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TESTO Essere ‘lebbrosi' sanati e grati

mons. Antonio Riboldi

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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (09/10/2016)

Vangelo: Lc 17,11-19 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 17,11-19

11Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 14Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 15Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». 19E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Tutti sappiamo come noi uomini ci teniamo ad essere accolti dall'apprezzamento della gente, di chi ci guarda! Viviamo in una società edonistica, dove spesso conta più l'apparenza, una ‘bella presenza', piuttosto che la verità dell'essere. Come pure sappiamo quanto oggi, in ogni età, si spenda per avere il ‘lasciapassare' della bellezza fisica...indifferenti, magari, se è la nostra anima ad essere ‘lebbrosa'!

Al tempo di Gesù (e in alcune parti del nostro mondo ancora oggi!) i malati di lebbra subivano due gravi umiliazioni. La prima era nella malattia, che abbruttiva l'aspetto fisico, al punto da non essere più ‘presentabili' agli occhi della gente; inoltre le malattie, e tra queste la lebbra, venivano interpretate come un segno del castigo di Dio, per cui erano considerate di pericolo alla salute pubblica e dei reprobi, da punire, segregandoli fuori dalle mura della città. Erano così condannati dalle autorità religiose, i sacerdoti del tempio, ad una solitudine, che poteva generare solo disperazione, perché l'uomo ha bisogno dell'altro, o meglio dell'amore dell'altro, soprattutto quando soffre nel cuore o nel corpo.

Così racconta il Vangelo oggi: "Durante il viaggio verso Gerusalemme Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: ‘Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!'. Gesù appena li vide disse: ‘Andate a presentarvi ai sacerdoti'. E mentre essi andavano furono sanati."

Gesù, - e dovrebbe essere così anche per noi suoi discepoli - al contrario della mentalità corrente del suo tempo, non solo non conosce assurde ed ingiuste emarginazioni, ma va oltre, si fa vicino ai ‘lebbrosi' di ogni genere, con amore preferenziale.

Così sulla sua strada si affollano ciechi, storpi, rifiutati, peccatori, lebbrosi: tutti quelli, insomma, che ‘il mondo' caccia, mentre Gesù per tutti ha tenerezza, compassione, amore.

Quante volte mi è capitato di incontrare fratelli o sorelle che, volendo, almeno con il sacerdote, manifestare ciò che sentivano e come si vedevano dentro, mi dicevano: ‘Faccio schifo a me stesso! Sembro agli altri bello, felice, ma che ne sanno?'

A chi ‘si sente' così dico: Tutti possiamo ‘sentirci' tanto o poco ‘sporchi' dentro, fa parte della nostra povertà, ma il bello è che Gesù ci ha rassicurati: ‘Non sono venuto per i sani, ma per i malati...' Gesù attende solo questo da noi: riconoscere la nostra miseria - ‘Gesù, Maestro, abbi pietà di noi' - fiduciosi nella Sua compassione e salvezza. Coraggio, dunque, sempre.

Ma il Vangelo di oggi continua: "Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro, lodando Dio a gran voce e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: ‘Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri dove sono? Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio all'infuori di questo straniero?'. E gli disse: ‘Alzati e va', la tua fede ti ha salvato'. " (Lc. 17, 11-19)

C'è una profonda vena di amarezza nelle parole di Gesù, che mettono in luce come, a volte, quando si è avuta una grazia, o aiuto, ci si scordi di chi ce ne ha fatto dono. L'ingratitudine è un vizio diffuso, che denota egoismo...mentre la gratitudine, come quella del Samaritano, onora il cuore dell'uomo.

Nella vita si dovrebbe sempre dire ‘Grazie' a chi ci fa il bene, sempre. È amore che si riceve e si riconosce. Ma è cosi? È bello il racconto di Naaman il Siro, raccontato nel Libro dei Re.

Naaman il Siro, malato di lebbra, obbedendo alla parola del profeta Eliseo, che gli aveva ordinato di lavarsi sette volte nel fiume Giordano guarì.....‘Tornò con tutto il seguito dall'uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: ‘Ebbene, ora so che non c'è Dio su questa terra se non in Israele. Ora accetta un dono dal tuo servo'. Quegli gli disse: ‘Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò'. Naaman insisteva perché lo accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naaman disse: ‘Se è no, almeno mi sia permesso di caricare qui tanta terra quanta ne portano due muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore". (Re 5, 14-17)
Un meraviglioso esempio di come si deve gratitudine...

Anche noi, nella vita, riceviamo immensi doni dal Padre, anzi, tutto nella nostra vita è dono, anche se non ne abbiamo consapevolezza o non ci badiamo o non ce ne ricordiamo.

Per questo la prima preghiera che i genitori ci insegnavano a recitare, iniziando la giornata era:

"Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte. Ti offro le azioni della giornata, fa' che siano tutte secondo la Tua santa volontà, per la maggior Gloria tua. Preservami dal peccato e da ogni male. La Tua Grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari".... E chiudendola: "Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questo giorno. Perdonami il male che oggi ho commesso e se qualche bene ho compiuto accettalo. Custodiscimi nel riposo, la Tua Grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari.". Non dimentichiamoci mai di ringraziare il Signore per i suoi doni!

Spesso anche Papa Francesco ce lo ha ricordato con forza: "Certe volte viene da pensare che stiamo diventando una civiltà delle cattive maniere e delle cattive parole, come se fossero un segno di emancipazione. La gentilezza e la capacità di ringraziare vengono viste come un segno di debolezza, a volte suscitano addirittura diffidenza. Questa tendenza va contrastata nel grembo stesso della famiglia. Dobbiamo diventare intransigenti sull'educazione alla gratitudine: la dignità della persona e la giustizia sociale passano entrambe da qui. Se la vita famigliare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà. La gratitudine, poi, per un credente, è nel cuore stesso della fede: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Una volta ho sentito dire da una persona anziana, saggia, molto buona, semplice, ma con quella saggezza della pietà, della vita: "La gratitudine è una pianta che cresce soltanto nella terra delle anime nobili". Quella nobiltà dell'anima, quella grazia di Dio nell'anima ci spinge a dire grazie. È il fiore di un'anima nobile. È una bella cosa questa!'. Così sia!

 

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