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TESTO Tutti uomini di talento

padre Gian Franco Scarpitta  

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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/11/2017)

Vangelo: Mt 25,14-30 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 14Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito 16colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 20Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. 21“Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 22Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. 23“Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 24Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. 26Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. 28Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Forma breve (Mt 25,14-15.19-21):

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 14Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. 19Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 20Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. 21“Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Diceva Gandhi da qualche parte: “Sii tu stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.” Si riferiva particolarmente al concetto di azione che necessariamente deve seguire l'intenzione. Pensieri, sogni, progetti, ambizioni e grandi propositi, per quanto lodevoli e apprezzabili possano essere, sono destinati a disperdersi nel vento o a ristagnare in soffitta finché ad esse non seguitano le opere. Solo l'azione determina la trasformazione dei progetti e da questi il mutamento del mondo e occorre in ogni caso sempre agire anziché tergiversare o procrastinare. Rimedio efficace contro la paura, l'esitazione e il tentennamento è appunto lanciarsi, determinarsi e nella misura in cui ci si adopera si vince il timore stesso. Soprattutto perché ciascuno di noi non è un prodotto del caso o della fatalità, ma la risultante di un progetto che è stato impostato sin dall'eternità in modo singolare e irripetibile. Ciascuno insomma è se stesso, differente da tutti gli altri, per la sua peculiare personalità, per il suo particolare portamento, pensiero e soprattutto per le singolari qualità che non sussistono in tutti gli altri. Non riusciremo mai abbastanza a conoscere noi stessi fino in fondo, ma se scavassimo a fondo nella nostra individualità, ci accorgeremmo che possediamo numerosi talenti e qualità di cui solitamente non ci rendiamo conto e che attendono di essere sfruttati. Appunto la paura, la negligenza o la poca considerazione ci impediscono di venire a conoscenza di essi o peggio ancora la comune tendenza ad invidiare e perseguire le qualità degli altri anziché industriarci a conoscere le nostre. Quanto tempo si spreca, soprattutto da giovani, a considerare le altrui qualità, a mostrare gelosia per i carismi che hanno altri e che anche noi vorremmo possedere, ad imitare di conseguenza, senza esito, atteggiamenti e qualità altrui, quando invece noi disponiamo di un potenziale infinito che andrebbe scoperto e sfruttato. Dovremmo maggiormente concentrarci sui nostri carismi, sulle nostre qualità e sulle prerogative di cui disponiamo, non soltanto su quelli che si palesano immediatamente, ma anche su eventuali doti nascoste. Sarebbe opportuno cogliere tutte le opportunità per scoprire ed esternare i nostri carismi e concentrarci solamente su questi, adoperarci perché di essi ne traggano vantaggio coloro con cui interagiamo.

Mettere a frutto i nostri talenti del resto è quanto ci viene richiesto già dall'evidenza del buon senso comune, ma soprattutto dalla nostra identità di credenti.

Scrive Schopenhauer: “L'uomo ordinario non si preoccupa di altro che di come passare il tempo, l'uomo di talento di come impiegarlo”; ma nell'ottica della creazione noi ci troviamo ad essere tutti quanti uomini di talento e nessuno può di certo ammazzare il tempo o vivere alla giornata, perché a ciascuno sono date qualità e doti in modo conveniente e secondo inclinazioni e capacità singolari.

Ci viene incontro in tal caso la parabola odierna del padrone severo e del servo svogliato e negligente: a tutti i servi il padrone aveva consegnato talento con la raccomandazione di investirli e di farli fruttificare a secondo delle capacità di ciascuno. Al servo negligente non si chiedevano particolari abilità o grandiosi interventi finanziari al di sopra delle sue capacità oggettive, ma semplicemente di agire conformemente a quanto era nelle sue possibilità. Un solo telento non avrebbe certo profuso guadagni alla pari di quelli degli altri servi, ma deponendolo in una banca avrebbe certamente reso qualcosa in interessi e questo sarebbe bastato.

Il servo malvagio è stato demotivato nell'agire probabilmente dalla paura del padrone e dalla sua severità e ha solamente nascosto il suo talento, senza considerare che il più delle volte il padrone (in questo caso Dio) nei talenti getta i semi, a coltivare e concimare e far crescere è senz'altro Lui, ma non senza il nostro operato.

Nello Spirito Santo Dio ha dato a ciascuno vantaggi e potenzialità, capacità e inclinazioni, pregi e carismi che vanno considerati con la stessa attenzione con cui necessariamente vanno combattuti vizi, difetti e negatività. A ciascuno è stato concesso un determinato potenziale e nessuno ne è rimasto sprovvisto: ognuno di noi è stato pensato e posto in essere con peculiari caratteristiche e qualità.

A ciascuno però è stato dato anche il compito di non confondere il dono con un regalo. Un regalo è qualcosa che si da' e si riceve come fine a se stesso e che può essere conservato a lungo in uno scrigno qualora si tratti di un gioiello; oppure può essere prima o poi sperperato o distrutto. Il dono è qualcosa per cui rendere sempre grazie, che va certo custodito ma anche messo a disposizione degli altri, quindi coltivato, alimentato e messo a frutto. Direi che lo Spirito Santo ci ha ricolmato di doni, più che di regali e nessuno di questi va relegato in soffitta. Soprattutto quando si tratti di carismi, potenzialità e talenti.

Siccome poi abbiamo ricevuto doni, non possiamo essere animati dalla paura nei confronti di chi ce li ha elargiti, così come ha fatto il servo infingardo di cui sopra: Colui che ci ha fatto dono dei talenti ci ha usato fiducia, stima e benevolenza, confidando nella nostra collaborazione a che essi venissero sfruttati, quindi ha instaurato nei nostri riguardi un rapporto che non può essere identificato se non con l'amore: amore che Lui stesso dona profusamente e che va diffuso senza riserve a tutti. Chi di conseguenza confonde il dono con il regalo, nascondendo o sprecando i propri talenti, manca di corrispondere all'amore e questo a propria autocondanna.

Il discorso parabolico ovviamente riguarda la nostra vita presente e il costante procedere quotidiano nell'ottica della volontà di Dio. Ma non va omesso un particolare escatologico: alla fine dei tempi ci attende un incontro determinante con il Signore della storia e allora quale sarà la nostra resa dei conti? Giungeremo a mani vuote o con le spalle sovraccariche dal peso degli interessi che i nostri talenti avranno fruttificato?

Le opportunità che ci vengono concesse al presente, le occasioni della nostra vita, le risorse e gli impegni che ci vedono spesso affranti, unitamente alla speranza e alle aspettative coltivate di cuore, le conquiste dopo i fallimenti e il progresso maturato nelle lotte e nelle apprensioni... Tutto dovremo in ogni caso deporre nelle mani di chi elargisce doni a piene mani. E appunto per questo dovranno essere mani cariche di talenti moltiplicati.

 

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