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TESTO Commento su Giovanni 14,23-29

fr. Massimo Rossi  

VI Domenica di Pasqua (Anno C) (01/05/2016)

Vangelo: Gv 14,23-29 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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23Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

Il contesto del presente insegnamento è l'ultima cena. I due aspetti sui quali siamo chiamati a riflettere e a pregare, sono: l'amore cristiano e la pace di Cristo.
Non tutti gli amori si possono definire cristiani; e anche la pace, non la si può chiamare cristiana se non a determinate condizioni.
Si può parlare di amore vero, quando non ci si ascolta? quando manca la sensibilità e la volontà di fare posto alla persona del partner nella propria vita, tra i propri impegni?... Non vi sembra ipocrita ripetere "Ti amo!" e poi fare come se l'amato non esistesse? È egoismo bell'e buono! Significa tenere legata a sé una persona, pretendendone la fedeltà, ma senza corrispondervi. Il partner diventa proprietà privata, un oggetto di piacere, tra gli altri, una conquista della quale si può financo andare fieri... Ho incontrato più di un uomo che si sentiva frustrato nella propria identità virile, perché non aveva (ancora) una compagna; ma quando la trovò, non fu capace di amarla e di farsi amare.
Unica soddisfazione, potersene vantare con gli amici, con i colleghi, con la famiglia... "Finalmente c'ho la ragazza!".
Il discorso è del tutto analogo quando l'altro termine della relazione è Dio: vantare di essere cristiani, e dimenticarsi addirittura di Dio, significa pretendere che Dio ci sia fedele, venga incontro alle nostre necessità... ma non ascoltare le Sue parole, rifiutando di stare alla Sue condizioni; in una parola, mancare noi stessi di fedeltà.
Per questo, i profeti parlavano del popolo di Dio come di un'adultera.
Ebbene, di cristiani così, ce ne sono tanti! Pretendono tutti i diritti della fede - ammesso che ce ne siano!... -, ma di doveri non ne vogliono sapere! I famosi credenti non appartenenti.
Reciprocità:
Dio ci ama a prescindere dalla nostra risposta.
OK! Tuttavia, come ci guarderemo allo specchio, la mattina? come avremo ancora rispetto di noi stessi, quando, pur potendo corrispondere all'Amore di Dio, ragioniamo e viviamo come se Dio non esistesse?
Amare Dio e amare il prossimo sono le due facce della stessa medaglia, almeno secondo il Vangelo: il Signore si rende conto che l'uomo non è in grado di amare Dio direttamente: è vero, noi non siamo capaci di manifestare amore pieno e diretto a Colui che non vediamo, né sentiamo per un nostro limite oggettivo... Per questo, il Figlio di Dio ci ha indicato la via: e questa via è la carità. Gesù lo insegna ai discepoli, durante la cena di addio e lo ribadisce, la domenica di Pasqua, a Maria Maddalena: "D'ora in poi, l'unico modo di amare Dio, l'unico modo di amarmi, sarà quello di annunciare la (mia) risurrezione!" (cfr. Gv 20,17).
Sappiamo che l'annuncio della risurrezione di Cristo non si può dare soltanto a parole, ma va manifestato in concreti atteggiamenti, operando determinate scelte di vita. Ciascuno deve assumersi la responsabilità dell'altro, perché tutti gli esseri umani nascono uguali e perché per tutti vige quella regola aurea che è fondamento di ogni religione e di ogni sistema etico: "fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi". Ciascuno dovrà imparare a discernere quali atteggiamenti, quali scelte concrete traducono il sogno di un mondo migliore nella realtà quotidiana, (il sogno) di un bene comune accessibile a tutti.

Una di queste scelte - e veniamo alla seconda ‘consegna' di Gesù - è la pace.
Anche su questo tema è stato detto e scritto molto, e potremmo dire e scrivere altrettanto, se non di più. Ma con le parole e i libri non si va molto lontano... La pace di Cristo si realizza solo con il perdono! Perdonare e chiedere perdono sono le due condizioni per porre le basi di una pace solida e duratura. S.Giovanni Paolo II ebbe il coraggio di chiedere perdono a nome della Chiesa a tutti coloro che, non solo nei secoli passati, la Chiesa ha perseguitato e ucciso in nome di Dio.
E, tanto per riprendere il concetto di reciprocità, quando ragioniamo in termini di perdono cristiano, non ha senso accampare la pretesa della reciprocità; so di toccare un nervo scoperto... Del resto, Gesù ne parlò e visse in conformità con i suoi insegnamenti.
Quando una società riconosce e concede determinati diritti è perché lo ritiene eticamente giusto, non per avere una contropartita. Senza contare che la faccia deteriore della reciprocità si chiama ritorsione. Parliamoci chiaro: l'atteggiamento che le società occidentali hanno verso i musulmani può comportare pesanti conseguenze per i cristiani che vivono in alcuni Paesi islamici; come sorprenderci se la loro vita quotidiana si ritroverà ancor più circondata da diffidenza e ostilità, o se qualche musulmano moderato si ritrova spinto fra le braccia dei fondamentalisti?
La paura esiste, ma è cattiva consigliera e porta a percezioni distorte della realtà, come dimostra un sondaggio sui timori degli italiani nei confronti degli immigrati, ma anche solo l'ascolto delle confidenze di tanti fedeli. Proprio per questo la paura non deve essere lasciata alla sua vertigine, va oggettivata, misurata e ricondotta alla ragione, se vogliamo che la nostra società sia più umana, e più cristiana. Altrimenti, dove arriverà, in nome di paure più fomentate che reali, la nostra regressione verso l'intolleranza e il razzismo spicciolo, di chi non perde occasione per manifestare con sogghigni, battute, insulti... la propria ostilità nei confronti dell'altro, quale che sia il motivo della diversità? Del resto, è proprio l'essere "concittadini", conoscersi, vivere fianco a fianco, condividendo le stesse preoccupazioni per il lavoro, la salute, l'educazione dei figli, la salvaguardia dell'ambiente, che porta a una nuova comprensione dell'altro, che aiuta a vedere le persone e le situazioni con un occhio diverso, più acuto e lungimirante, con gli occhi di Cristo.
Ma,
prima di affrontare la questione dell'accoglienza di coloro che vivono fuori di casa nostra, è necessario guardare dentro casa nostra, nelle nostre famiglie. Facciamo un esame di coscienza e affrontiamo i problemi legati al perdono. Non c'è più tempo per rimandare a domani!

 

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