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padre Gian Franco Scarpitta  

Messa Rituale - Esequie

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Mentre noi si è raccolti tutti attorno al feretro del nostro fratello, non si può non prendere coscienza del fatto che la morte è un argomento che non va' trascurato affatto nelle nostre conversazioni quotidiane: sebbene da parte nostra vi siano reazioni di carattere superstizioso o altri atteggiamenti atti a darci l'illusione di poterla scongiurare, quella del trapasso è una tematica che va' affrontata senza riserve almeno alcune volte nel corso della nostra vita.

Non si vuol dire qui che ci si debba ossessionare al pensiero continuo della morte o che questa debba diventare il nostro chiodo fisso, ma che si debba in un certo qual modo prenderla in considerazione nella vita di ogni giorno.

Soprattutto perché, specialmente attraverso circostanze quali appunto la dipartita da noi di un affettuosissimo congiunto, può succedere che l'esperienza della morte possa coglierci alla sprovvista, trovandoci inebetiti e impreparati con il rischio di farci precipitare dalla consuetudine del dolore al baratro della disperazione...

Umanamente parlando, del resto, occorrerebbe che ci convincessimo di più del fatto che la fine del ciclo vitale è connaturale alla nostra esistenza: gli uomini, come anche tutti gli altri esseri viventi seguono (naturalmente parlando) lo stesso destino: tutti si nasce, si cresce, ci si sviluppa, si affrontano relazioni sociali, interazioni di amicizia e altro, e finalmente si giunge al termine del percorso vitale terreno e a noi non resta che accettare questa realtà, del resto contemplata anche dalla Scrittura: "C'è un solo soffio vitale per tutti"(Qoel 3, 19)

Dicevamo che il dolore potrebbe degenerare nel baratro della disperazione... Questo non dovremo mai permetterlo: se è legittimo nonché comprensibile che si versi qualche lacrima per un nostro congiunto che ci ha lasciati, e che si debba essere presi dal senso di smarrimento e di inquietudine, dall'altra parte non possiamo lasciare che il dolore possa compromettere la nostra vita al punto da farci perdere ogni speranza. Non possiamo permettere che le angosce del momento ci opprimano cosicché perdiamo l'orientamento e il senso della nostra vita e per questo è molto utile per noi trovare dei motivi di consolazione...

Ma dove trovarla, la consolazione? San Paolo rammenta che essa non si riscontra in alcun elemento inerente a questo mondo, né presso uomo alcuno: la consolazione deriva dalle parole della fede!

In termini concreti, alla presenza del cadavere del nostro fratello noi troviamo consolazione nel fatto che il Signore garantisce l'inesistenza della morte e che a tutti è riservata la vita senza fine, la gioia eterna e la gloria: "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà... La loro speranza è piena di immortalità"(Sap 3, 1-4) che in Cristo Figlio di Dio resuscitato la morte non ha più l'ultima parola nella nostra vita, perché è stata sconfitta definitivamente: "Io sono la Resurrezione e la vita, chiunque vive e crede in me, anche se muore vivrà"(Gv 11, 25) e non per niente il giusto Giobbe si rallegra della futura visione di Dio: "Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero" (Gb 19, 26-27) e l'apostolo Paolo gli fa' eco: "Desidero morire per essere con Cristo".

Tutto questo ci da' la certezza che i nostri defunti vivono per sempre e che quella che umanamente parlano abbiamo descritto come la fine di tutto per l'uomo, è in realtà la vita senza fine alla quale tutti i nostri defunti sono destinati, compreso il nostro fratello N, che adesso vive nella gioia eterna; e a ragione di ciò non possiamo che essere consolati, nonostante lo sgomento delle lacrime e il dolore momentaneo.

Per questo il dolore non deve trasformarsi in disperazione, cioè nella perdita di ogni speranza e nel senso di abbandono definitivi: il nostro fratello vive nella dimensione invidiabile della vita eterna e ci accompagna nel nostro cammino terreno, noi che restiamo in questo mondo in cerca di orientamento. Ci si domanderà: " Ma è proprio vero che i nostri defunti vivono?"; "Quale prova abbiamo per poterne essere certi?"; "Come dimostrarlo?"

Chi si arrabatta nelle speculazioni e nelle ricerche scientifiche nel tentativo di trovare la risposta a queste domande, certamente non potrà che ricavare delusioni e incertezze da questa sua pretesa intellettuale: non la ragione esasperata potrà mai esaudirle. Rispondere agli interrogativi sulla vita eterna si può farlo invece semplicemente... credendovi.

Se ci si affida incondizionatamente alla Parola che Dio ci ha rivelato senza razionalizzazioni di sorta e senza porsi troppi interrogativi si otterrà sempre la consolazione nella Medesima attraverso un "credo" filiale e deciso si ottiene quella consolazione e serenità di spirito che le pretese razionali non possono mai garantirci e, nonostante lo smarrimento iniziale ci si sentirà risollevati al pensiero che il nostro fratello-assieme ad altri credenti in Cristo-vive nella gioia definitiva.

A questo punto domandiamoci: che cosa ci chiede N, adesso che ha raggiunto il premio definitivo riservato ai giusti? Nient'altro che quello che lo stesso Cristo desidera da noi; cioè che non si dilapidi la nostra vita terreno correndo dietro alle banalità e alle frivolezze passeggere, che noi non si sopravviva attraverso inutili espedienti come il desiderio del potere, il successo, la ricchezza, ma... si viva anche noi ogni giorno come se fosse l'ultimo!

Si, perché di fatto ogni giorno potrebbe essere l'ultimo per noi e per questo non ne va' sprecato neppure un istante attraverso illusioni o passeggere felicità che traggono sempre la loro fonte dal peccato e dalla mancata comunione con Dio, ma piuttosto va' vissuta del medesimo la pienezza di ogni attimo attraverso quanto può veramente realizzarci: la comunione fra di noi, la solidarietà, l'apertura agli altri, la speranza nel Signore coltivata nella preghiera...

Tutto questo ci sta chiedendo adesso il nostro N, e codesti suoi desideri sono quelli dello stesso Cristo che lui ha raggiunto nella gloria.

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