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TESTO Deus caritas est

don Michele Cerutti

V Domenica di Pasqua (Anno C) (24/04/2016)

Vangelo: Gv 13,31-35 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 13,31-35

31Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Per la riflessione di questa domenica mi faccio aiutare da Papa Benedetto XVI che lo scorso 16 aprile ha compiuto 89 anni.
Con la sua prima enciclica Deus Caritas est egli ha saputo tratteggiare in maniera esaustiva la carità come virtù teologale che rende le altre virtù autentiche. E' la carità il tema dominante questa domenica con il comandamento che Gesù ha affidato ai suoi discepoli nel momento più difficile l'Ultima Cena. Entriamo nel dettaglio.
«Nella mia prima Enciclica - scrive il Papa - desidero parlare dell'amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri». «Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in Lui»: queste parole del Vangelo di Giovanni aprono l'enciclica.
Il Papa ricorda ai fedeli e a tutti i suoi lettori la molteplicità di significati, e quindi la ricchezza semantica della parola «amore». Cita così l'amor di patria, l'amore tra amici, l'amore per il lavoro, quello tra genitori e figli, l'amore per il prossimo fino all'amore per Dio. Si sofferma, in particolare, sull«amore tra uomo e donna» in quanto - scrive - «archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono».
Benedetto XVI richiama le critiche che vengono talora rivolte alla Chiesa: «La Chiesa - scrive, riferendosi tra l'altro anche al filosofo Nietzsche - con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?». Per Benedetto XVI, la risposta è molto profonda, e va oltre una limitata visione emozionale ed egoistica del sentimento umano più diffuso: «L'eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, estasi verso il Divino ma caduta, degradazione dell'uomo. Così diventa evidente che l'eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all'uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende».
L'uomo, composto «di corpo e di anima» diventa «veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità». Da ciò - per Benedetto XVI - deriva che «l'eros degradato a puro sesso diventa merce, una semplice cosa che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso diventa merce». L'amore vero ha, quindi, necessità di «un cammino di ascesa e di purificazione»; necessità di «esclusività» e del suo essere «per sempre» in quanto «mira all'eternità». «L'eros rimanda l'uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività (...) all'immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l'icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa». L'amore è definito «estasi», intesa come«cammino, come esodo permanente dall'io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé». Da questa dimensione di «agape», l'amore può poi scalare le vette dell'offerta totale e assoluta non solo a una persona, come è nella normalità del rapporto di coppia, ma a più persone fino all'intera umanità, come avviene nelle famiglie aperte alla vita e all'accoglienza e anche, in altro ambito, nella vocazione presbiterale o religiosa, facendosi «tutto a tutti». L'amore esige una intima compenetrazione e un profondo equilibrio tra corpo e anima, tra l'eros e l'agape, tra l'umano e il divino. Scrive il Papa: «L'uomo non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono». E la «sorgente» primordiale dell'amore è Dio.
L'esercizio della carità da parte della Chiesa poggia sulla verità - ricorda Benedetto XVI - che l'amore «è divino perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma». Da qui sono venute, nel corso della storia, le varie forme di intervento caritativo ecclesiale, definite «espressione di un amore che cerca il bene integrale dell'uomo», con la sottolineatura che «la Chiesa non può trascurare il servizio della carità così come non può tralasciare i Sacramenti e la Parola». Benedetto XVI richiama - in un breve excursus storico - il sorgere della questione sociale, il nascere negli ultimi due secoli della «dottrina cristiana sullo Stato e la dottrina sociale della Chiesa», fino al confronto con il marxismo e alle Encicliche sociali. «L'amore - caritas - sarà sempre necessario, anche nella società più giusta», annota poi il Pontefice.
I Santi sono coloro che hanno creduto che Dio è amore e che Lui «tiene il mondo nelle sue mani e che nonostante ogni oscurità Egli vince». Ne ricorda diversi, da San Martino di Tours, che condivise il suo mantello con un povero, fino a Francesco d'Assisi, Ignazio di Loyola, San Vincenzo de Paoli, Cottolengo, don Bosco, don Orione, Teresa di Calcutta. «I Santi - scrive il Papa - sono i veri portatori di luce all'interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore». Abbiamo chiarito per vivere la carità in maniera non superficiale ma livello pieno ed esaustivo.

 

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