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TESTO Commento su Os 1, 9a; 2,7a.b-10.16-18.21-22; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32

don Raffaello Ciccone  

Ultima domenica dopo Epifania (anno A) (02/03/2014)

Vangelo: Os 1, 9a; 2,7a.b-10.16-18.21-22; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 15,11-32

11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Osea. 1, 9a; 2, 7b-10. 16-18. 21-22
Osea è un uomo innamorato e insieme tradito dalla sposa che ha amato e continua ad amare. Osea abita nel regno d'Israele, che si è distaccato da Gerusalemme al tempo della morte di re Salomone. In questa zona si è diffusa l'idolatria e ci sono molti templi pagani, dedicati agli dei fenici. L'idolo conosciuto è Baal, "il Signore, il potente, il dominatore, il padrone". Esiste una classe sacerdotale che domina il paese e tiene nei templi le prostitute sacre, alimentando così i profitti e la superstizione delle popolazioni che si sono allontanate dal Dio della liberazione. Osea ha sposato una di queste prostitute da cui ha avuto tre figli. Ma poi, via via, la sua sposa si è stancata della vita matrimoniale e ha ricominciato a desiderare l'antica abitudine del rapporto con gli idoli, i devoti degli idoli che salgono ai templi e i loro sacerdoti.
Osea scopre che la sua vicenda assomiglia alla disavventure della religiosità del nord. Chi domina sfrutta, si arricchisce e abbandona i poveri che aumentano mentre l'immoralità dilaga. Dio è lontano ma nella sua solitudine Osea incomincia a pensare di essere stato abbandonato da Gomer come Dio è stato abbandonato da Israele. Eppure egli continua a sentire amore per questa sua moglie come Dio continua a sentire amore a questo suo popolo che si è allontanato.
Non valgono i castighi e non valgono i rifiuti. Il cuore di Osea è il cuore di un innamorato che sa essere fedele. E come Dio attraverso i suoi profeti, Osea ripensa ad una strategia di riavvicinamento e accetta di umiliarsi e di riaccogliere Gomer che, nel frattempo, sta dando segni di stanchezza e di delusione.
Perciò le parole di Osea diventano le parole del perdono di Dio.
Così quel Dio che è stato chiamato il Liberatore, il Pastore, l'Alleato, per la prima volta è chiamato Sposo. È un'immagine ardita, che obbliga a ripensare a rapporti nuovi, di profonda intimità e amore. Il profeta rilegge la storia di Israele: la solitudine dell'Egitto, l'innamoramento gratuito della sposa disprezzata e schiava, il fidanzamento nel deserto. Così si intrecciano storia e simboli mentre la sposa fiorisce in bellezza e riceve infiniti doni dalla terra su cui è stata collocata.
I versetti, dal 16 al 22, raccontano i progetti del nuovo fidanzamento sia di Osea sia di Dio. San Gerolamo, il grande traduttore della Bibbia in latino, nel secolo V, ricorda che il verbo usato per annunciare le nuove nozze con Israele (usato nella Bibbia 11 volte) è riferito alle ragazze vergini. Dio restituisce lo splendore della verginità alla prostituta perché la ama, la perdona e la rigenera nella sua bellezza. Il dono di Dio è uno splendido regalo di nozze, costituto da 5 offerte: la giustizia, il comportamento corretto, l'accoglienza che porta misericordia, l'amore e la fermezza nella fedeltà allo sposo. La venuta di Gesù realizza il matrimonio tra Gesù e il suo popolo e Gesù accoglie, perdona e muore pur di salvare e di garantire la sua Chiesa.
Romani 8, 1-4.
Il capitolo precedente conclude con il v 25: "Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mia ragione, servo la legge di Dio, con la mia carne invece la legge del peccato". Infatti verifico che, da una parte, con la coscienza, mi sottometto alla legge di Dio, ma a questo atteggiamento se ne contrappone un altro: seguendo la sua debolezza, nella carne obbedisco alla legge del peccato. E se la legge di Mosé è, di per sé, giusta, santa, ed educa al bene, in noi scopriamo più forte la legge del peccato che ci conduce verso il male: "Vedo ciò che è giusto, lo voglio eppure faccio il male che detesto" (7,15). "Chi mi libererà da questo corpo di morte?" (7,24).
Ma noi siamo nella legge dello Spirito poiché aderiamo a Gesù e in noi non c'è più una radice di condanna. La nostra peccaminosità e la nostra debolezza, trasferite in Cristo, sono state distrutte con la sua morte fisica. Così Gesù, che libera, ci fa passare al dominio di Dio e lo Spirito offre la sua legge 8,2).
Da Gesù ereditiamo nuovi stili e valori che inglobano ancora, e insieme superano, la sapienza della Prima Alleanza, "la giustizia della legge" (8,4). Il superamento, per l'unione a Cristo, mediante la fede, si riassume nel comandamento dell'amore. "La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità" (13,10). Questa è la scelta di Gesù nella sua morte, questa è la vera giustizia della legge, portata da Gesù risorto. E' uno stile impegnativo, totalmente nuovo nella quotidianità e spesso improbabile. Ma, come cristiani, siamo richiamati a vivere la forza della presenza dello Spirito che abita ogni giorno in noi e che stabilisce alleanza e comunione con Dio e con Gesù.
Ma bisogna dire che lo Spirito ci incoraggia perché, nella quotidiana esperienza, sia possibile fare esperienza della sua diffusione che opera in noi e attorno a noi e, quanto meno lo immaginiamo, abbiamo piccoli e grandi esempi dello Spirito di Dio. Si tratta di intravedere i segni dei tempi, di scoprirli e di identificarli: e questo vale per noi e la nostra speranza, e vale per le nostre comunità e la loro fiducia nella storia spesso ambigua e oscura.
Luca. 15, 11-32
Il capitolo 15 di Luca è il capitolo della misericordia, che dimostra la premura e il volto di Dio, capace solo di amare. Ma proprio questo sconcerta coloro che ritengono di essere vicini a Dio poiché, tutto sommato, pretendono il Dio giustiziere. Tutto il capitolo è impostato su un'accusa a Gesù che li scandalizza: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro"(15,2). L'osservazione manifesta stupore e indignazione, nello stesso tempo. Gesù risponde con tre parabole diverse nel loro sviluppo. E tuttavia presentano alcuni aspetti comuni.
La prima, per la ricerca di una pecora smarrita, è una sfida al loro comportamento: "Chi di voi, se ha 100 pecore e ne perde una, non lascia le 99 e va in cerca di quella perduta?" e finalmente la trova (15,4-7).
La seconda è un incidente facile in casa: " O quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa?". La casa è buia in Israele, senza finestre. Bisogna accendere la lampada e spazzare il pavimento di pietra. Finalmente trova la moneta e fa festa (15,8-10).
Il testo è comprensibile, si direbbe ovvio. Ma tre elementi interessanti li percorrono. Si cerca finché si trova ciò che si è perso. L'obiettivo è "trovare", verbo ripetuto nelle due parabole tre volte. La conclusione è la festa. Questi tre elementi paradossali, a questo punto, sono presenti nella parabola del figlio ritrovato, ma in modo assolutamente paradossale.
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli.." (15,11-32).
Gesù, nel vangelo di Luca, racconta queste tre parabole, e, in particolare la terza, poiché sta svelando l'amore di Dio verso "i pubblicani e i peccatori" e sta rispondendo alle mormorazioni dei giusti: i farisei, i teologi, i cultori della legge che rifiutano l'accoglienza e la misericordia di Gesù, così sfacciata e così scandalosa. Perciò queste parabole non sono rivolte ai peccatori, ma ai perfetti, ai puri: sono coloro che pretendono di conoscere Dio e la sua giustizia. A loro Gesù parla e dice: "Ecco, con il loro rifiuto verso chi sbaglia, i giusti e i puri mettono addirittura a rischio il loro rapporto con Dio e ne deformano la conoscenza, come il fratello maggiore". Va ancora ricordato che la morale giudaica suppone il perdono di Dio solo per un peccatore pentito, come Luca riporta nell'episodio del ricco gabelliere di Gerico, Zaccheo (19,1-18).
Il racconto inizia dal figlio più giovane di un ricco possidente: questo giovane adulto pretende la sua parte di eredità. A lui, che è secondogenito, spetta un terzo dei beni mobili mentre il patrimonio immobiliare spetta integralmente al primogenito (Deut 21,17; Lev 25,23 e ss). Al padre, comunque, resta l'usufrutto di tutto ciò che ha, fino alla sua morte.
E il padre non fa nessuna resistenza. Eppure, nella saggezza ebraica suggerita dal Siracide (33,22. 24), si sottolinea: "E'meglio che i tuoi figli chiedano a te, piuttosto che tu debba volgere lo sguardo alle loro mani.... Quando finiranno i giorni della tua vita, al momento della morte, assegna la tua eredità". Il padre, invece, divide le sostanze tra i due figli senza dire una parola e senza imporsi. Il figlio più giovane va in un paese lontano, tra i pagani, visto che usano pascolare i porci. Vive senza una linea morale se non quella del capriccio, del gusto, dell'interesse, dell'emotività, dell'esibizionismo, dello sciupio. La ricerca dei piaceri, di falsi amici e di aberrazioni sessuali si conclude non solo per nausea ma anche per l'esaurimento di risorse economiche. Alla fine, per poter campare, deve adattarsi, al primo lavoro che capita e che risulta non solo degradante, ma addirittura insufficiente per poter vivere .
Finalmente "rientra in sé". Non si parla di pentimento ma di fame. E se vuole continuare a vivere, deve cambiare totalmente il suo comportamento. Si rende conto d'avere completamente sbagliato e incomincia a desiderare la vita ordinata, il benessere di casa, il rispetto di cui era egli stesso onorato. Per la sopravvivenza è disposto a pagare il suo sbaglio con il lavoro nella casa del padre, trattato come un servo, perché si rende conto d'aver perso il diritto di essere figlio. Ma tra le persone a cui si rivolge, in fondo capisce che l'unico che può ancora accoglierlo, e di cui si fida, non sa come, è il padre. E il padre lo accoglie. Il comportamento del padre è riassunto in cinque verbi: "Il padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e continuò a baciarlo" (v 20). E al figlio a cui anche i porci hanno negato le carrube, dona la veste lunga (quella per gli ospiti di riguardo), l'anello al dito (il sigillo dell'autorità sui servi e sui beni del padre), i sandali ai piedi (è uomo libero; gli schiavi camminano scalzi).
E dopo l'incontro la festa, senza aver avuto la possibilità di scusarsi e di ripetere la richiesta di un sostentamento dopo il lavoro del servo. Sono invitati tutti a mangiare, a cantare e danzare. Non si chiedono spiegazioni, non si cercano scuse, non ci si ripromette di fare i conti dopo. Qui c'è tutta l'espressione della gioia e dell'accoglienza.
Il grande problema di quel padre è il figlio maggiore: ubbidiente, lavoratore, rispettoso del padre, ma guardato come il padrone verso cui si considera servo. Ritorna, sfinito dal lavoro. Stordito e stupefatto, continua ad informarsi da un servo, della festa, organizzata a sua insaputa in casa sua e, comunque, assolutamente eccezionale. E non vuole assolutamente entrare il padre deve uscire anche per il figlio fedele che rifiuta di accettare, che sente di aver ragione: è assurda questa accoglienza ed è ingiusta. Non chiama mai col nome di padre colui che lo sta supplicando di entrare (mentre il figlio minore, ritornato, chiama il padre cinque volte quasi per riabituarsi). E se il figlio minore scopre il padre quando torna, il figlio maggiore non sa ancora scoprire il padre, che lo scongiura di fare festa ed accogliere il fratello tornato.
La parabola finisce qui: probabilmente il fratello maggiore è entrato perché è sempre stato ubbidiente al padre, ma assolutamente indifferente e scontroso con il fratello a cui gli farà pesare la mole del lavoro che lui ha fatto. Il fratello minore comincerà ad adattarsi ai ritmi nuovi, ma incomincerà ad avere nostalgia per il suo passato, pur restando in casa. I figli continuano a cambiare perché non capiscono fino in fondo, solo il padre resta uguale a se stesso, impegnato in un amore pieno, totale, garantito.
Questa parabola ci spiazza completamente: ma ci mostra anche qual è il vero volto di Dio: infinitamente amabile e infinitamente ricco di amore per ciascuno, sia o non sia meritevole. Il più grande affronto che si possa fare è avere paura di Lui, ma anche immaginare che Egli debba rifiutare qualcuno.

 

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