla legge. È proprio per questo che esistono le leggi, le disposizioni, gli obblighi, i comandi: perché ci ricordiamo qual è il nostro dovere, qual è il dovere di tutti, senza il quale sarebbe il caos totale, l'anarchia. Con il rischio che chi ci rimette siano, alla fine, sempre gli ultimi, i più poveri, i più deboli. Ogni stato civile che abbia a cuore i propri cittadini, e ogni società che si rispetti, devono avere delle leggi, degli obblighi, dei comandi, eseguendo i quali si assicura una convivenza serena e pacifica tra le persone.

Questo lo posso capire e accettare per gli stati e le società: ma che anche una religione, o che la vita di fede vivano di scadenze, di obblighi e di doveri, faccio fatica ad accettarlo. Non sono mai riuscito - e sinceramente chiedo a Dio di farmi continuare così, anche se posso apparire poco “devoto” - a vivere la mia fede e la mia religione basandomi, ad esempio, sui “cinque precetti” formulati dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

1°. Partecipare alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimanere liberi da lavori e da attività che potrebbero impedire la santificazione di tali giorni.
2°. Confessare i propri peccati almeno una volta all'anno.
3°. Ricevere il sacramento dell'eucaristia almeno a Pasqua.

4°. Astenersi dal mangiare carne e osservare il digiuno nei giorni stabiliti dalla Chiesa.

5°. Sovvenire alle necessità materiali della Chiesa stessa, secondo le proprie possibilità.

Questo non significa che io non creda fermamente alla validità di questi insegnamenti, tutt'altro: anzi, a me sembrano anche un po' riduttivi, un po' poco per poterci dire cristiani (e credo che anche il Vangelo di oggi sia dalla mia parte).

Ma quello che non accetto è che si debbano vivere come precetti: le parole “dovere”, “obbligo”, “precetto”, “comando”, a mio modo di vedere non possono far parte di una scelta libera e voluta come quella della fede, come quella del rapporto con un Dio che ci ha lasciati liberi di fare qualsiasi cosa, con lui, sin dai nostri primi passi nell'Eden.

Sennonché, il Maestro oggi nel Vangelo ci dice che ci dà un “comandamento nuovo”, un nuovo precetto, un nuovo obbligo, un nuovo comando... Un comando? E “nuovo”, per di più? Come se non ci bastassero i dieci “comandi” imparati a memoria da tutti noi quando ci siamo preparati a fare la Prima Comunione? Ora un altro? Ora uno “nuovo”?

Eh, no.... Io che non tollero di vivere la fede come un insieme di comandamenti e di precetti, non so se riesco ad accettare un ulteriore, nuovo comandamento. Ci mancava anche che riguardasse la cosa più libera (e più bella proprio perché libera) che esista al mondo: l'amore. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri”.

Sì, d'accordo, per carità: ci comanda quantomeno una cosa bella! Ma io non riesco ad accettare che mi venga comandato di amare: l'amore ha nella libertà, nella scelta e nella spontaneità le sue caratteristiche più belle! Come possiamo essere “obbligati ad amare”? Non che questo non esista, purtroppo: avete presente quegli amori “obbligati”? Non mi riferisco ai matrimoni combinati di medievale memoria, purtroppo ancora presenti in alcune culture, ma a quegli amori che vanno avanti perché “obbligati”, perché “ormai me lo tengo così”, perché “lo faccio per i figli”, perché “se non mi concedo, sono finita”, in genere vissuta dalla parte più debole, quella femminile, perché in fondo siamo ancora retaggio di un mondo maschilista, tremendamente maschilista.

Macché obbligati! Non si può essere obbligati ad amare, su! Come fa il Maestro a comandarci la cosa più bella e più libera del mondo, libera proprio perché bella e bella proprio perché libera? Eppure ci chiede di fare così, se vogliamo che tutti, nel mondo, capiscano che siamo suoi discepoli... Perché in fondo chi non crede (ma anche chi crede) deve capire che noi siamo cristiani non perché ci vede pregare, andare a messa, portare la croce o un rosario al collo o difendere la nostra identità e cultura cristiane dagli attacchi del mondo. Chi ci vede deve poter capire che siamo cristiani perché ci amiamo. Benissimo: allora, perché obbligarci a farlo?

Perché, in realtà, lui non ci obbliga ad amarci: ci ordina di farlo “come lui ci ha amati”. Eh, ciao...allora siamo a posto: chi mai riesce ad amare gli altri come ha fatto Gesù? Come possiamo amare gli altri con la stessa intensità con cui lui l'ha fatto, o nella stessa dimensione in cui lui l'ha fatto, andando a finire in croce per noi? Impossibile... Occorre trovare la chiave giusta per aprire questa porta dell'amore “comandato”, “obbligato”, “doveroso”.

Provo a vedere se questa chiave entra nella serratura del cuore. E la chiave è quella che trovo appesa al primo versetto del Vangelo di oggi: “Quando Giuda fu uscito dal cenacolo”. E se ricordiamo bene, Giuda esce dal cenacolo dopo che Gesù gli ha dato l'amaro boccone dell'ultima cena: e fuori era notte. Adesso che Giuda è uscito dal cenacolo, Gesù può farci capire cosa significa essere obbligati ad amarci “come lui ci ha amati”. Giuda - e noi con lui - ha dovuto uscire perché non l'avrebbe potuto capire; perché, in fondo, non amava il Maestro. O meglio, lo amava, sì: ma non come avrebbe dovuto. Lo amava perché aveva visto in lui il leader politico che avrebbe realizzato i suoi sogni, perché in fondo era lui, con i suoi interessi, a voler essere messo al primo posto, in questo rapporto d'amicizia e di amore con il Maestro. Quando invece capisce che è il Maestro a dover essere messo al primo posto, allora lo tradisce, perché non lo accetta. Così come noi tradiamo Gesù quando non accettiamo che sia lui al centro della nostra vita e che ci chieda di amarlo in maniera incondizionata e folle come lui ha fatto con noi, e di fare altrettanto tra di noi.

E la maniera incondizionata e folle è quella di mettersi al servizio degli altri, proprio come lui ha fatto, qualche minuto prima di queste parole, lavando i piedi ai discepoli, annientandosi umilmente di fronte a loro, negando simbolicamente a se stesso di essere messo al centro per farci comprendere che, per amare, al centro ci dev'essere l'altro, e non io il nostro “io”.

Ma perché, allora, questa cosa meravigliosa e libera che è l'amore deve essere un “comandamento”?

Di preciso, non lo so ancora bene, forse lo capiremo iniziando ad amare gli altri. Ma mi piace concludere riportando un dialogo che ho “origliato” tra due innamorati che stavano abbracciati sotto la finestra di un'abitazione nella quale mi trovavo in vacanza, un'estate, la stagione della libertà, quando escono dal cuore le cose più belle. Forse i due stavano vivendo un momento critico del loro rapporto. Uno di quei momenti che... “o sì o no”.

E allora lui dice a lei: “Ma perché amarci così? Io ti amo, e tanto: ma non possiamo continuare così! Mi sento quasi costretto, obbligato ad amarti!”. E lei: “Anche io sono obbligata ad amarti”.
“Come obbligata? Io non ti costringo affatto”.
“Lo so: ma non posso non amarti”.
“E perché non puoi non amarmi? Sentiamo!”.

“Semplice - risponde lei -. Perché mi sento amata da te. Tanto. E per questo, non posso non amarti”.

Che sia veramente questo il “precetto” dell'amore che Gesù ci chiede? Mi auguro di sì...

 

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