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TESTO Commento su At. 1,1-8a; 1Cor 15, 3-10a; Gv 20,11-18

don Raffaello Ciccone  

Domenica di Pasqua (20/04/2014)

Vangelo: At. 1,1-8a; 1Cor 15, 3-10a; Gv 20,11-18 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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11Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». 14Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». 16Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». 17Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». 18Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Atti degli Apostoli 1,1-8a
Luca è l'evangelista della generazione successiva rispetto a Gesù e ha scritto un Vangelo per parlare di Lui alla Comunità cristiana che lui conosce. Ormai la Parola di Gesù si è allargata oltre i confini della Palestina e molti chiedono con insistenza di essere aiutati a conoscere Gesù, la sua parola e i suoi gesti di liberazione. I nuovi credenti pensano che, dopo la sua liberazione dalla morte e quindi dopo la sua risurrezione, nulla può fermare Gesù. E quindi è ovviamente pronto a ritornare per purificare il mondo e rinnovarlo come era stato predetto nel Primo Testamento. Luca ci prepara a scoprire il senso di questo tempo dell'attesa. I primi cristiani aspettano presto la conclusione, lo si sente persino nelle prime lettere di S. Paolo alle comunità cristiane. Alcuni, basandosi su presunte rivelazioni, arrivano ad indicarne la data e, in molte comunità, si ripete l'invocazione: "Marana tha. Signore nostro, vieni". Questa formula, non tradotta, si trova in 1Cor16,22 e tradotta, probabilmente, in Ap.22,20.
Luca dà la risposta attraverso il dialogo di Gesù con i suoi discepoli e perciò il suo racconto non è tanto una cronaca quanto una riflessione teologica. Gli Atti cominciano da un banchetto in una casa: un incontro di famiglia, una liturgia quotidiana per richiamare la pienezza della vita che non si esaurisce nel tempio, ma si sviluppa nella normale giornata di lavoro, di incontro, di operosità. Gesù, dice Luca, si mostra per 40 giorni e questi sono i giorni della preparazione del discepolo, come gli anni prima della terra promessa, per il popolo di Mosè e come Gesù nel deserto. Quindi Gesù dice: "Tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo»." (1,5). E alla domanda: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?», Gesù risponde: "«Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At1,7-8). Luca vuole aiutare a capire che la novità del mondo, apertasi con la risurrezione, è appena cominciata. "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Ma la presenza visibile della speranza siete voi e il vostro compito è questo: aiutare il mondo e tutti gli uomini a ricevere e a credere a questa novità che apre il cuore e supera il male.

"Insegnate loro a osservare tutto quello che vi ho ordinato" (id). E così si concludono le guerre, e si affratellano uomini e donne.

Questo è il compito della Chiesa, dice papa Francesco. Il Signore ritorna attraverso la Chiesa. La Chiesa è per l'evangelizzazione, non per sé. La Chiesa è in uscita (EG 20). "Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c'è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37)" (EG 49).
1 Corinzi 15, 3-10a
Paolo si trova a contatto con la cultura greca, molto diversa dal mondo ebraico e quindi deve fare i conti con una mentalità nuova. Anche se molti pagani accettano il messaggio di Gesù, tuttavia mantengono una propria mentalità che li porta a negare la sua risurrezione. In fondo il cristianesimo è una interessante dottrina morale che permette di vivere in modo saggio. Così pensano i greci e ancora così pensiamo spesso noi, rifiutando, più o meno inconsciamente, che sia il Signore venuto tra noi e che la fede sia un rapporto con una persona, prima e più che con un pensiero. In fondo ci interessa che sia un filosofo o un saggio. E invece è da ciò che è, dalla sua persona scaturisce il senso delle sue parole, dal suo amore sorge lo spessore del suo rapporto con ciascuno, dalla sua presenza il senso della fedeltà reciproco.

Il pensiero di molti pagani greci convertiti continua a ritenere che dopo la morte le persone umane svaniscono o, al massimo, sono come ombre. Paolo insiste sulla risurrezione di Gesù, giocandosi tutto il significato della fede e quindi della sua stessa vita, e consegnando loro un elenco di sei manifestazioni di Gesù risorto: a Pietro, ai discepoli, a più di cinquecento fratelli, a Giacomo, a tutti gli apostoli e, per ultimo, a lui stesso. Queste testimonianze non si sviluppano come in tribunale dove bisogna raccontare i fatti e portare prove. È un'esperienza che ciascuno ha fatto, che ha maturato, che ci viene tramandata, costituendo una "catena di trasmissione". La risurrezione si dimostra quindi nella vita di ciascuno di questi attraverso i cambiamenti avvenuti nella loro vita, spesso drammatici, che svelano stili nuovi, sicurezza di comportamento, superamento della paura fino al punto da arrivare ad accettare la morte piuttosto che rinunciare a questa consapevolezza. "Dei 500 fratelli alcuni sono morti" dice Paolo e però la fede in Gesù risorto non impedisce la morte fisica, eppure la fiducia nei fratelli e sorelle nella risurrezione continua intatta, consapevoli di un destino diverso, nel mondo di Dio. Paolo stesso, per quanto indegno, deve, grazie alla visione di Gesù che ha superato la morte, svolgere un progetto di testimonianza nel mondo, felice di poter testimoniare con la vita la sua certezza in Gesù vincitore della morte. Tutto ciò che sta facendo non è che testimonianza, superando interessi, diffidenze, pericoli, comunità ostili, una vita precedente non avventurosa ma stabile e garantita. A noi pone la stessa domanda. Come fai a manifestare agli altri la tua fede in Gesù risorto?
- Quanto accetto di perdonare?
- Quanto credo nella non violenza?
- Quanto credo nella solidarietà gratuita?

- Quanta speranza sollecito in quelli che si ritengono degli sconfitti?

- Quanto so scacciare la tentazione di voler prevaricare, di voler superare gli altri?
Giovanni 20,11-18
Maria non si dà pace della morte di Gesù. Già di buon mattino, quando era ancora buio, corre al sepolcro e trova la pietra rimossa. Allora corre da Pietro e dal discepolo "che Gesù amava", perché non sa capacitarsene. E' tutto un correre, un cercare, un vedere.

Ma tutti corrono, cercano e vedono in modo diverso (come è attestato anche dai verbi greci usati).Nonostante tutto, alla fine, "i discepoli ritornarono a casa". Come se tutto fosse naturale. Solo chi ama non si dà pace e rimane; ed è un piangere infinito. Ed è sul piangere che interviene Gesù, domandandole la ragione. Come se ci fosse una ragione plausibile di un pianto di fronte alla morte (anche Gesù ha pianto su Lazzaro morto).

Eppure Gesù chiede; anzi specifica la domanda, chiedendole chi cerca. Come a dare importanza a quanto la donna esprime coinvolgendo pienamente la sua sensibilità e le sue emozioni. Le è stata tolta la ragione della sua stessa vita, il senso del suo amore profondo e totale. Gesù capisce e la chiama per nome: "Maria!"

Ecco: la Pasqua è come un ritrovarsi, è un sentirsi nuovamente chiamati per nome, indipendentemente dai distacchi, dal vuoto, dall'abisso dell'inconoscibile, dalla paura. Gesù è come se dicesse: "sono qui". Quando c'è amore vero, amicizia profonda, relazione totale è come se la morte non esistesse. Distacco sì, ma non annientamento, vuoto sì, ma non assenza, pianto sì, ma non melodramma. Purché non si ritorni a casa. Purché si continui a correre, cercare, coinvolgere, rimanere, senza lasciarsi fuorviare da nessun angelo biancovestito.

"Maria!" "Rabbunì!" E' una relazione che continua e non tramonterà mai.

Perché c'è stato un ritrovarsi, c'è stata una fedeltà, c'è stato un fidarsi al di là di ogni logica. Forse Pasqua è proprio questo ritrovarsi, pieno, profondo, con il Signore vivente, che ti chiama per nome. Ed anche con tutti coloro con cui condividiamo l'aver visto o l'aver creduto in qualcosa di grande e di insospettato.

 

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