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TESTO Ti ho cercato, Signore, per contemplare la tua gloria

don Walter Magni  

SS. Trinità (Anno B) (27/05/2018)

Vangelo: Gv 15,24-27 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 15,24-27

24Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. 25Ma questo, perché si compisse la parola che sta scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione.

26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

La memoria liturgica della Santissima Trinità trova il suo significato nel rimettere i credenti davanti alla profondità del mistero di Dio. Un Dio non ovvio e scontato. Oltre la pretesa di spiegare Dio come fosse il risultato di un'operazione matematica (Uno e trino). Imparando l'umiltà di chi, alla presenza di Dio, sente d'essere sempre sulla soglia.

Narrare Dio, non definirLo
Giovanni afferma che “Dio nessuno l'ha mai visto; Il Figlio, (...) ce l'ha rivelato” (1,18). Proprio Gesù ci ha insegnato a narrare Dio, senza pretendere di definirLo. FacendoceLo trasparire dal Suo modo di sentire, di desiderare, di tendere a Dio. ServendoSi più di immagini e di parabole che di ragionamenti astratti. Parlandoci del Regno di Dio come stesse descrivendo quanto avviene nella nostra vita. Ad esempio: vedendo una donna, mentre stava impastando la farina, S'immaginava che anche il Suo Regno, il Suo mondo, fosse come qualcosa che fa lievitare il mondo intero. E mentre intravvedeva dei bambini giocare felici su una piazza assolata, allora Si domandava: cosa posso fare ancora perché tutti siano più sereni e tornino a danzare e a gioire? E se ancora, camminando per la strada, Gli capitava di vedere dei contadini intenti alla potatura, alla semina o, camminando lungo la spiaggia del lago, scorgeva dei pescatori che riordinavano le loro reti, allora Lui Si metteva a raccontare a tutti che Dio lavora per noi e non è mai stato stanco di noi. Un Dio appassionato del nostro vivere, del nostro cercare, del nostro attendere e del nostro sperare. È sempre la vita della gente lo spazio, l'orizzonte dal quale Gesù prendeva spunto per parlarci del Suo Dio. Consapevole sempre d'essere il Figlio di Dio rivestito di mondo, delle nostre piccole e grandi storie. D'essere Parola che non sovrasta. Dio declinato dalle nostre parole. Come affermava una filosofa del secolo scorso: “la narrazione rivela il significato, senza commettere l'errore di definirlo” (Hannah Arendt).

Stare sulla soglia del mistero
Per riuscire a narrare Dio come ha fatto Gesù dobbiamo essere degli artisti che sanno dipingere la realtà facendo emergere nelle linee e nelle curve, in quei colori, una bellezza indicibile a parole. Un artista mai invadente; sempre umile e discreto al cospetto del mistero. Che non esagera mai col colore, non sovraccarica. Come Mosè, che davanti al roveto ardente si era tolto i sandali, in segno di venerazione, di grande rispetto. Consapevole che si stava inoltrando in un territorio dove non poteva più spadroneggiare (Es 3,1-6). Solo dalla fessura di una soglia, infatti, si può ancora cercare di intravvedere qualcosa di luminoso, senza essere invadenti e indiscreti. E sporgendosi un poco, con gentilezza domandare: “posso entrare?”. Come canta anche il salmo: “O Dio, tu sei il mio Dio, dall'aurora io ti cerco, ha sete di te l'anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz'acqua”. Anche Gesù ha sempre amato stare sulla soglia stando al cospetto di Dio. Un Dio che, dopo essersi svelato, ama farSi cercare ancora. Come l'amata del Cantico che non smette mai di cercare l'amato nel cuore della notte. Un Dio delle Beatitudini che si fa carico della nostra fame, della sete, del pianto. Che conosce bene nostalgia e desiderio, confidenza e abbraccio affettuoso. Il Dio delle formule, dei tribunali è morto, è morto davvero! Diciamo pure che non è mai esistito. Troppi ragazzi, tanti giovani ancora, reclamano oggi un Dio che non sentono trapelare dai nostri sermoni. Quel Dio di Gesù Cristo che ancora purtroppo, forse, fatichiamo a raccontare con la vita.

L'Amore riversato nei nostri cuori
Se il Dio dei filosofi era inaccessibile, Gesù invece ha messo Dio nelle nostre mani. IntravedendoLo nel volto di un padre premuroso, di una madre attenta. Come un fratello, un amico, il nostro stesso Salvatore. Turoldo, poco prima di morire, in Ultime poesie scriveva parlando a Dio: “Conosco la tua tristezza: / di non poter riversare / in tutto il creato / la tua plenitudine: / - così ti sei fatto / uno di noi, noi stessi, / ragione della tua follia / - tristezza di sapere che noi - / noi soli nell'intero creato / possiamo farci del male: / e non perché / ti offendi / ma perché ami”. Noi siamo certi, come anche Paolo ci ricorda, che “l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). La gioia del nostro Dio sta nel sentirSi riversato nel mondo, per amore. E se una tristezza Lo attraversa, consiste nel fatto che il Suo amore - folle e smisurato - ancora non è capito. Subisce ostacoli ed è frainteso, misconosciuto. Ci è chiesto, molto semplicemente di ripetere l'amore Dio in questo mondo, come Gesù l'ha insegnato. In questo si consuma il nostro servire, il fare qualcosa in comunità. Giovanni Damasceno, teologo del VII sec., diceva: “se un pagano ti chiede chi è Dio, non rispondergli con parole tue. Prendilo per mano e portalo in chiesa, mostrandogli le immagini e le opere d'arte più belle che in essa si trovano”. E se qualcuno ti chiede chi è Dio e solo volesse carpirlo, intuirlo dalla tua vita, non dimenticare: “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,36).

 

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