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don Alberto Brignoli  

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V Domenica di Pasqua (Anno C) (24/04/2016)

Vangelo: Gv 13,31-35 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 13,31-35

31Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

L'ultima volta che abbiamo sentito parlare di lui è stata esattamente un mese fa: era il venerdì santo, e durante la lettura della Passione, è stata ricordata anche la sua figura. Poche parole, nella versione di Giovanni, proprio come nel vangelo di oggi, ma sufficienti a farci comprendere che anche la sua vicenda ha fatto parte, in maniera incomprensibile e necessaria, del mistero della nostra salvezza. Lui, Giuda, non poteva certo rimanere nel cenacolo mentre Gesù si apprestava a parlare di "cose nuove": aveva già subito la lavanda dei piedi come gesto di amore e di servizio, non era il caso che si fermasse di più, giacché il Maestro l'aveva esortato a "fare presto ciò che voleva fare". Uscito dal cenacolo, subito si era fatta notte: notte nel suo cuore, e notte nei pressi del cenacolo. In quella che il vangelo di Giovanni chiama "l'ora delle tenebre", si compie l'opera della redenzione: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato", dice Gesù agli altri undici rimasti con lui. Glorificato da cosa, da un tradimento? Da un gesto di odio e di disprezzo nei suoi confronti? Come può il Figlio di Dio venire glorificato da un tradimento?

Innanzitutto, occorre essere precisi: Gesù qui parla di sé come del Figlio dell'uomo, e lo fa per ricordarci che noi possiamo cogliere la sua divinità solo se accettiamo totalmente la sua dimensione umana ("Dio è stato glorificato in lui"). Perciò, se è vero - come lo è - che il Dio di Gesù Cristo si manifesta nella sua umanità, dobbiamo accettare che questo avvenga anche attraverso le dolorose vicende della meschinità umana, quindi anche attraverso il tradimento di una persona amica. La quale tradisce non perché odia (non me la sento di dire che Giuda odiasse Gesù), ma perché non capisce cosa vuol dire amare: o forse l'ha capito bene (magari anche meglio di Pietro e di tutti gli altri) e per questo non lo accetta. Giuda non riesce ad accettare che questo leader di nome Gesù, capo di un gruppo di persone che finalmente potevano in nome di Dio incarnare l'ideale di liberazione del popolo dalla schiavitù, in tre anni di predicazione non sia mai stato capace di dare un ordine, una strategia, un comandamento ai suoi discepoli. Non li ha mai obbligati a nulla: né a un'azione clamorosa, né a un gesto intimidatorio, né a osservare un regolamento che avrebbe potuto dare loro delle dritte su come costruire il nuovo Israele. Insomma, Giuda si aspettava nuovi ordini, nuovi comandi, nuove leggi, nuovi comandamenti più vincolanti di quelli di cui già il popolo d'Israele era in possesso. Questo non era avvenuto, e lui si sentiva tradito: tanto valeva ripagare Gesù con la stessa moneta. Ecco l'ora delle tenebre, che però nell'incomprensibile disegno della volontà di Dio coincide pure con l'ora della gloria di Gesù.

Forse Giuda aveva intuito qualcosa, o forse no, chi lo sa: sta di fatto che quando lui esce dal cenacolo, Gesù - per riprendere le ultime parole della lettura di Apocalisse - "fa nuove tutte le cose" e dà, finalmente, un nuovo ordine, un nuovo comandamento ai suoi discepoli, ma non è esattamente ciò che Giuda si aspettava. Anzi, è l'esatto opposto: perché non si tratta di un "nuovo" comandamento, ma di un comandamento "nuovo". Non sto facendo quisquilie letterarie, né tantomeno sterile nominalismo. Se dico "nuovo comandamento", indico un'ulteriore norma, una legge in più rispetto a quelle che già ci sono: e non è proprio ciò di cui il discepolo di Gesù ha bisogno, considerati i 613 precetti già presenti nella Legge di Mosè. Dicendo invece "comandamento nuovo", Gesù pone l'accento sulla qualità, sulla tipologia del comandamento, sulla sua sostanza. E in effetti, ci accorgiamo subito di come si tratti di qualcosa di nuovo. In genere, un comando indica qualcosa da fare, un obbligo, un dovere da compiere, qualcosa cui si è costretti, qualcosa che non ti lascia libero di decidere o no: lo devi eseguire, e stop. Non c'è via di uscita. L'esatto contrario dell'amore... che tuttavia è l'oggetto del comandamento di Gesù: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.". L'amore non è un obbligo, non può essere imposto, anzi: è proprio l'espressione massima della libertà, di due libertà che si incontrano, si apprezzano, si scelgono e si amano. Ecco allora perché parla di comandamento "nuovo": perché nessun uomo, nessun leader aveva mai dato ai propri seguaci o ai propri sudditi come comando, come ordine, quello di esercitare al massimo la propria libertà nell'amore.

E non si limita a questo, perché oltre a indicare la tipologia assolutamente nuova del comando dato, ne dà anche la misura, la modalità: "Come io ho amato voi". Bisogna allora che i discepoli facciano mente locale, e cerchino di ricordare se il Maestro abbia lasciato loro qualche esempio cui ispirarsi. L'esempio è lì da vedere, pochi versetti prima di questo, all'inizio del capitolo 13 di Giovanni nel contesto dell'ultima cena, ovvero quel gesto dal quale Giuda ha colto che non era più il caso che egli rimanesse con gli altri; il momento in cui Gesù si toglie le vesti dell'autorità, del rabbino, del maestro, e si cinge del grembiule del servizio lavando i piedi ai suoi discepoli. Gesù, quindi, è un leader che governa non per costrizione, ma con il buon esempio; non obbligando, ma liberando; non imponendo timore, ma generando amore; non opprimendo, ma servendo.

A dire la verità, è da quando si è mostrato Risorto che non smette di parlarci di servizio: otto giorni dopo la Pasqua appare ai suoi discepoli e sta "in mezzo" a loro, non come chi comanda ma come colui che serve; sulla riva del lago di Tiberiade serve ai suoi discepoli, smarriti per una notte di pesca inutile, un po' di pane e di pesce, e chiede a Pietro di mettersi al servizio dei fratelli; otto giorni fa si presenta come il buon pastore che dà tutto se stesso, addirittura la propria vita, per il suo gregge. Vuoi vedere che il servizio è proprio ciò che deve contraddistinguere la vita del cristiano? Vuoi vedere che è proprio l'amore servizievole al fratello ciò che dice di noi il nostro essere cristiani? Vuoi vedere che il nostro distintivo di cristiani è proprio l'amore che si fa servo di tutti?

Da cosa sapranno gli altri che siamo discepoli di Gesù? Dal numero di messe a cui partecipiamo? Dalle tante preghiere che recitiamo? Dalla quantità di funzioni religiose a cui assistiamo? Può anche darsi, ma sinceramente non lo so, perché nel Vangelo su questo non trovo nulla. So invece come termina il vangelo di oggi: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri".
Più chiaro di così...

 

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