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TESTO Commento su Es 32,7-13b; 1Ts 2,20-3,8; Gv 8,31-59

don Raffaello Ciccone  

III domenica di Quaresima (Anno B) (08/03/2015)

Vangelo: Es 32,7-13b; 1Ts 2,20–3,8; Gv 8,31-59 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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31Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; 32conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». 33Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». 34Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. 35Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. 36Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. 37So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. 38Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro». 39Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. 40Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. 41Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». 42Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. 43Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. 44Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. 45A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. 46Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? 47Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio».

48Gli risposero i Giudei: «Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?». 49Rispose Gesù: «Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. 50Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. 51In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». 52Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. 53Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». 54Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, 55e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. 56Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». 57Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». 58Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». 59Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

Es 32,7-13b
Il popolo d'Israele vive all'improvviso una situazione inimmaginabile; passa dalla soggezione e dalla disperazione rassegnata della schiavitù e dello sfruttamento alla liberazione. Chi non è abituato alle scelte ed alla libertà, pretende di avere garanzie continue, riferimenti solidi e presenti. Procedere nel tempo senza concretezze rassicuranti mentre stiamo decidendo, giocandoci solo con la fiducia, è esasperante. Soprattutto se incrociamo difficoltà impreviste e si innesta nella riflessione quotidiana il tarlo del dubbio. Mosè è salito sul monte da oltre un mese, entrato nella tempesta che dal basso si intravede. E' lontano, inghiottito nella nube e nel fragore del Sinai e non dà segni di sopravvivenza.
Il Signore vuole certamente offrire un segno che diventi, nel patto con il suo popolo, un documento: lo vuole consegnare nelle mani di Mosé: sono " le due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio" (Es 31,18). Ma il popolo sta scoprendo che il loro Dio è un Dio silenzioso, nascosto, non rappresentabile in nessuna forma, rispettoso della libertà e della autonomia del suo popolo, capace di fidarsi ma esigente sulla libertà. L'unico rapporto possibile è la fiducia. Ma il popolo si aspetta un Dio protettivo, garantista, mammone, e insieme tempestivo, che si esibisce, incombente, minaccioso. Il parametro della folla è quello del giudice inflessibile o del padre giustiziere. Uno schiavo è abituato alla paura, al sotterfugio, a non avere fiato, ad essere continuamente piegato, obbligato, senza scampo, senza pensiero, senza scelte.
Il popolo, allora, angosciato e preoccupato, pretende da Aronne, fratello di Mosè, una presenza significativa e visibile che sostituisca Mosè, che si assuma le stesse responsabilità, ma pretendendo di dettare le scelte future: "Fa per noi un Dio che cammini alla nostra testa perché a Mosé, quell'uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto" (32,1). Ed Aronne stesso è coinvolto e fa fondere un vitello in metallo, tratto dagli ornamenti preziosi che il popolo ha portato dall'Egitto. Al toro, in Egitto, immagine del grande Dio Ptah di Memphis, un Dio creatore, era attribuita la fecondità dei campi e degli animali. Perciò il popolo si vuole garantire, per il futuro: per la conclusione del cammino, per l'insediamento nella nuova terra, per la fecondità dei raccolti e dei beni. Una statua, un Dio materializzato, dà garanzia di possederlo, di costringerlo, di obbligarlo ai propri progetti. Lo si porta come primo in processione per sentirsi protetti. Anche gli eserciti ritengono una garanzia affrontare le battaglie con la statua del Dio in primo piano.
Viene scoperto, in questo testo, il ruolo enorme e splendido dell'Intercessore. Mosè lo è: già al momento delle piaghe d'Egitto (5,22-23;8,4;9,28;10,17); in favore della sorella Maria (Nm 12,13); ma specialmente per tutto il popolo nel deserto (5,22-23;32,11-14.30-32;Nm 11,2;14,13-19; 16,22; 21,7; Dt 9,25-29). Sarà ricordato mediatore anche nei secoli futuri: da Ger 15,1; Sal 99,6; 106,23; Sir 45,3. Cf.2Mac 15,14. L'intercessione di Mosè prefigura quella di Cristo. Ma va ricordato che per questo popolo la rappresentazione del vitello non è un altro Dio, ma è l'immagine visibile di quel Dio che li ha liberati da Faraone e dalla schiavitù dell'Egitto. (v.8).
Però Dio si rifiuta di essere ridotto ad una cosa. - Egli è il creatore e davanti a Lui non ci sono altre immagini se non l'unica vera immagine, da Lui stesso creata: ed è la coppia umana, inizio dell'umanità. "E Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò" (Gen1,27). - Il Signore disse a Mosè: «Lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione» (v. 10). E di fronte a una simile proposta, molti di noi, forse, sarebbero stati felici di divenire padri di una famiglia di «giusti». Viene istintivo disgiungere le proprie responsabilità, rilevare la propria estraneità ai fatti, distinguersi dai colpevoli. Ma Mosè non fugge, resta unito al suo popolo, preferisce perire con i fratelli piuttosto che salvarsi da solo. - L'intercessore prega e si gioca tutto: «Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse...». In realtà l'espressione usata nel testo originale ebraico andrebbe tradotta così: «Mosè allora cominciò ad accarezzare il volto del Signore, suo Dio, dicendo...». Mosè si comporta come un bambino che vede il papà corrucciato e si mette a coccolarlo, fino a quando non riesce a strappargli un sorriso. L'immagine di Mosè che accarezza il volto di Dio è una delle più belle della Bibbia. - Forse la scena ci stupisce, forse ci sconcerta, Ci presenta un Mosè buono che parla con dolcezza e Dio, adirato, ha bisogno di essere riportato alla calma. Eppure, con tale immagine, presa dal nostro mondo umano, Dio indica con quale fiducia e confidenza vuole che ci rivolgiamo a lui nella preghiera. - Con quali parole Mosè accarezza il volto del Signore? Quali ragioni avremmo presentato noi a Dio per convincerlo? Forse gli avremmo detto: «Vedi, Signore, essi sono pentiti, non ripeteranno mai più l'errore commesso, il peccato non è poi stato tanto grave...». Tutti discorsi vani, perché l'uomo - lo sappiamo bene - non smette mai di essere peccatore, ripete sempre gli stessi errori e Dio conosce il futuro. - Mosè è più saggio: capisce che non può far leva sulla buona volontà dell'uomo e che l'unico modo per ottenere la salvezza è confidare nella bontà di Dio. Egli comincia ricordando al Signore le promesse incondizionate da lui fatte ai patriarchi e conclude: non vorrai che gli egiziani possano dire che non sei stato di parola?! Questa è l'unica, vera ragione che consente di sperare nella salvezza di ogni uomo: l'amore infinito di Dio, quell'amore che non sarà mai vinto da nessuna infedeltà, per quanto grande essa sia stata. Mosé ha il coraggio di andare oltre le parole di Dio perché ormai conosce il cuore di Dio e quindi non accetta questa soluzione, molto interessante egoisticamente. Egli continua a mantenere il suo ruolo di mediatore e sta dalla parte del più debole. - La conclusione è secondo il cuore di Dio e secondo la fiducia di Mosè (v. 14): «Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo». Che cosa hanno fatto gli israeliti per meritarsi la misericordia di Dio? Nulla. Sono rimasti in silenzio. Il Signore ha fatto tutto da solo: si è ricordato che le sue promesse sono incondizionate e perdona il suo popolo.
Se dovessimo confidare nelle nostre forze, nella nostra capacità di compiere gesti virtuosi, avremmo tutte le ragioni per disperare. E molto più sicuro riporre la fiducia nell'amore gratuito di Dio. Da Mosè e da Gesù, come credenti, nonostante le nostre paure e miserie, impariamo la preghiera di intercessione. E dobbiamo continuare ad intercedere, per i drammi che si compiono in nome di Dio, per la volontà di aggressione e di guerra nel mondo, per l'ossessione dell'accaparrare ciò che non è nostro e di cui non abbiamo diritto, per gli odi e la volontà di violenza. Con coraggio dobbiamo cogliere la bellezza e l'amore di Dio. Poiché crediamo in Lui, prendiamo le parti del più debole. E' la nostra vocazione che dobbiamo imparare dall'unico mediatore che è Gesù.

I Tess2,20,-3,8
Paolo sente di essere missionario nel mondo pagano e, attorno all'anno 50, compie il suo secondo viaggio dei quattro che gli si attribuiscono, arrivando a Tessalonica, la capitale della provincia romana in Macedonia, la prima grande città in Europa, per ora, sul suo cammino. Paolo vi giunge insieme con Sila e Timoteo (At 17,1-10). Non è stata una permanenza molto breve Poi, bruscamente, la sua opera si interrompe ed egli fugge, mantenendo tuttavia la grande nostalgia per gli amici è una grande preoccupazione per non aver compiuto a sufficienza l'opera di evangelizzazione. Resta tuttavia sempre all'erta e le notizie, che giungono, gli portano fiducia e lo incoraggiano per un lavoro fatto bene che sta dando frutti. Infatti i cristiani della comunità di Tessalonica hanno resistito alla prova e sono sulla buona strada. Così non è preoccupato poiché hanno accolto l'essenziale e conoscono lo stile che debbono continuare. Paolo sa che il tentatore è sempre all'opera, ma riconosce che dalle notizie ricevute sulla "loro fede, carità e il ricordo della sua evangelizzazione" può essere sereno per ricordare con fiducia e con affetto. La lettera continua dando, quindi, alcuni suggerimenti molto significativi sulla vita di comunità: "l'amarsi l'un l'altro (4,9), "vivere in pace, facendosi un punto d'onore l'attendere alle proprie cose" e "lavorare con le proprie mani" (4,11).
Sono suggerimenti di vita quotidiana, comprensibili dalla comunità che accoglie e che, probabilmente, è anche una comunità irrequieta. Essa va richiamata ad uno stile semplice, discreto, e operoso anche se monotono. Paolo ricorda - la 1ª raccomandazione (4,3-8): incoraggia ad un impegno di purezza di comportamento che vieta rapporti extra- coniugali; - la 2º raccomandazione (4,8-12): avvia allo sviluppo della carità tanto da arrivare a considerare gli altri come fratelli e sorelle in un legame di coerenza, e di fiducia; - la 3°raccomandazione (4,13-18) infine, impegna, anche nelle realtà di lutto e di sofferenza, a mantenere un proprio equilibrio e un atteggiamento di fiducia poiché i defunti vivono nella pienezza di Dio e, come cristiani, noi crediamo nella risurrezione dei corpi.
Paolo, anche se non cita espressamente la breve parabola del pane, l'ha presente mentre suggerisce ai cristiani di essere il lievito della società in cui quotidianamente sviluppano il loro impegno e la loro operosità. Si parla perciò di santità, coerenza, rispetto e amore. Ma tutto questo deve essere molto chiaro. Ogni cristiano, consapevole, molto carico di fiducia, visibile agli occhi degli altri, deve essere un atteggiamento che sappia testimoniare valori impensabili nella società in cui vive cambiando rapporti e stili di esistenza per tutti. La città deve diventare un laboratorio di vita e di novità, oggi come allora e allora come oggi.

Gv 08,31-59
"Se rimanete nella mia parola siete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" Queste parole di Gesù scandalizzano i Giudei che gli avevano creduto: non sono mai stati schiavi di nessuno. Come Gesù può dire che diventeranno liberi se rimarranno nella sua parola?
Loro, che sono figli di Abramo? E poi di quale parola si tratta? Noi, tra l'altro, siamo abituati ad intendere la parola "verità" come un concetto astratto o come sinonimo di 'sincerità', mentre per gli ebrei la 'verità' è una persona, cioè Dio. Anche Gesù dirà (Gv.14,6): 'lo sono la via, la verità, la vità. Il termine "emet" in ebraico che ha la stessa radice di "amen", indica qualcosa di stabile come una roccia, un riferimento sicuro, indefettibile, che non viene meno. Dire che la verità è una persona implica non tanto un ragionamento filosofico e razionale o un comportamento morale, ma prima di tutto un incontro, una conoscenza, un rapporto. E, come sempre, quando si tratta di entrare in una relazione vera con una persona, dobbiamo coinvolgerci totalmente in un cammino: non è questione di un momento di Illuminazione, ma di un tragitto da compiere per una conoscenza più profonda, per una comprensione più precisa delle sue parole, per imparare a calibrare i propri passi.
E' questa conoscenza che libera, prima di tutto, dalla schiavitù di noi stessi, dall'involucro egoistico in cui ci immergiamo e con cui ci cauteliamo, per non esporci troppo, per non ritrovarci in situazioni di non ritorno e di eccessivo slancio. E poi ci libera dall'insidia di parole che vorrebbero raggirarci, insinuare dubbi ambigui e pericolosi, rarefare il contenuto pregnante, se pure conciso, delle parole di Gesù. E' come se Gesù volesse chiamarci direttamente in causa sul tipo di rapporto che abbiamo con Lui, insistendo sul 'rimanere nella sua parola' e sul chiamarci a chiarire questa 'parola', a ricordarla, ad approfondirla. Rimanere nella parola di Gesù significa restare nell'orizzonte dell'annuncio trasparente della misericordia del Padre: di un Dio che, nonostante tutte le smentite provenienti dalle malvagità e contorsioni di un mondo così piagato e dalle contraddizioni violente della storia, vuole che possiamo vivere nella felicità e nell'amore, nella gratuità di un volersi bene illimitato.
Rimanere nella parola di Gesù ogni giorno significa perdono, non venire meno alla voglia di vivere, di interessarci degli altri senza doppi fini, di aprirci ad ogni possibilità e responsabilità di bene e di compassione, di riscoprire e manifestare sentimenti e gesti di tenerezza.
Di saper cogliere i segni di bellezza e di bontà che, nonostante tutte le paure e ì terrori, ci sono e ci accendono di desiderio d'infinito.

don Raffaello Ciccone e Teresa Ciccolini (Vangelo)

 

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