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TESTO Io sono voce di uno che grida nel deserto

Movimento Apostolico - rito romano  

2 Gennaio (02/01/2018)

Vangelo: Gv 1,19-28 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Giovanni il Battista è persona onestissima e umilissima dinanzi a Dio e agli uomini. Non solo confessa che Lui non è né il Cristo, né il profeta, né Elia. Erano le tre promesse fatte da Dio, la prima a Davide, la seconda a Mosè, la terza per mezzo del profeta Malachia al suo popolo. Non solo dice che Gesù è tanto grande da non essere lui neanche degno di slegare il laccio del sandalo. La sua grande umiltà viene attestata e rivelata dalla identità che ci rivela di se stesso. Neanche si dichiara un profeta. Semplicemente si dice: “voce di uno che grida nel deserto”. È voce però con una missione speciale, particolare: deve invitare ogni uomo a rendere dritta la via del Signore. Il Signore sta per venire e bisogna che ognuno gli prepari la strada.

La strada si prepara attraverso il ritorno nella Legge. Ci si pente di ogni trasgressione. Si rientra nei Comandamenti. Ci si impegna perché si rimanga sempre in essi, prestando loro la più stretta obbedienza. Non c'è contatto vero con Dio se non nella sua Legge. Giovanni prepara i cuori ad entrare nella Legge. Gesù invece viene per fare entrare ogni uomo nel suo cuore facendolo divenire suo cuore perché obbedisca a Dio come Lui obbedisce e ami il Padre come Lui lo ama. In questo la differenza di missione tra Giovanni e Gesù è infinitamente grande. Giovanni porta nella Legge, Gesù porta nel suo cuore, in modo che dal suo cuore si abbia la via spianata per entrare nel cuore del Padre e rimanere in esso per l'eternità. Il fine ultimo è il cuore del Padre.

In questo oggi la nostra pastorale è fallimentare. Manca del fine, sia del fine di Giovanni: portare ogni cuore nella Legge di Dio in modo da potersi questo cuore incontrare con Gesù Signore e manca del fine di Cristo: portare nel suo cuore, usandolo come veicolo santo per portare nel cuore del Padre. Una pastorale senza Comandamenti, senza Legge, senza il cuore di Cristo, senza condurre al cuore del Padre è senza alcun fine. O diamo alla pastorale il suo fine soprannaturale, divino, eterno, cristico, ecclesiale, evangelico, sacramentale, ascetico, oppure lavoriamo invano. Un cuore che non è portato nella Legge, nel cuore di Cristo, nel cuore del Padre, è consegnato al principe di questo mondo per la sua rovina eterna.

Sempre la pastorale è fallimentare quando l'uomo cambia il suo progetto iniziale. Quando Mosè fu invitato a costruire la tenda del convegno il Signore gli ordinò che in nulla venisse modificata ma ogni cosa eseguita secondo il progetto che gli era stato manifestato sul monte. Mosè deve dare forma a ciò che ha visto nei cieli santi di Dio.

Eseguirete ogni cosa secondo quanto ti mostrerò, secondo il modello della Dimora e il modello di tutti i suoi arredi (Es 25,9). Besalèl, Ooliàb e tutti gli artisti che il Signore aveva dotati di saggezza e d'intelligenza per eseguire i lavori della costruzione del santuario fecero ogni cosa secondo ciò che il Signore aveva ordinato (Es 25,9; 36,1).

Anche Gesù attesta che Lui fa ogni cosa secondo le modalità viste presso il Padre suo. Se gli operatori della pastorale non sono voce che preparano i cuori perché si incontrino con Cristo, vana è ogni loro opera. A nulla serve portare l'uomo all'uomo, se poi non lo si porta a Cristo Gesù. Il fine di ogni pastorale è introdurre nel cuore di Gesù.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci veri operatori di pastorale.

 

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