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TESTO Mostrati a noi, Signore, nella tua santa dimora

don Walter Magni  

XI domenica dopo Pentecoste (Anno B) (05/08/2018)

Vangelo: Mt 21,33-46 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Mt 21,33-46

33Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. 38Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. 39Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». 41Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

42E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

La pietra che i costruttori hanno scartato

è diventata la pietra d’angolo;

questo è stato fatto dal Signore

ed è una meraviglia ai nostri occhi?

43Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. 44Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato».

45Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. 46Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

Potremmo avere della chiesa, nella sua dimensione istituzionale, una duplice impressione. Quella di una organizzazione trionfante che, in tempi recenti sembrava ad esempio rivivere nelle adunate oceaniche delle Giornate della gioventù, attorno al Papa; e quella più attuale, che già ci inquieta, di una realtà ecclesiale un po' in crisi, a partire dai suoi vertici. Anche il profeta Elia stava assistendo a qualcosa del genere, stando alla Parola di questa liturgia.

“Fino a quando salterete da una parte all'altra?”
La vicenda della prima Lettura è quella di Elia che sul monte Carmelo sfida, in un sacrificio umanamente insostenibile, 450 profeti di Baal. E davanti a questa sfida sta un popolo, capeggiato dal re Acab, che non può più stare a vedere, calcolando quale Dio è più conveniente. Dovrà invece decidere se stare con Baal, un idolo falso, o il Signore loro Dio da sempre. Ed è guardando a loro che il profeta Elia dirà in tono molto provocatorio: “Fino a quando salterete da una parte all'altra? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!”. Chissà che questo saltellare da una parte all'altra, senza mai avere il coraggio di esprimere un affidamento possibile e sostenibile, non è in qualche modo un verbo che mi appartiene! Un saltellare qua e là che non descrivere solo l'idolatria di un popolo, ma dice qualcosa di me, di tutti noi, che viviamo in un'epoca nella quale la Chiesa è carica di fatiche. Dove stare con coerenza dalla parte del Vangelo diventa talvolta difficile. Soprattutto sul fronte di una testimonianza sincera e appassionata. Così ci capita di saltellare per cercare di difenderci, tenendo il piede nella scapa più comoda. E il nostro parlare non è più il “sì sì, no no” del Vangelo di Gesù, ma una sorta di ni, spesso appena sussurrato. Mentre la smania del successo, del denaro e del potere ci seducono. Tutti idoli che secondo Elia non parlano più e non rispondono mai. Perché solo il Signore è un Dio affidabile. Capace di convertirci, prendendoci il cuore: “Il popolo cadde con la faccia a terra e disse: ‘Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!'”.

“Sono rimasto solo...”
E Paolo nell'Epistola, ricordando l'esempio dei fedeli d'Israele, fa dire al profeta Elia “Signore, hanno ucciso i tuoi profeti, hanno rovesciato i tuoi altari, sono rimasto solo e ora vogliono la mia vita”. Se decidi di non saltellare alla ricerca di qualche accomodamento, la possibilità dell'emarginazione e della solitudine a causa della fede potrebbe irrompere pesantemente nella tua vita: “sono rimasto solo ed ora vogliono la mia vita”, sembra gridasse Elia, mentre cercava di sfuggire alla regina Gezabele, verso il monte di Dio, l'Horeb. Nel nostro tempo la solitudine sembra avere un'accezione solo negativa, ma potrebbe diventare anche un'opportunità. Apparteniamo certo a una generazione dove la solitudine ha raggiunto i meandri più nascosti dell'esistenza e uno studio recente sul mondo giovanile ci attesta che l'80% dei nostri ragazzi ha paura della solitudine. Siamo tutti sempre più soli, dentro. Per questo ci riempiamo la vita di mille cose, di infinite distrazioni. Ma la svolta sta proprio qui: nel coraggio di guardare in faccia la nostra solitudine. Lasciando che il silenzio si esprima al meglio, risvegliando ciò che dorme in ciascuno di noi. Senza provare più alcuna paura nel guardarci dentro, prendendoci così come siamo. “Quello che salverei, in questo mondo di imbecilli, sono i bambini e gli innamorati. Le uniche due cose sane che ci sono rimaste. Tornare ad ascoltare come i bambini e a guardare come gli innamorati... Dalla mia solitudine ho costruito la speranza” (d. Luigi Verdi, intervista a cura di F. Slanzi, in Trentino del 27/7/2018).

Respingere l'altro, annientare Dio!
E siamo al Vangelo. Come si arriva a uccidere il Figlio di Dio? L'uccisione del figlio del padrone della parabola è l'epilogo di una sequenza di respingimenti criminosi. Scivolare inesorabilmente nella possibilità di annientare il bisogno di Dio di farSi sempre più vicino a noi. La parabola di Gesù comincia, infatti, col raccontare di un padrone che “affidò la vigna ai contadini. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono”. Una vicenda triste, che allude a storie di profeti inascoltati, perseguitati e uccisi, che nasconde una terribile verità. Si arriva a uccidere il Figlio di Dio abituandosi ad escludere sistematicamente l'altro, che sempre precede l'arrivo del Signore, rappresentandoLo. La chiusura reiterata delle nostre porte a chi si presenti sulla soglia, chiedendo di condividere il frutto di un raccolto che gli è semplicemente dovuto, ci rende tutti complici. L'epilogo è tragico: i contadini, rifiutati gli inviati, arrivano al gesto estremo: visto il figlio “lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. Possiamo solo invertire la rotta, uscendo da una pericolosa solitudine, che uccide noi, ma uccide anche chi mendica da noi un semplice gesto di comunione. “L'essenziale è troppo vicino, mischiato al nostro tran-tran quotidiano. Esso si scopre a poco a poco, alla fine. L'importante è trovare il canto fermo su cui modulare quotidiane parole di speranza” (I. Angelini, Mentre vi guardo, 2013).

 

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