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TESTO Tanta-roba, gente!

don Marco Pozza  

XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (31/07/2016)

Vangelo: Lc 12,13-21 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 12,13-21

In quel tempo, 13uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». 14Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

16Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. 20Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. 21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

La roba. Tanta-roba, ma così tanta che pare impervio persino azzardarne una valutazione: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante». L'abbondanza, nei Vangeli, è non-misura, il tratto tipico del Dio Nazareno: l'esagerazione, l'inaspettato, il raddoppiamento della sorpresa. Non piena di grazia, bensì moltiplicazione di grazia fu Maria, donna prima tra le donne: «Ave Maria, strapiena di grazia», osò rivelarle l'arcangelo, un angelo raddoppiato pure lui. La roba di quell'uomo era roba tutta sudata: «Tutta quella roba se l'era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll'affaticarsi dall'alba alla sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la piaggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule - scrive Giovanni Verga nella sua novella La roba -. Egli solo non si logorava pensando alla sua roba». Il possidente del vangelo è il sosia del Mazzarò della novella siciliana: «Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba». Vuol dire che ad abitarlo è un unico sogno, pure immenso se volete: essere risaputo il più ricco-sfondato tra le lapidi del cimitero. Il Vangelo li conosce a menadito: questi funamboli «Egli ragionava tra sé: "Che farò, poiché non ho dove mettere i raccolti?"». Non solo ricco, pure tirchio: taccagno come quell'uomo che quando seppe dei saldi alle pompe funebri, decise di farla finita.

La roba fu l'eterno suo cruccio, mica il peccato che gli rinfaccia il Vangelo: tanta-roba è anche benedizione divina, moltiplicazione voluta, sovrabbondanza. A fregarlo fu il pensiero d'esser solo in mezzo a quell'iradiddio di sproporzione: «Che cosa farò, poiché non ho dove mettere i raccolti». C'è da scommetterci che nella moltiplicazione aveva fiuto imprenditoriale: la roba, moltiplicata per la roba, fa come risultato tanta-roba. Moltiplicazione e addizione, con l'esatto abbinamento dei pronomi scelti non a casaccio, quelli (p)ossessivi: «Miei raccolti, miei magazzini, anima mia». Mica era un uomo-da-solo: chissà poveri che avranno bussato a quella porta, qualche donna avrà pure tentato di farselo marito, forse qualcuno di casa avrà chiesto prestito per un piccolo affare, per un debituccio da quattro-soldi. Niente da fare: «Anima mia, riposati, mangia, bevi e divertiti». Cos'è l'avarizia se non vivere nella miseria per paura della miseria? Quando tutti i peccati sono vecchi, l'avarizia è ancora giovane. Eccolo l'affondo del Cristo: è un colpo di fioretto. E' l'annunciazione di una svista, forse anche di un'ingenuità: «Hai a disposizione molti beni, per molti anni». I molti-beni era la tanta-roba, materia d'uomo: sudore, fatica, stagioni. Sulla tempistica, alzò un po' troppo il gomito, era materia divina non facile da valutare: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita». L'epitaffio che il verga scrisse in morte del suo caro amico Mazzarò: «Quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba per pensare all'anima - annota come requiem della novella -, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: "Roba mia, vientene con me!"».

Diranno gli impostori d'ogni stagione: "Solito Cristo che minaccia sui soldi. Solita chiesa: discola, furbetta a distrarli". Circa la chiesa, ch'è mistura d'umano e divino, la questione è ancora insoluta: forse rimarrà tale. Sul Cristo il bersaglio è mancato: mai condannò la ricchezza. A qualcuno degli umani, addirittura, fece trovare doppi i raccolti, moltiplicò talenti, decuplicò il valore di dramme e di perle. Si fece sfiorare con lo sguardo dai Magi-ricchi-sfondati, fu amico di donne che gli mantennero tutta la squadra. Il sepolcro glielo offrì un ricco d'Arimatea. Ebbe donne che gli unsero i piedi con profumi che mandarono in bestia un tesoriere d'oro come l'Iscariota. La ricchezza, attorno a Cristo, abbondò. Il suo segreto l'aveva già smascherato un suo antenato con la cetra in mano: «Alla ricchezza, anche se abbonda, non attaccate il cuore» (Sal 61,11). L'abbondare degli averi mai arrecherà dubbi a Dio, l'attaccamento del cuore rimarrà il cavallo di battaglia.

Che, a pensarci, l'economia è tutta qui: l'unico modo di buttare via il proprio denaro è non spenderlo.

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