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TESTO Commento su Marco 10,46-52

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XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (28/10/2018)

Vangelo: Mc 10,46-52 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Mc 10,46-52

46E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 48Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 49Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». 50Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». 52E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Volendo sintetizzare in poche parole il significato delle letture bibliche di questa Messa, si potrebbe dire che questa è la Messa della consolazione di Dio, della sua tenerezza per noi suoi figli.

Il brano di Geremia è stato scritto quando il popolo d'Israele, dopo la distruzione di Gerusalemme nel 586 a.C., si trovava in esilio a Babilonia. Un momento di tragedia, di disperazione, nel quale però il Signore non abbandona i suoi figli e, per mezzo del profeta, li consola. Sono umanamente nella rovina senza speranza, ma il profeta annuncia, quasi fosse cosa già avvenuta: “Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d'Israele”. E profetizza la liberazione e il ritorno in patria: “Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”. Ma qual è il movente di questa scelta di Dio? Eccolo: “Perché io sono un padre per Israele”. A guidare le scelte di Dio è il suo amore paterno. Amore, solamente amore.

E la lettera agli Ebrei, scritta vari decenni dopo la morte e risurrezione di Gesù, testimonia la stessa cosa: Gesù, il “sommo sacerdote” della nuova alleanza, “è scelto tra gli uomini per gli uomini”; non è un nemico, ma il difensore dell'umanità. Per questo “Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore”. Tutta la sua storia è sintetizzata in quel “per” gli uomini. Lui è per loro, mai contro di loro.

Il brano evangelico di Marco narra dell'incontro di Gesù con un ceco: lui, Bartimeo, sentendo che passa Gesù, grida: “Abbi pietà di me!”. I presenti cercano di farlo tacere; ma Gesù, a differenza della gente, dà ascolto al suo grido, non lo fa tacere, ma lo chiama e lo interpella: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. Gli dà la parola, vuole istituire un dialogo di fede. E, alla risposta, piena di fede e di fiducia, risponde: “La tua fede ti ha salvato”. E gli ridona la vista. Ecco lo stile di Gesù: accoglie chi grida a lui, gli dà la parola, ascolta la sua richiesta, valorizza la sua fede, dona la salvezza. Quanto amore, quanta attenzione, quanta tenerezza nelle parole di Gesù: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”.

Tre brani biblici, in tre momenti diversi della storia della salvezza, ma il tema è uno solo: il Signore, anche quando castiga, non dimentica i suoi figli, ascolta il loro grido, li ama con tenerezza di padre. Il Signore è, sempre, colui che salva il suo popolo, colui che consola i suoi figli quando nulla di terreno fa sperare nel riscatto, nella salvezza. Quando per l'uomo non si intravvedono più speranze, resta una speranza che non muore mai: il Dio che è padre, il Signore che consola, Gesù che ascolta il grido di chi soffre. Anche quando tutta la storia tenta di soffocare, di far tacere quel grido, il Signore dà voce a chi non ha voce e lo ascolta. Il cristianesimo è la religione della consolazione di Dio, della sua compassione per l'umanità.

Commento a cura di Vincenzo Rini

 

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