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TESTO Donaci occhi, Signore, per vedere la tua gloria

don Walter Magni  

III domenica T. Pasqua (Anno C) (10/04/2016)

Vangelo: Gv 8,12-19 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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12Di nuovo Gesù parlò loro e disse: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». 13Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». 14Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. 15Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. 18Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». 19Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».

Non basta che la liturgia proclami che Gesù è risorto. Non bastano le nostre parole, le nostre celebrazioni. Gesù risorto diventa possibile, diventa credibile nella misura in cui i credenti, non una generica chiesa o una parrocchia, danno una concreta testimonianza di Lui, pagando di persona come ci ha insegnato Gesù nei giorni della Sua passione e della Sua morte. Come ci testimonia anche Paolo, in alcuni passaggi della I e della II lettura proposti in questa terza domenica di Pasqua.

"Esponeva loro il regno di Dio, dando testimonianza"
Riprendiamo il racconto del libro degli Atti per evidenziare alcuni tratti della testimonianza che Paolo dà nei confronti di Gesù risorto, mentre si trova in domicilio coatto a Roma. Forte di un suo diritto, convoca i Giudei più in vista di Roma, raccontando loro come era stato arrestato a Gerusalemme e poi consegnato al tribunale romano. I Romani lo avrebbero liberato volentieri, non trovando alcun capo di accusa. Ma, dato che i Giudei si opponevano alla sua liberazione, Paolo, facendo valere i suoi diritti, si appella direttamente a Cesare, facendosi così condurre a Roma. Ma qui sta il punto, prima di arrivare al tribunale romano, decide di convocare ancora i capi dei Giudei di Roma, che lo raggiungono nella sua casa, mentre Paolo "da mattino a sera esponeva loro il regno di Dio, dando testimonianza, e cercava di convincerli riguardo a Gesù".
Paolo, che pure sa far valere i suoi diritti, non è preoccupato di sé, ma di continuare a dare testimonianza di Gesù anche in libertà vigilata. Avrebbe potuto non degnare di uno sguardo i Giudei. Invece, riparte ancora una volta da loro. Caparbiamente. Non è preoccupato di ottenere particolari successi. Più avanti si dirà che "alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano". Paolo vuole che la sua testimonianza sia a 360 gradi, a partire proprio da quei fratelli che lo avevano tradito, che lo avevano accusato e imprigionato. Ritroviamo la stessa passione di Gesù che non abbandona i Suoi. Ritroviamo in Paolo la stessa passione, la stessa caparbietà dell'amore di Gesù che, "avendo amato i Suoi li amò sino alla fine" (Gv 13,1), "a tempo e fuori tempo" (2 Tim 4,2).

"Non mi vergogno del Vangelo"
C'è un'altra affermazione di Paolo, al termine della II lettura odierna, che ci descrive una caratteristica fondamentale della sua testimonianza nei confronti di Gesù risorto. Quando scrive che "io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede". Giovanni Paolo II, parlando a Denver ai giovani della Giornata mondiale della gioventù (15 agosto 1993) diceva: "Non abbiate paura di andare per le strade e nei luoghi pubblici, come i primi Apostoli che hanno predicato Cristo e la Buona Novella della salvezza nelle piazze delle città e dei villaggi. Non è tempo di vergognarsi del Vangelo (Rm 1,16). È tempo di predicarlo dai tetti (Mt 10,7). Non abbiate paura di rompere con i comodi e abituali modi di vivere, al fine di raccogliere la sfida di far conoscere Cristo nella moderna metropoli. Dovete essere voi ad andare ai crocicchi delle strade (Mt 22) invitando tutti quelli che incontrate al banchetto che Dio ha apparecchiato per il suo popolo. Il Vangelo non deve essere tenuto nascosto per paura o indifferenza. Non è stato concepito per essere custodito in privato. Deve essere messo sopra un podio cosicché il popolo possa vedere la sua luce e rendere lode al nostro Padre celeste". Il Vangelo ha una propria forza dirompente. Se lo proclami con convinzione e coerenza, senza vergognartene, ne dimostri già l'evidenza e la credibilità. L'annuncio del Vangelo oggi, la cosiddetta nuova evangelizzazione, non dipende anzitutto da una mancanza di informazione o di formazione, ma dal fatto che non sappiamo come essere noi stessi stando dalla parte del Vangelo. E una domanda potrebbe essere questa: il Vangelo mi realizza o mi penalizza?

Testimoni del Risorto
Madeleine Delbrêl, una mistica dei nostri tempi scriveva: "Noi crediamo alla gioia, il che non si riduce a dare prova di ottimismo. Ci sembra che la gioia cristiana, quella che il Signore chiama la mia gioia, quella che egli vuole che sia piena, consista nel credere concretamente - per fede - che noi sempre e dovunque abbiamo tutto ciò che è necessario per essere felici". Cioè, si diventa testimoni credibili quando senti che, mentre annunci il Vangelo di Gesù, sei dalla sua parte e non ti vergogni del Vangelo, ti prende la gioia di quello che fai, di quanto dici e proclami. C'è una proporzione reale tra la gioia che provi nell'annunciare il Vangelo e la credibilità della tua testimonianza. Una predicazione, una catechesi anche formalmente ineccepibile e ben detta non giustifica la verità e la portata di quanto stai dicendo. Se chi ti ascolta percepisce che ci sei dentro le cose che dici, che ti piace quello che dici, allora la testimonianza è comunque avviata. E ormai fatta.
Persino con la possibilità di un riscontro: che in chi ti ascolta, che nell'altro, si è riaccesa la speranza. Non importa che tipo di speranza. Conta che l'altro possa percepire una via di uscita dalla paura, dalla stanchezza, dal vuoto interiore che spesso attanaglia il cuore della gente. Conta sdoganare il primato della speranza sulla disperazione, la vita prima della morte, sopra la morte, oltre la morte. Così si diventa testimoni del Risorto. Un vero e proprio intellectus spei, cioè un'intelligenza del presente nella luce della speranza che proprio la Sua risurrezione dischiude. Aprendo il nostro cuore, definitivamente, all'amore che Lui stesso ci ha insegnato.

 

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