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TESTO Concretezza e attualità di un messaggio

padre Gian Franco Scarpitta  

VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (17/02/2019)

Vangelo: Lc 6,17.20-26 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 6,17.20-26

In quel tempo, Gesù, 17disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,

20Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:

«Beati voi, poveri,

perché vostro è il regno di Dio.

21Beati voi, che ora avete fame,

perché sarete saziati.

Beati voi, che ora piangete,

perché riderete.

22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

24Ma guai a voi, ricchi,

perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

25Guai a voi, che ora siete sazi,

perché avrete fame.

Guai a voi, che ora ridete,

perché sarete nel dolore e piangerete.

26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

A differenza di Matteo (5, 1 - 11), Luca colloca la proclamazione di questo famosissimo discorso non su un monte, ma in una zona pianeggiante alla base di una montagna. Gli esegeti tuttavia danno rilevanza al monte come luogo della divina rivelazione e dell'incontro intimo fra Dio e l'uomo e come Mosè ricevette le Tavole della Legge antica in cima al monte Sion, adesso Gesù riceve da Dio la legge della Nuova Alleanza, che non si fonda più su moniti tassativi perentori ma su un delineato programma di vita che definisce “beati” tutti coloro che si trovano nelle particolari situazioni descritte. Gesù è in effetti il novo Mosè che interpella direttamente il cuore dell'uomo al di là dei rotoli e delle pergamene. Del resto nei versetti precedenti Luca descrive che Gesù sul monte era effettivamente salito, per pregare intensamente Dio e per poi discenderne ed eleggere i dodici apostoli fra tutti i suoi discepoli. Di fronte alla folla che gli fa ressa da tutte le parti proclama adesso alcune condizioni di vita felice e appagata, che a differenza che in Matteo sono soltanto quattro e ad esse corrispondono quattro “guai”, letteralmente “lamenti”, contristazioni, per chi si ostinasse a vivere la logica opposta di quanto Gesù propone.

Sullo sfondo vi è la stesso insegnamento riportato anche in alcuni passi dell'Antico Testamento: chi si affida a Dio e si sforza di persistere in lui è benedetto; maledetto invece chi si allontana dal Signore per imboccare vie perverse. Isaia proclama riguardo a Gerusalemme città santa (e per inciso riguardo a Dio): “Maledetti tutti quelli che ti insultano. Maledetti tutti quelli che ti distruggono, che demoliscono le tue mura rovinano le tue torri e incendiano le tue abitazioni! Ma benedetti per sempre tutti quelli che ti temono”(Is 13, 14). Geremia, che ci accompagna oggi nel passo di cui alla Prima Lettura, proclama “maledetto l'uomo che confida nell'uomo”, un'esclamazione che ha la sua eco anche ai nostri giorni, tutte le volte che si fa riferimento alle ferite e ai tradimenti dell'amicizia o del fidanzamento: per quanto attendibile e ben animato, nessun uomo è mai degno di fede quanto Dio e solo Cristo rimane fedele perché non può rinnegare se stesso (2Tm 2, 13).

Chi si affida a Dio trova in lui la sua salvezza; chi da Dio si allontana va incontro alla propria disfatta, poiché la realizzazione dell'uomo e la sua felicità risiedono nella messa in pratica della sua volontà: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l'uomo”(Qo 12, 13).

Ma come concretamente è possibile trovare la felicità in Dio? Gesù, Verbo Incarnato indica questo percorso attraverso tappe del tutto concrete che rientrano nell'ambito immediato della convivenza sociale: accettare con pazienza la povertà, la fame, le lacrime, il pianto e la persecuzione, perché già in tutto questo si trova il sostegno e l'appoggio di Dio. Matteo aggiunge che anche la mitezza è importante, come pure l'operosità per la pace, la misericordia e la purezza di cuore e in ciascuna di queste prerogative è contenuta una promessa di gloria e di ricompensa che è anticipata da una prospettiva di lotta e di dolore. Chi vive la volontà del Signore in ciascuna di queste prospettive è “beato” già in partenza, ossia felice ed esaltato e seppure non gli saranno risparmiante sottomissioni, sofferenze e sopraffazioni da parte di altri, è destinato a vincere e a conseguire il premio definitivo. Il “povero” non è necessariamente l'indigente o il misero, sebbene Dio abbia sempre esaltato e sostenuto la categoria dei bisognosi materiali; povero è colui che non confida nelle proprie sicurezze materiali, che prende le distanze dal lusso e dall'effimeratezza e dal vizio, che riconosce in Dio il fautore di ogni prosperità e di ogni benessere e che è proclive alla condivisione di ciò che possiede con quanti si trovano nell'indigenza e nell'abbandono. In tale situazione, dovrà subire le avversità mondane di una mentalità controcorrente che confonde il bene con il possesso togliendo spazio all'essere in nome dell'avere smodato; si troverà a combattere contro il sistema che esalta il guadagno e il possesso e contro il cinico edonismo della mentalità corrente, ma nell'esercizio stesso della sua virtù troverà la gioia di realizzare la volontà di Dio e non gli mancheranno già al presente le grazie e le ricompense divine pari alla sua fedeltà.

Poiché racchiude l'umiltà (prima fra tutte le virtù), quella dei “poveri” è la prima beatitudine che introduce tutte le altre: anche chi sopporta ingiustizie, vessazioni e persecuzioni otterrà la forza necessaria e la ricompensa al presente prima ancora che nell'eone futuro. "I malvagi che oggi ridono domani piangeranno" perché il Signore è buono con i giusti e con i puri di cuore, promette il Salmista (Sal 72, 13 - 20) e coloro che ci perseguitano prima o poi subiranno punizione con lo stesso strumento che avevano adoperato per distruggerci. Chi ci perseguita verrà a sua volta perseguitato senza trovare pace e chi ci sottopone alle cattiverie e alle ingiustizie subirà la stessa pena che ha riservato alle sue vittime. Per questo motivo Gesù insiste affinché non perdiamo la speranza e invita a rinnovare costantemente la fiducia nelle sue promesse. garantendo che l'approvazione di Dio è già più che sufficiente e la sua benedizione è essa stessa una ricompensa. Accettare le ingiustizie e le cattiverie quando debbano sorprenderci è certamente doloroso ma non è mai privo di motivazione o di fondamento.

Chi infatti disattenderà lo spirito delle beatitudini con la contropartita della ricchezza, della vanagloria, del riso smodato e della superba autoesaltazione inevitabilmente sarà vittima del sistema che egli stesso si sarà procacciato, secondo la logica dei “guai” ossia dei lamenti riservati a coloro che hanno riso smodatamente sulle disgrazie dei giusti o hanno ignominiosamente spadroneggiato sui deboli e sugli innocenti.

Il discorso della pianura che in Matteo si svolge in cima a una montagna prende dunque in considerazione il vissuto sociale di ciascun uomo e la sua attualità è talmente profonda che non può essere trascurato neppure ai nostri giorni, poiché siamo costretti a mettere in dubbio che valga la pena persistere nell'onestà e nella rettitudine, considerando che a farla franca sono sempre i perversi e i disonesti. Si è anche scoraggiati nel perseguire i valori cristiani in fatto di morale o di religiosità, poiché questo comporta essere esposti a derisioni o sbeffeggiamenti da parte di chi segue una logica del tutto opposta, anche a motivo di certe mode ateistiche imperanti.

Gesù, che ha vissuto l'esperienza umana assumendola nella sua globalità fino in fondo, ribadisce “beatitudini” e “guai” che non mancheranno di essere corrisposti a ciascuno secondo i suoi meriti. Chi persevererà sino alla fine sarà salvato, ma è salvo anche adesso nello stesso atto di perseverare.

 

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