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TESTO Ma se neppure Dio condanna...

don Alberto Brignoli  

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (11/09/2016)

Vangelo: Lc 15,1-32 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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In quel tempo, 1si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola:

4«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Forma breve (Lc 15, 1-10):

In quel tempo, 1si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola:

4«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Molta gente fatica a credere, oggi. Diciamo che credere nel messaggio evangelico non è mai stato troppo semplice: le esigenze del Vangelo e della sequela di Gesù sono forti, e riuscire a essere uomini e donne coerenti con i valori morali e spirituali che il Maestro ha proposto all'umanità durante la sua vita terrena è senza dubbio un impegno non indifferente, perché comporta scelte e rinunce che spesso vanno in controtendenza rispetto al vivere quotidiano. Proprio per questo, molta gente, dopo aver ricevuto un'educazione cristiana, per i più svariati motivi, si allontana dalla pratica religiosa e dagli insegnamenti del Vangelo per vivere una vita non legata a questi valori: ciò non significa necessariamente che viva una vita di dissolutezza spirituale e morale, ma semplicemente che le scelte di vita che compie e che i valori su cui decide di fondare la propria vita prescindono da un riferimento a Gesù Cristo, o più in generale a Dio. E nella stragrande maggioranza dei casi, ciò avviene nel rispetto delle credenze altrui, o quantomeno nell'indifferenza: ciò significa che moltissime delle persone che non seguono una pratica religiosa non hanno da ridire o da rimproverare qualcosa a chi invece crede, semplicemente si fanno la propria vita e chiedono altrettanto.

È su questo "altrettanto" che purtroppo a volte non c'è reciprocità, perché non è difficile notare, tra noi credenti, un insieme di atteggiamenti non sempre rispettosi dell'altrui libertà, più a livello di giudizi e parole che di fatti concreti. Cerco di spiegarmi un po', perché ritengo che questa sia la chiave d'interpretazione delle tre parabole della misericordia che abbiamo ascoltato e che sono un po' l'emblema, il simbolo di quest'Anno Giubilare che pian piano volge al termine. Il capitolo 15 del Vangelo di Luca si apre e si chiude con due "pentole di fagioli", messe a bollire sul fuoco dell'irreprensibilità e della perfetta pratica religiosa: la prima è la pentola di farisei e scribi che "mormoravano" contro Gesù (anzi, contro "costui", nemmeno si degnano di chiamarlo per ciò che è), la seconda è la pentola del figlio maggiore dell'ultima parabola che rimprovera qualcosa a suo padre (anzi no, è il suo datore di lavoro: nemmeno si degna di chiamarlo per ciò che è). Cos'è che "mormorano" e "rimproverano" queste due pentole? Sostanzialmente, la medesima cosa: che Dio non può trattare tutti alla stessa maniera, credenti e non credenti, vicini e lontani da lui, e soprattutto che non può aprire, anzi, spalancare le porte della sua casa a chi, in precedenza, queste porte le aveva chiuse, magari anche in modo arrabbiato e violento. Hanno deciso di non credere in Dio? Che se ne stiano fuori dalla comunità dei credenti, dalla casa di Dio: la comunità, la casa di Dio, la Chiesa, è per chi non l'ha mai abbandonata, non per chi fa i suoi comodi e poi torna a bussare alla casa di papà.

Sì, perché questo è ciò che a volte avviene: a volte ritornano, come dice il titolo di un vecchio film. A volte - ed è molto meno raro di quanto si creda - chi ha scelto di abbandonare la pratica religiosa e il riferimento ai valori della fede per i più svariati motivi (non ultimo, ricordiamocelo, la scarsa coerenza di noi cristiani-modello) trova un'occasione, uno spunto, un motivo per riprendere il discorso religioso, a suo modo, in maniera balbettante e imperfetta (impura, o semi-atea, direbbero "i migliori"), ma forse sincera, e sicuramente sofferta. E fa ritorno a Dio passando attraverso gli angoli remoti della propria coscienza buia, come ritorna alla luce una piccola monetina di pochi centesimi perduta tra le fessure del pavimento di una dispensa impolverata; e fa ritorno a Dio camminando lungo le ripide e insidiose pendenze del libero arbitrio e dell'agnosticismo religioso, come quando un pastore ritrova la sua pecora che si era persa perché andata alla ricerca di pascoli alternativi; e fa ritorno a Dio rientrando in se stesso, e rendendosi conto che non solo si è allontanato da Dio, ma lo ha fatto di proposito, eliminandolo dalla propria vita, uccidendone l'immagine che portava impressa in sé, facendo di tutto per scrollarsi di dosso l'idea soffocante di un Dio che ama tanto fare il papà dell'umanità, come è successo per il figlio minore dell'ultima parabola.

Grazie a Dio, nessuna donna e nessun uomo, pur lontano dalla fede o da qualsivoglia riferimento valoriale, si dimentica di essere figlio e figlia: e allora, se rimane nel cuore dell'uomo un barlume, una scintilla della luce di Dio, questa è proprio la sua paternità, è la sensazione (che poi si fa speranza, che poi si fa certezza) che Dio, alla fine, comunque, ti vuole bene, ti abbraccia, ti aspetta. E soprattutto fa festa per te. Diamine: se Dio - che dovrebbe essere offeso perché ti sei allontanato da lui e hai prescisso da lui - offeso non lo è affatto, anzi, fa festa perché eri perduto e ti ha ritrovato, perché mai ci deve essere qualcuno "offeso" al suo posto? Perché mai ci deve essere qualcuno che se la prende con quelli che si allontanano da Dio? Perché mai devono esistere "avvocati di Dio" pronti a prenderne le difese citando le più abiette e sclerotiche versioni della precettistica divina, in nome delle quali si sentono autorizzati a pronunciare capi d'accusa "mormorando" contro pubblicani e peccatori e addirittura "protestando contro Dio" per la sua eccessiva bontà? Perché c'è gente infelice e scontenta di essere cristiana, quando la gioia più grande "davanti agli angeli di Dio è quella per un peccatore che si converte" e che torna a sentire dentro di sé l'amore di Dio Padre, nonostante abbia fatto spesso a meno di lui?

No, non è Dio che condanna: Dio perdona, ama, e gioisce per i suoi figli. Detto questo, chi si credono di essere quei cristiani scontenti e brontoloni che si sentono privilegiati per non essersi mai allontanati da Dio? Ammesso che ciò sia vero...

 

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