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TESTO Come io ho amato voi

don Luciano Cantini  

V Domenica di Pasqua (Anno C) (19/05/2019)

Vangelo: Gv 13,31-35 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 13,31-35

31Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Un comandamento nuovo
Sul Sinai Mosè riceve le “dieci parole”, i comandamenti, come fondamento della Alleanza con Dio, meglio ancora come atto fondativo del popolo d'Israele; Gesù, nel cenacolo, dona un solo Comandamento come atto fondativo della sua Chiesa: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli.
Leggendo bene Gesù non ci lascia un comandamento nel senso di legge (in greco si direbbe nòmos), ma nel senso di patto (entolè). È una alleanza che Gesù ci sta offrendo: nuova, non perché segue un'altra più vecchia (in senso cronologico in greco si sarebbe detto neòs), piuttosto perché diversa, altra (come il termine kainòs suggerisce), porta cioè una novità rispetto al passato, la sua qualità è tale che supera e sostituisce i patti e le alleanze precedenti. Se Gesù chiama la sua affermazione comandamento è per contrapporlo a quelli di Mosè: “la legge fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù” (Gv 1,17).

Che vi amiate gli uni gli altri
Nella alleanza sinaitica le prime tre “parole” delle Tavole riguardano Dio e la relazione con lui; nell'unico nuovo comandamento che Gesù lascia come costitutivo per la comunità dei credenti non c'è nulla che riguardi Dio ma comanda l'unica cosa che non può essere comandata ad un uomo: l'impegno di amore per gli uomini e tra gli uomini. Si può comandare di tutto, di obbedire, di servire, ma non di amare. L'amore è talmente connaturale all'uomo che parlarne può sembrare facile, ma è una realtà così complessa che è difficile analizzarne motivazioni e conseguenze. Una coppia è in difficoltà se si domanda il perché del loro amore; potranno raccontare la loro storia, ricordare attimi, esprimere sentimenti ma non dire il perché!
L'essere umano è dominato da istinti primordiali come la sopravvivenza o la continuità della specie eppure è la forza dell'amore che dà il contenuto alla storia e lo spessore della vita, eleva gli istinti alla sublimità spirituale.

Come io ho amato voi
Gesù pone l'amore tra gli uomini in relazione al suo: come io ho amato voi; non usa il futuro “amerò”, quindi sembra non intendere il dono totale e supremo che poi manifesterà sulla croce, piuttosto richiamare l'esperienza di lui che i discepoli hanno già fatto. Nel contesto della cena come non fare riferimento a Gesù che, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1), si è spogliato e come un servo si è messo a lavare i piedi.
È l‘amore che si esprime nel servizio, che diventa visibile attraverso il servizio: per mezzo dell'amore siate a servizio gli uni agli altri (Gal 5,13).
Quel come (kathòs) può anche essere tradotto perché: Amatevi perché io vi ho amati. Si tratta di restituire l'amore che abbiamo ricevuto da Cristo facendolo passare attraverso la nostra vita, la nostra esperienza; è indispensabile permettere all'amore di circolare tra noi: amare Dio attraverso il nostro prossimo, nel nostro prossimo (cfr Mt 25,35).

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli
Il discepolo di Cristo è riconoscibile soltanto da come agisce verso gli altri: da questo tutti sapranno che siete miei discepoli.
L'amore è il segno distintivo, l'agàpe, l'amore fraterno, vicendevole, un amore accogliente, coinvolgente, contagioso! [Dall'inizio della cena troviamo usato il verbo agapaô (amare), e il sostantivo agapê (amore), che nel greco classico è piuttosto raro, nel NT, invece, è molto usato per esprimere l'amore gratuito e disinteressato di Dio, e conseguentemente la risposta dell'uomo].
Altro che sputarsi addosso, insultarsi con epiteti volgari, discriminare, additare chi è diverso, ferire, usare violenza, uccidere! Invece viviamo in una società intollerante, fatta di esclusione anziché di accoglienza, di odio anziché di amore: Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (1Gv 4,20). Amare non è una astrazione, neppure contemplazione, ma la concretezza del sanare le ferite dell'anima di chi ci sta accanto, nel soccorre i deboli, confortare gli scoraggiati, a prescindere dalla condizione sociale, credo religioso, nazionalità, orientamento sessuale, amare incondizionatamente tutte e tutti perché siamo sorelle e fratelli fin quanto figlie e figli dello stesso Padre.

 

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