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TESTO Le mani di Dio sulla mia vita

don Giacomo Falco Brini  

IV Domenica di Pasqua (Anno C) (12/05/2019)

Vangelo: Gv 10,27-30 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola».

Ricordo che nei primissimi anni del mio ministero sacerdotale cercavo di essere fedele a un proposito particolare. Questo perché rimanevo molto colpito, nelle mie meditazioni, da espressioni in cui la parola di Dio ci dice che il Signore “chiama ciascuno per nome”. Dall'Antico al Nuovo Testamento, mi imbattevo spesso in tali parole. Allora mi proposi di memorizzare bene il nome di ogni persona con cui iniziavo una relazione. Volevo imparare ad amare come il Signore e mi sembrava che questo fosse un modo per mettere in pratica la mia intenzione. Essendo un prete piuttosto itinerante a motivo della formazione missionaria e della predicazione cui ero chiamato, mi recavo spesso in nuove località e conoscevo tante persone nuove. Tornando poi negli stessi posti una seconda o terza volta (anche dopo 1-3 anni) per qualche nuova iniziativa pastorale, mi capitava spesso di incontrare quelle stesse persone. Esse rimanevano sempre visibilmente contente quando le rincontravo, perché si sentivano da me chiamate per nome: “ma padre, si ricorda ancora di come mi chiamo?” - mi domandavano stupite. In realtà, rimanevo più stupito io di loro al vedere come un'attenzione così piccola potesse toccarle così tanto nel cuore.

Questo ricordo umano può aiutare la comprensione del breve testo del vangelo di oggi. Fa parte del cap.10 di Giovanni, dove c'è il celebre discorso del “buon pastore” (in realtà sarebbe “il pastore bello”). E fa parte di una risposta che il Signore Gesù da all'ennesima provocazione dei giudei, gli avversari che non gli credono (Gv 10,22-26). Per chi gli crede invece, le parole di Gesù sono come un balsamo soave e, nello stesso tempo, una roccia rassicurante su cui poggiarsi quando la fede vacilla. Pensare che Gesù mi conosce e mi chiama per nome, pensare che quando leggo e vivo il vangelo sto ascoltando la sua voce e lo sto seguendo, ebbene tutto questo da una gioia inesprimibile (Gv 10,26). Non so se tu che stai leggendo avverti lo stesso, ma se così non fosse, ascolta cosa il Signore ci dice dopo: io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre (Gv 10,28-29). Capito? Tu ed io siamo al centro di un amore grandissimo, che non è soltanto umano. E ci dice che credere in Lui significa ricevere la vita eterna (non quella biologica che finisce qui in terra!), significa che non ci perderemo per sempre, perché siamo saldamente nelle sue mani!

Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30). Siamo qui ad un apice di rivelazione, una affermazione fondamentale su cui si costruisce la dottrina cristiana sulla Trinità di Dio. Il Padre ed il Figlio, nella distinzione delle loro persone, sono un unico essere, un unico volere ed agire nel medesimo Spirito, l'amore di entrambi. Si profila in queste parole quello che sarà poi il capo di accusa nel processo a Gesù davanti al sinedrio ebraico. A chi gli chiederà ancora una volta se lui è il Cristo, Gesù, il Figlio, risponderà che lo è, ma in un modo che sconvolgerà gli uditori per il suo collocarsi nella stessa sfera e natura divina. Mistero che scandalizzerà sempre ogni religione che non accolga la possibilità di un Dio che si presenta al mondo facendosi come la sua creatura. Come disse durante un ritiro spirituale un amico sacerdote, più di 20 anni fa: “Dio dice: siamo uno, perché l'amore ci unisce. Siamo in due, perché l'amore ci distingue. Siamo in tre, perché l'amore ci supera”. Solo chi crede che Dio è Amore che supera ogni immaginazione può “entrare” nel mistero della sua Trinità e credere che, per spiegarcelo faccia a faccia, si sia fatto come uno di noi.

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