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TESTO Altro che nostalgia!

don Alberto Brignoli  

XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (17/06/2018)

Vangelo: Mc 4,26-34 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Mc 4,26-34

26Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

La nostalgia è un sentimento molto particolare. Formalmente, da un punto di vista puramente etimologico, è un dolore: è il dolore “da ritorno”, il dolore che l'animo prova quando rivive con la mente situazioni passate piacevoli che ora non ci sono più, oppure si manifestano in modo diverso, talmente diverso che non le riconosciamo più, non le sentiamo più “nostre”, per cui nasce dentro di noi un disagio profondo, perché le cose di prima ci piacevano tanto e adesso che non ci sono più, facciamo fatica a trovare un senso a ciò che facciamo. Ancora peggio, quando la nostalgia ci colpisce non tanto per via delle cose, quanto delle persone che non ci sono più.

Se la nostalgia è fondamentalmente un dolore in ambito psicologico o antropologico, in ambito evangelico - o meglio in ambito ecclesiastico - è una vera e propria rovina...

Ed è un sentimento molto diffuso, più di quanto si creda, anche perché spesso neppure ci accorgiamo di esserne pervasi, perché s'insinua in noi in maniera tutto sommato anche “innocente”, innocua, priva di malizia. E si manifesta in molte forme, alcune eclatanti, come quelle di un ritorno al passato attraverso la riscoperta (o meglio la riesumazione) di liturgie veterotestamentarie, di paramenti preconciliari, di formule eucologiche (preghiere) che emanano più fumo che sostanza, di concetti catechetici rassicuranti perché basati su risposte certe e precise a domande che toccano il nostro vivere quotidiano - soprattutto quando accadono fatti drammatici - e via discorrendo.

Tutto quanto, riconducibile ad alcune semplici affermazioni, spesso sulla bocca di ognuno di noi, chi più chi meno: “Dove siamo andati a finire! Si è perso tutto quello che c'era una volta! Non c'è più religione, e nemmeno la fede!”. Senza tener conto, poi, di tutte quelle conseguenze che ne derivano, ovvero la ricerca delle cause di questo crollo, imputabili quasi sempre a fattori esterni a noi, a colpe che vengono da fuori: a buon intenditore, poche parole...

Mentre se sapessimo guardare dentro di noi, non solo non daremmo la colpa del crollo della fede o della perdita delle “cose di una volta” a situazioni, fatti o persone che vengono da fuori (il problema è quello che viene da dentro di noi, dalla nostra indifferenza verso le cose di Dio), ma anche scopriremmo che, in fondo, non si è perso proprio nulla. Forse le cose non si manifestano in maniera così eclatante, pomposa, gloriosa e quantitativamente numerosa come prima: ma dentro di noi, dentro la vita della Chiesa, dentro le nostre case, dentro le quotidiane storie di vita familiare, di vita lavorativa, di vita sociale, di amicizie e legami che si fanno e si disfanno, c'è un segno di vita e di speranza che non si perde mai, c'è qualcosa di piccolo e insignificante che è visibile solo agli occhi della fede e del cuore, che ha il potere di impedire alla fede, alla religione e comunque più in generale ai valori della vita, di andare perduti.

E questo piccolo segno di vita ha le fattezze di un seme. Piccolo o grande che sia, un seme ha dentro di sé una potenzialità enorme: da qualcosa di microscopico, gettato in terra, squarciato dal suo involucro, emerge la capacità di germogliare, di crescere, di produrre spontaneamente (spontaneamente, cioè senza che facciamo qualsiasi cosa per diventare matti ad avere gente, soldi e strutture) prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco, per poi farci sperimentare la gioia del raccolto.

Purché sia un seme, non ha alcuna importanza che sia piccolo o grande. Anzi, secondo la logica del Vangelo, più è piccolo e più ha la possibilità di diventare grande, il più grande di tutti gli ortaggi di quell'orto, di quel giardino che domenica scorsa avevamo perduto per colpa della disobbedienza e dell'incoerenza del primo uomo e della prima donna. Anche loro avevano cercato di incolpare qualcun altro del loro peccato e della perdita della fede in Dio: in realtà, non si sono accorti che il seme di vita che avevano dentro era ancora vivo, era opera e proprietà di Dio, e non andava mercanteggiato con nessuno, neppure col demonio.

Anche loro hanno perduto l'Eden, eppure (felice colpa!) per via del loro peccato l'umanità ha sperimentato la storia della salvezza. E noi abbiamo nostalgia dei tempi passati? E noi abbiamo paura di perdere la fede? E noi abbiamo paura che qualcuno ci porti via la nostra religione? E noi temiamo che i cattivi prevalgano sui buoni?

Beh, se la pensiamo così, vuole dire che abbiamo ancora tanta strada da fare, prima di scoprire la potenza di ciò che Dio ha seminato nel nostro cuore! Facciamola, questa strada: chi mai ha fretta di arrivare a comprendere subito i misteri del Regno? Non ci erano arrivati nemmeno i nostri padri, quelli che vivevano in quei “bei tempi” che oggi sono andati perduti, perché dovremmo riuscirci noi, subito, senza fatica, in maniera gloriosa ed eclatante?

L'importante è eliminare il sentimento della nostalgia: perché con la nostalgia, nella vita di fede, non si va affatto lontano.

 

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