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TESTO Commento su Giovanni 15,24-27

don Michele Cerutti

SS. Trinità (Anno B) (31/05/2015)

Vangelo: Gv 15,24-27 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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24Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. 25Ma questo, perché si compisse la parola che sta scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione.

26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

Dopo aver percorso insieme il periodo forte della Quaresima che ci ha immersi nel grande disegno del Padre attraverso la Passione del Figlio che ha così portato a compimento la Kenosis.

Dopo aver contemplato il Risorto con gli apostoli che vanno nel mondo ad annunciare forti dell'ascensione e dello Spirito Santo donato.

Dopo quindi aver percorso i capisaldi fondamentali della nostra fede siamo invitati a contemplare la Trinità.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica utilizza questa espressione:

"Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. È l'insegnamento fondamentale ed essenziale nella «gerarchia delle verità» di fede. «Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato»"

Per preparare questa riflessione mi sono lanciato a guardare i testi di teologia trintaria e riuscire a fare una bella figura.

Affiora la mente l'episodio raccontato da Agostino che rimase impressionato nel vedere un bambino in una spiaggia che si sforzava di mettere in una buca di sabbia l'acqua del mare e comprese che era il suo errore quando voleva cercare di sistematizzare a tutti costi la Trinità.

Forse più che tematizzare la Trinità dobbiamo comprendere quale lezione poter trarre dalla Trinità.

Mi faccio aiutare da don Tonino Bello, Vescovo di Molfetta, che spiega bene al di là di formule teologiche quello che intendo esprimere:

«Una delle cose più belle e più pratiche messe in luce dalla teologia in questi ultimi anni è che la SS. Trinità non è solo il mistero principale della nostra fede, ma è anche il principio architettonico supremo della nostra morale. Quella trinitaria, cioè, non è solo una dottrina da contemplare, ma un'etica da vivere... Gesù, pertanto, ci ha rivelato questo segreto di casa sua non certo per accontentare le nostre curiosità intellettuali, quanto per coinvolgerci nella stessa logica di comunione che lega le tre persone divine. Nel cielo tre persone uguali e distinte vivono così profondamente la comunione, che formano un solo Dio. Sulla terra più persone, uguali per dignità e distinte per estrazione, sono chiamate a vivere così intensamente la solidarietà, da formare un solo uomo, l'uomo nuovo: Cristo Gesù. Sicché l'essenza della nostra vita etica consiste nel tradurre con gesti feriali la contemplazione festiva del mistero trinitario, scoprendo in tutti gli esseri umani la dignità della persona, riconoscendo la loro fondamentale uguaglianza, rispettando i tratti caratteristici della loro distinzione... L'imperativo etico che ne deriva per coloro che vivono sulla terra è che se tengono sotto sequestro le proprie risorse spirituali o materiali senza metterle a disposizione degli altri, non possono esimersi dall'accusa di appropriazione indebita».

In Dio non c'è uno più uno più uno, in Dio ogni persona vive per l'altra, perché c'è l'uno per uno per uno.

Da questo discende che-continua don Tonino Bello:"... il genere umano è chiamato a vivere sulla terra ciò che le tre persone divine vivono nel cielo: la convivialità delle differenze. Che significa? Nel cielo, più persone mettono così tutto in comunione sul tavolo della stessa divinità, che a loro rimane intrasferibile solo l'identikit personale di ciascuna, che è rispettivamente l'essere Padre, l'essere Figlio, l'essere Spirito Santo. Sulla terra, gli uomini sono chiamati a vivere secondo questo archetipo trinitario: a mettere, cioè, tutto in comunione sul tavolo della stessa umanità, trattenendo per sé solo ciò che fa parte del proprio identikit personale. Questa, in ultima analisi, è la pace: la convivialità delle differenze. Definizione più bella non possiamo dare. Perché siamo andati a cercarla proprio nel cuore della SS. Trinità. Le stesse parole che servono a definire il mistero principale della nostra fede, ci servono a definire l'anelito supremo del nostro impegno umano. Pace non è la semplice distruzione delle armi. Ma non è neppure l'equa distribuzione dei pani a tutti i commensali della terra. Pace è mangiare il proprio pane a tavola insieme con i fratelli. Convivialità delle differenze, appunto... Come è dato vedere, il Signore Gesù se ci ha rivelato questo mistero, non l'ha fatto certo per complicarci le idee. Ma l'ha fatto per offrirci un principio permanente di critica cui sottoporre tutta la nostra vita nelle sue espressioni personali e comunitarie, e per indicarci, nel contempo, il porto al quale attraccheremo finalmente la nostra barca. Sicché la Trinità non è una specie di teorema celeste buono per le esercitazioni accademiche dei teologi. Ma è la sorgente da cui devono scaturire l'etica del contadino e il codice deontologico del medico, i doveri dei singoli e gli obblighi delle istituzioni, le leggi del mercato e le linee ispiratrici dell'economia, le ragioni che fondano l'impegno per la pace e gli orientamenti di fondo del diritto internazionale. La Trinità, dunque, è una storia che ci riguarda. Ed è a partire da essa che va pensata tutta l'esistenza cristiana. Ernst Bloch (scrittore e filosofo tedesco marxista, nonché teologo dell'ateismo) diceva che Dio è un padrone collocato così in alto che l'uomo, il servo, di fronte a lui rimane a bocca asciutta. Nulla di più falso, almeno per il nostro Signore, il quale, se si è rivelato uno e trino, è perché vuol far sedere il servo alla tavola delle sue ricchezze».

Comprendiamo che non basta il semplice «farsi prossimo», «prestare aiuto», «amare come io sono amato». C'è richiesto molto di più. C'è richiesto di desiderare che il tu partecipi all'amore di cui io sono oggetto. Non è il semplice «faccio per te e/o con te» ma vuol dire offrire un posto libero perché l'altro possa esprimersi nella sua identità. Tenere aperto lo spazio per l'altro.

La comunione non è il semplice cercare qualcosa di comune ma fare un dono di sé senza riserve.

Viviamo questo stile nelle famiglie, nelle Comunità cristiane, nei luoghi di lavoro per esprimere quel circuito d'amore che come una calamita attira.

 

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