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TESTO Commento su Giovanni 13,31-35

Omelie.org - autori vari  

V Domenica di Pasqua (Anno C) (24/04/2016)

Vangelo: Gv 13,31-35 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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31Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

COMMENTO ALLE LETTURE

Commento a cura di Ottavio De Bertolis

"Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri". In tempo di scontro tra civiltà come il nostro, molti invocano segni identitari forti, o rimarcando i propri, quelli che la loro tradizione consegna, sottolineandoli ed enfatizzandoli, ovvero riducendo, minimizzando o esorcizzando quelli degli altri. Il discorso è evidente anche nella discussione pubblica: dall'esposizione o meno del crocifisso negli uffici dello Stato, all'allestimento dei presepi o alla benedizione pasquale nelle scuole, fino alla possibilità o meno della costruzione di moschee o all'abbigliamento delle donne. Il tema produce dibattiti molto accesi, perché tocca sempre nervi molto scoperti, quali sono quelli attinenti alle nostre convinzioni più profonde. In fondo, la Provvidenza ci costringe a pensare a Dio stesso, al suo significato, alla sua importanza, al posto che riteniamo debba avere o no nella nostra vita, privata o perfino pubblica: e poiché per noi europei dire Dio significa pensare a Gesù, alla sua persona, mi pare che Dio stesso appunto stia ancora glorificando il suo nome, che è quello del Figlio, proprio come il Vangelo di oggi ci dice: "Dio lo glorificherà da parte sua, e lo glorificherà subito". Infatti le parole della verità evangelica hanno questo di proprio, che non si verificano solamente nel contesto nel quale sono pronunciate, che qui è la Passione, l'innalzamento o glorificazione di Gesù sulla croce e la sua risurrezione, che costituiscono quel "subito" al quale il testo allude, ma anche in un contesto molto più ampio, che va ben oltre quel che Giovanni poteva pensare. Ogni parola dettata dallo Spirito infatti è come un sasso gettato nello stagno della storia: le onde da lui provocate si espandono sempre di più, perché il vero, come il bene, è diffusivo di sé.

Il bisogno di un segno identitario è essenziale all'uomo: ci identifichiamo in un gruppo, che è anche una storia, una tradizione, perché non siamo soli in questo mondo, ma vi entriamo insieme ad altri. Negare la legittimità di questo bisogno sarebbe negare che l'uomo è sociale.

Lo vediamo perfino nelle cose più banali, alle quali tuttavia ci leghiamo molto: dalle magliette della propria squadra, alle bandiere politiche, a quegli oggetti, come la pelliccia o l'auto blu, che ci identifica immediatamente con un certo gruppo sociale. Gesù non butta via niente di quel che ci appartiene: e così non nega il nostro bisogno di appartenenza e di dimostrazione sociale di essa. Ma non ne fa una questione di divise o di oggetti: il che non vuol dire che non ne faccia una questione reale, nel senso etimologico di legata ad una res, a una cosa, cioè oggettiva. Infatti, se ci si vuole bene o no è dato appunto dai fatti, da cose che sono oggettive tanto quanto una tonaca da prete o un velo islamico, concrete come il duomo di Milano o la grande moschea di Roma. Gesù indirizza ed eleva questo nostro bisogno primario, e in tal modo ne fa non un possibile strumento di negazione dell'altro, nel senso più profondo di colui che ha un'identità diversa da me, ma di accoglienza. Con il linguaggio di oggi, diremmo che costruisce un'identità inclusiva, e non esclusiva, che abbraccia e non elimina, diversamente da come può accadere per i simboli di appartenenza. L'amore di Gesù rende compossibili identità diverse, cioè rende possibile quella dimensione profonda di noi stessi per la quale siamo esseri sociali. Mi sembra stupendo vedere come la grazia perfeziona la natura, e le rende possibile il suo pieno dispiegarsi. Infatti la socialità umana potrebbe, e di fatto è troppo spesso così, limitarsi ad accogliere i propri simili, quelli cioè molto vicini a noi nella lingua, nell'educazione, nella mentalità: ma questo è normale, e si potrebbe commentare "non fanno così anche i pagani?". Così i membri di un club o di un partito o di un'associazione tra loro si riconoscono, si stimano, si aiutano. I cristiani invece vanno, o dovrebbero andare, oltre: la carità che dimostriamo va oltre coloro che sono simili a noi.

In questo senso, l'insegnamento "come io ha amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri" è ben ripreso nella prima lettera di Giovanni: "noi amiamo, perché Lui chi ha amati per primo" (1 Gv 4, 19), che è una verità profondissima, psicologica oltre che teologica. La nostra capacità di amare infatti non nasce dal nostro io isolato, considerato come chiuso in se stesso e nel proprio mondo interiore: nasce invece dall'esperienza di essere stati amati, cioè accolti, presi sul serio, considerati non come un peso da portare o un problema da risolvere, ma come qualcuno che vale qualcosa davvero. Quante volte ho sentito dire, ad esempio: "mio padre e la sua nuova fidanzata non mi portano con sé al mare", oppure "mia madre va a cena col suo nuovo compagno": queste frasi dicono implicitamente al figlio: "tu sei un peso, o un intoppo, un impiccio". La verità non abbiamo il coraggio di dirla, ma i messaggi che spediamo sono molto chiari, e vengono recepiti altrettanto chiaramente: senza accorgercene, cioè inconsciamente. Il che, se esclude il peccato, che c'è solo se siamo consapevoli del male che facciamo, non esclude però i guai che ne derivano, proprio come uno resta fulminato se mette le dita nella presa di corrente, anche se non lo sapeva. E' un miracolo, nel senso letterale del termine, se persone che si sono sentite escluse o emarginate da altri, e soprattutto dai loro cari, riusciranno a non chiudersi in se stesse per sopravvivere, ma si apriranno ad una relazione piena con altri, scoprendo quello che non hanno vissuto prima: l'amore.

"Come io ho amato voi" è la primazia dell'esperienza di Dio: Lui si rivela in Gesù, perché "chi vede me vede il Padre". Gesù ci rivela un amore senza se e senza ma: e questo è appunto quello di Dio, così diverso dal nostro, quello che gli uomini si dimostrano tra di loro, che è facilmente un amore se sei accettabile a me, e nella misura in cui lo sei, un amore che ma tu devi in qualche modo meritare sapendo rimanere dentro quel che ti chiedo, senza deludermi. Gesù mostra qualcosa di diverso da quanto accade normalmente nelle nostre vite: un "sì" incondizionato, e in un certo senso anche irragionevole, a ognuno di noi, una fedeltà a noi qualunque cosa ci accada. Questo è il significato di tutti i suoi gesti e le sue azioni e i suoi incontri, narrati nei Vangeli. Infatti Gesù si lascia tradire, abbandonare, mettere da parte: la sua Passione rivela appunto la sua gloria, che è l'averci amato "fino alla fine" di quel che noi siamo o riusciamo ad essere. Chi riceve o scopre questo, rivive di una vita nuova, entra in un'esperienza diversa dal solito: e perciò lui stesso può essere diverso dal solito, da tutti quelli che amano solo i loro simili, perché ha scoperto di essere stato, lui così dissimile e diverso da Gesù, cioè peccatore, amato fino in fondo, così come è ed è stato, non come lui avrebbe invece dovuto essere. Insomma, l'amore che testimoniamo nasce dalla profondità della nostra contemplazione. E perciò è così raro, perché pochi sono coloro che, con Giovanni, contemplano, toccano, ascoltano davvero Gesù.

La conclusione è che questa esperienza, quella dell'amore di Dio, quella del discepolo prediletto, del discepolo "che Gesù amava", appunto l'esperienza dell'amore, è proprio la radice dei nostri problemi: "dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni". Tale amore, infatti, facilmente può non essere capito: e, del resto, se è stato così per Gesù, non vedo perché per chi lo prende sul serio dovrebbe poi essere diverso. Se provate ad accogliere qualcuno senza se e senza ma, ci sarà certamente chi ne approfitta; chi dirà che siete scemi; alcuni penseranno che lo fate per qualche motivo più o meno inconfessabile, e che cioè comunque ci guadagnate, perché "ognuno fa del proprio pensier l'altrui misura"; altri diranno che sbagliate a consumarvi così, senza custodirvi e salvaguardarvi; altri ancora guarderanno finché dura la cosa, spiando la vostra spossatezza. Così se dovete farvi carico di un familiare malato, o di un parente povero, di un amico che vi chiede un piacere che, essendo veramente tale richiede un reale sacrificio da parte vostra, o semplicemente di andare in ospedale o in una casa di cura per fare sentire qualcuno meno solo: parlo cioè di quelle situazioni cioè che prima o poi capitano nelle nostre vite tranquille e benestanti, spesso accartocciate sui noi stessi e sull'amore dei nostri cari, quelli appunto che sono simili a noi, non di problemi epocali come i migranti o i disperati che sbarcano sulle nostre coste.

D'altra parte, quello che la grazia ci chiede, e chiedendoci ci dona di fare, è esattamente quello che la natura, in alcuni suoi momenti, ci fa fare spontaneamente verso qualcuno. Quale papà o mamma non si indebiterebbe per il proprio figlio, o passerebbe le notti al suo capezzale? E non si sentirebbe per questo un eroe, ma solo un padre o una madre. Ne sarebbe certamente schiacciato, affaticato, forse quasi distrutto, fisicamente e psicologicamente: ma lo farebbe volentieri, e in fondo riuscirebbe anche a farlo bene, senza morire lui. E perché? Perché lo fa, appunto, per amore, e non per dovere. L'amore ci fa fare cose molto grandi, molto più di quelle che il dovere o la legge ci possono chiedere. E perciò Gesù non è venuto ad abolire la legge, ma a portarla a compimento, perché ci ha donato l'amore del Padre. "Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Rimanete nel mio amore" (Gv 15, 9): e questa è la sintesi di tutto.

 

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