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TESTO Commento su Isaia 55,1-3; Matteo 14,13-21

Carla Sprinzeles  

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XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (06/08/2017)

Vangelo: Mt 14,13-21 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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In quel tempo, 13avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. 14Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

15Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». 17Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». 18Ed egli disse: «Portatemeli qui». 19E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 20Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. 21Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Amici, siamo arrivati alla fatidica data delle ferie. Se volete un po' di refrigerio, anche per chi non va in ferie, ci sono le letture di questa domenica. Non scuotiamo la testa, proviamo a crederci, perché è vero!
Ricordate un episodio evangelico anch'esso accaduto sul far della sera? I due discepoli di Emmaus incontrano un pellegrino lo fanno fermare con loro e riconoscono il maestro mentre spezza il pane: era una cena dopo la resurrezione. Nel brano che leggeremo oggi, sul far della sera, non abbiamo due discepoli, ma cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini: Gesù li fa sedere e distribuisce il pane miracoloso. Questa cena sui prati è un simbolo della pacificazione delle creature finalmente strette in un unico convito: l'umanità intera mangia fraternamente senza che nessuno resti affamato e assetato! Che bello se l'umanitàfosse legata e pacificata in un solo convito!
Anche nella prima lettura Isaia invita gli assetati e gli affamati a mangiare senza denaro. E' un obiettivo da tenere davanti agli occhi! Il nostro mondo è basato sul dare e l'avere, ma i beni della creazione sono un'offerta a tutte le creature: nessuno è padrone di niente, siamo semplici amministratori!

ISAIA 55, 1-3
La prima lettura è tratta dal libro del profeta Isaia, al capitolo 55 e parla agli Ebrei in esilio a Babilonia. Dio sembra il grande assente, e forse è un po' così anche oggi per molti, invece è presente attraverso la sua Parola, che è efficace e feconda, una parola che è manifestata a tutti. Dice espressamente: “Voi tutti assetati...”, sì, parla a noi, che non solo possiamo conoscere la sete di acqua, ma soprattutto abbiamo sete di tenerezza, di verità, di stima, di fiducia e potremmo proseguire, perché le nostre seti sono veramente tante. Dice: “Venite all'acqua”, che può essere intesa come acqua fresca che disseta ma anche come conforto, tenerezza, gioia. La parola di Dio è capace di soddisfare qualunque sete. Il nostro creatore, se lo accogliamo, mette nel nostro cuore più gioia di quanta altri ne abbiano con vino e mosto in abbondanza.
Proseguendo, il testo ci meraviglia: “Voi che non avete denaro, venite; comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte”. Ma dove siamo? Nel paese di Bengodi? E dov'è? E' una dimensione interna all'uomo, è la dimensione che è la libertà dal giogo delle necessità, dell'utilità. E' una dimensione gioiosa e giocosa. Il vero, e sottolineo, il vero nostro modo di esistere non è quello del dare e dell'avere, come in realtà è basato ogni rapporto, ma è quello in cui i beni della creazione ritornano ad essere quello che intimamente sono: un'offerta a tutte le creature, nessuno è padrone di niente.
Sì, c'è la creazione che fiorisce e la creatura umana che ne usufruirà con gioia, partecipandola agli altri. La realtà in cui viviamo è un'altra: da una parte c'è la sovrabbondanza e dall'altra la fame e questo nel momento più luminoso della nostra storia, per quanto riguarda il progresso. La creazione sarebbe stupenda se noi abbandonassimo l'accumulo, l'accaparramento, il creare fame e sete invece di soddisfarle. Anche l'esodo domenicale o dei week-end allude a una fuga da luoghi di sofferenza e di oppressione verso luoghi di libertà e di pace. E' così, di fatto, perché abbiamo reso inabitabile, soffocante il mondo del nostro vivere quotidiano e abbiamo bisogno della fuga verso altri mondi. E' comunque bella questa aspirazione perché si radica sull'impulso di raggiungere una piena armonia con la creazione.
Occorre conoscere il rapporto profondo tra l'uomo e l'acqua, tra l'uomo e il sole, tra l'uomo e il fiore, tra l'uomo e le cose ma non sono nostre, noi ne usufruiamo, ci sono donate e finché non saremo fratelli tra di noi, seduti sullo stesso prato a dividere lo stesso pane, il sole, i fiori, l'acqua ci sarà l'impulso folle a distruggere le cose, a sporcare l'acqua, a oscurare il sole, a bruciare i boschi. L'unica, e ripeto, l'unica speranza che abbiamo è di accogliere la parola di Dio e non spendere denaro per ciò che non ci sazia, ma dovremo faticare con pazienza, guardando lontano alla speranza umana di una società in cui tutti gli uomini possano partecipare al banchetto, senza distinzione tra chi ha soldi per comprare e chi non li ha. E' stato profetizzato ben cinquecento anni prima di Cristo, è stato ripetuto e vissuto da Gesù. Oggi tocca a noi portare avanti questo messaggio. Vogliamo provarci? Questa è la strada, in realtà niente è nostro, tutto ci è donato e noi siamo amministratori.

MATTEO 14, 13-21
La lettura del Vangelo ritorna, dopo le parabole del seminatore e le altre del Regno, alla vita concreta di Gesù. Ha seminato la Buona notizia di Dio ma le persone erano impermeabili allo Spirito e ostili a questa notizia perché ci vedono una minaccia ai loro interessi e alla loro sicurezza. A Gesù giunge la notizia della morte di Giovanni Battista e deve fuggire, se non vuole essere ucciso anche lui. Parte su una barca e si ritira in un luogo deserto, in disparte.
Dall'inizio alla fine la vita di Gesù è segnata dall'ostilità da parte di chi ha il potere. Ma la persecuzione è un'arma a doppio taglio: anche se inizialmente sembra vincente, a lungo termine indebolisce il potente e potenzia il perseguitato.
Gesù cerca il silenzio, si ritira in luogo solitario: questo è necessario per avere il contatto, la sintonia con Dio nel nostro interno. Gesù abbandona la sua terra ma la fuga del Cristo anziché impedire la sua attività la rinvigorisce, infatti “le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città.” L'esodo del popolo assetato di libertà, di verità è inarrestabile. Il messaggio di Gesù ha donato la possibilità di essere padroni della propria esistenza, la pienezza di vita che provano è tale che li rende capaci di affrontare ogni disagio. Come Mosè condusse il popolo nel deserto così ora le folle seguono il Cristo nel deserto, nel cammino verso la libertà. Cosa ne pensate, ci aggreghiamo anche noi?
La vista delle folle suscita in Gesù la compassione, con l'effetto della guarigione dei malati. I discepoli, quando iniziano ad avere fame, è giunta l'ora della cena, si preoccupano e in modo sicuramente non in sintonia con il loro maestro gli dicono: “Manda via le folle perché andando nei villaggi si comprino il cibo.” I discepoli, come d'altronde facciamo noi, pensano ai loro bisogni, Gesù invece pensa a quelli della folla.
I due messaggi, quello di Isaia, che abbiamo letto, e quello delle Beatitudini di prendersi cura degli altri nella certezza che il Padre si sarebbe preso cura di loro, non erano passati nella vita dei discepoli. Le regole della società sono ancora oggi queste: ognuno pensa a sé, chi ha denaro mangia e vive, chi è senza non mangia e non vive. Gesù, invece, dice: “Non è necessario che se ne vadano: dategli voi da mangiare”.
I discepoli replicano presentando il poco che hanno: cinque pani e due pesci; i numeri sono importanti, non hanno valore numerico ma figurato: cinque più due fa sette, biblicamente sette indica la totalità, vuol dire che quel poco che i discepoli ritenevano insufficiente è invece bastante una volta messo insieme. Per prima cosa Gesù ordina alla folla di sedersi sull'erba, ossia invita ad assumere la posizione dei signori che, durante i banchetti, mangiavano sdraiati su un fianco. Gesù vuole rendere gli uomini signori, cioè liberi come lui lo è. Poi Gesù compie gesti identici a quelli dell'ultima cena: “Alzati gli occhi al cielo, benedì, spezzò i pani e li diede ai discepoli e questi alle folle”.
Ponendo questa relazione l'evangelista Matteo vuole dimostrare che il dono della propria vita espresso nell'ultima cena è possibile quando è preceduto dal dono di quello che si ha. Quindi ognuno di noi donando se stesso fa realizzare il dono di Gesù.
Benedicendo Dio per i pani e per i pesci, Gesù mostra che questo alimento non è di proprietà dei discepoli ma è dono del Padre che offre cibo a ogni uomo senza distinzione. Mangiano tutti, ne avanzano dodici ceste e dodici è riferito alle dodici tribù di Israele e vuole dire che lo stesso gesto di condivisione che ha fatto Gesù con i suoi discepoli è possibile per tutto Israele. L'abbondanza di pani nasce dalla condivisione fatta per amore. Quelli che avevano mangiato erano cinquemila, questo numero indica l'azione dello Spirito, difatti Pentecoste è il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua e vuole dire che alla folla non è stato dato solo cibo materiale ma con esso lo Spirito, l'amore che ha originato il gesto della condivisione.

Il Signore si lascia disturbare dalla folla, era stanco, aveva bisogno di riposare ma la compassione per la folla gli fa dimenticare il suo bisogno di riposo ed è attraversato dallo Spirito che ristabilisce in un attimo le sue forze.
Ecco se siamo stanchi, l'unica cosa è farsi attraversare dallo Spirito che ci rigenera e ci rende capaci di condividere la forza vitale che Dio ci dona con gli altri.

 

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