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TESTO Tra fede e religione

don Alberto Brignoli  

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XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (09/07/2017)

Vangelo: Mt 11,25-30 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Mt 11,25-30

In quel tempo Gesù disse: 25«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Che bello sentire parlare nel Vangelo di oggi di qualcuno che offre ristoro agli stanchi e agli oppressi! Perché in questi giorni, un po' stanchi e oppressi lo siamo tutti, vuoi per il caldo soffocante che (almeno dalle nostre parti) non ci dà tregua neppure di notte, vuoi perché siamo nel periodo immediatamente precedente alle ferie (per chi non vi si trova già), ovvero il periodo dell'anno in cui stanchezza e stress si accumulano e ci rendono affaticati e nervosi. E allora, ognuno di noi va alla ricerca di un po' di ristoro, di refrigerio, di riposo da tutti questi fattori di stanchezza. Ovviamente, il gioco deve valere la candela, ovvero è bene fare qualche cosa che veramente soddisfi l'aspettativa di trovare ristoro e riposo, altrimenti avviene come quelle vacanze brevi e spesso tanto agognate che poi si trasformano in motivo di stress perché su tre giorni di vacanza, ventiquattr'ore sono andate via in una lunga coda di auto sulla strada o in prolungate attese per ritardi di treni e aerei...al punto che si arriva a dire: "Era meglio stare a casa a dormire!".

Al di là della battuta, viviamo in una società che - lo diciamo spesso - ci sottopone a ritmi di vita veramente stressanti, e molto spesso le soluzioni che attuiamo per uscirne lo sono ancora di più. Un'indagine del Ministero del Lavoro rivela che in Italia oltre il 50% dei lavoratori italiani vive il proprio lavoro sotto stress (mentre invece il lavoro dovrebbe essere una soddisfazione, una realizzazione delle proprie capacità): il problema è che in periodi di crisi economica come l'attuale, la soluzione (cercare un altro lavoro più sereno e meno logorante) crea ancora più stress, perché sappiamo bene la fatica che si fa oggi a trovare lavoro, per cui si tiene, nonostante tutto, quello che si ha, anche se si vive sotto stress. Di certo, sono tutte cose che non contribuiscono alla nostra serenità.

E quando a metterci sotto stress, a essere un peso e una fatica, a farci sentire stanchi e oppressi è la vita di fede? Intendiamoci: io non ho mai conosciuto una persona "stressata per fede", cioè che viva la fede come uno stress. Però gente che vive la fede e la religiosità come un peso, con un senso di oppressione e di fatica ce n'è, eccome: e anche tra coloro che desidererebbero essere buoni credenti, buoni cristiani. Perché dico questo? Perché la frase di Gesù nel Vangelo di oggi dalla quale siamo partiti per la nostra riflessione ("Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro") pare si riferisca proprio alla stanchezza nel vivere la vita di fede, all'oppressione provocata da una religione che, invece di liberare l'uomo, lo "rilega", lo lega ancora di più a Dio in maniera talmente oppressiva da spingere l'uomo ad atteggiamenti di forte rifiuto nei confronti delle cose di Dio.

Il discorso di Gesù nella Liturgia della Parola di oggi sembra proprio essere un inno di lode al Padre per aver fatto dono agli uomini, attraverso la sua persona, di una fede consolante, di una religione liberante, di un messaggio di speranza, di una buona notizia (il Vangelo, appunto) che venisse a liberare gli uomini di allora e di sempre da una religiosità opprimente, pesante, difficile da vivere. Il contesto in cui Gesù pronuncia queste parole è quello del capitolo 11 di Matteo, nel quale il Maestro si scaglia contro le città della Galilea che non avevano accolto il messaggio di Gesù: e il motivo era sempre lo stesso, ossia perché erano dominate da una classe dirigente religiosa fatta di dottori della Legge e di scribi che conducevano il popolo a loro affidato non con l'entusiasmo di far incontrare le persone con Dio, ma con uno stile oppressivo e di dominio che, attraverso la manipolazione delle coscienze, facesse sentire la gente in un rapporto di sudditanza con Dio e soprattutto con la Legge di Mosè, di fronte alla quale nessuno poteva dire nulla perché il "popolino" era incapace di farne una corretta interpretazione: cosa affidata appunto a scribi e dottori della Legge, che Gesù velatamente cita nelle prime parole del Vangelo di oggi, quando ringrazia Dio perché il Vangelo è rivelato ai piccoli, e non ai sapienti e ai dotti.

Le città e i villaggi che non avevano accolto la novità del Vangelo avevano preferito rimanere soggetti a una religiosità dominata da scribi e dottori che, attraverso l'interpretazione della Legge secondo i propri schemi, mantenevano il popolo soggetto alla loro autorità, e quindi a un Dio che più che essere amato doveva essere obbedito e riverito. Ma chi ha conosciuto Gesù come Figlio ha conosciuto Dio come Padre: e se l'atteggiamento del Figlio è quello dell'accoglienza e della misericordia, Dio non può essere un Giudice da temere, ma un Padre da amare. Ecco perché la religiosità, il rapporto dell'uomo con Dio annunciato da Gesù nel Vangelo, non è un legame oppressivo, ma un carico dolce e leggero, un compagno di viaggio fedele, come uno zaino da montagna che non pesa, eppure dentro il quale non manca nulla.

Se pensiamo che questa idea di religiosità come peso oppressivo che domina le coscienze sia qualcosa che riguardava solo il popolo ebraico al tempo di Gesù, ci sbagliamo di grosso. Troppa gente, ancora oggi, anche tra noi cristiani, vive il proprio rapporto con Dio e con suo Figlio Gesù più come una "religione" (nel senso di legame) che come una "fede", cioè come un patto, un'alleanza con Dio basata sulla fiducia. Troppa gente sente la religiosità come un insieme di norme da compiere, di leggi da rispettare, di precetti da osservare, a volte con quella scrupolosità legata ai tempi dell'anno, ai giorni di un mese, alle ore di una giornata, quasi che se non si rispettassero puntigliosamente giorni e orari della preghiera, della messa, dei sacramenti, della confessione, il nostro rapporto con Dio si affievolirebbe e si spezzerebbe, come se fosse, appunto, un legame.

Il nostro rapporto con Dio non è un legame, non può incatenare come s'incatena un prigioniero, non può creare oppressione ed essere vissuto come un peso; Dio lo si ama, lo si vive con gioia in un rapporto d'amore.

E un rapporto d'amore libera dalle oppressioni, solleva dai pesi, ristora dalle fatiche, e soprattutto è dolce e leggero.

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