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TESTO Commento su Numeri 20, 2. 6-13; Romani. 8, 22-27; Giovanni. 2, 1-11

don Raffaello Ciccone  

II domenica dopo Epifania (anno A) (19/01/2014)

Vangelo: Nm 20,2.6-13|Rm 8,22-27|Gv 2,1-11 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 2,1-11

1Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». 4E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Numeri 20, 2. 6-13
Il racconto si inquadra nella fatica del popolo d'Israele di orientarsi nel cammino della liberazione e nel coraggio di affidarsi veramente a Dio, con speranza.
Il popolo è in pena per l'acqua che manca e la sofferenza si amplifica per la memoria di quel frammentario benessere dato dalla varietà di cibo che l'acqua permetteva in Egitto: nei versetti precedenti si parla di mancanza di semi, di fichi, di uva e melograni. Il racconto ha delle analogie con uno stesso racconto riportato nel libro dell'Esodo (17,1-7); ma questa ripetizione vuole, probabilmente, dare significato al divieto e quindi alla impossibilità, per Aronne e Mosè, di entrare nella terra promessa.
Siamo nel luogo di "Meriba" che significa "contesa" e il popolo discute, anzi formula una specie di giudizio e tribunale: si può dire che denuncia Dio stesso e Mosé. E' inquieto del proprio futuro e teme la desolazione e la morte.
Il Signore sa comprendere le esigenze del popolo e la sua paura. Perciò Dio non si scandalizza dello sgomento, ma invita sempre ad avere fiducia e a superare l'angoscia. E tuttavia la paura nasce dalla propria insicurezza, dalla difficoltà di non saper trovare soluzioni, dalla dipendenza. Perciò Dio semplicemente ordina di "parlare alla roccia". Dice a Mosè: "Prendi il bastone; tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e parlate alla roccia sotto i loro occhi, ed essa darà la sua acqua; tu farai uscire per loro l'acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al loro bestiame".
Mosè raduna il suo popolo in assemblea ma non esegue subito le parole del Signore. Anzi Mosé e Aronne sono travolti, essi stessi, da questa insicurezza e si ribellano alle pretese e alle accuse. Ritengono giusto che ci si debba difendere e quindi rispondono loro che non sono in grado di soddisfarli per ciò che chiedono, come se il cammino che hanno intrapreso verso la libertà fosse responsabilità loro. "Mosè disse loro: «Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?»" (v10).
Il testo prosegue nell'opera di mediazione di Mosè che accetta di far scaturire l'acqua dalla roccia. La sua titubanza, tuttavia, viene manifestata dal fatto che Mosè non si limita a parlare alla roccia, come aveva proposto, ma usa il bastone che è una specie di garanzia, segno di comando ma anche un talismano che è servito davanti a Faraone a mostrare la potenza di Dio. In più, Mosè ha battuto due volte la roccia col bastone. L'autore biblico rileva questa insicurezza, in Mosè, per mostrare la diffidenza e la esitazione nei confronti di Dio.
Mosè ed Aronne sono coinvolti nella stessa prospettiva del popolo, uscito dall'Egitto e quindi si sentono dire dal Signore: «Voi non introdurrete quest'assemblea nella terra che io le do». Anche Mosè ed Aronne si sono sviati dal loro ruolo di garanti della protezione di Dio: «Poiché non avete creduto in me, in modo che manifestassi la mia santità agli occhi degli Israeliti» (v 12).
Dio si fida di noi, ma diventa difficile essere coerenti fino in fondo. Anche i grandi mediatori, dice la Scrittura, come Mosè e Davide, non sanno superare il male, la fragilità e le infedeltà. E tuttavia il Signore ci coinvolge e ci incoraggia a continuare il suo progetto poiché chi ci va di mezzo non siamo solo noi, ma anche questo mondo e tutti gli uomini e donne che egli ha affidato alle nostre mani, sostenuti dallo Spirito.
Romani. 8, 22-27
Il cap 8 della Lettera ai Romani inizia con una garanzia: "Ora, dunque, non c'è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte" (vv1-2). La legge di Mosè non liberava dal peccato e dalla morte, ora invece siamo stati coinvolti nella legge dello Spirito. Così siamo trasfigurati poiché possiamo dire a Dio: "Tu sei mio papà" e possiamo considerarci veramente suoi figli: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». (v 15). L'adozione a figli non si riscontra in altri testi della Scrittura, salvo che in Paolo. Sembra che Paolo abbia attinto alla prassi giuridica greco-romana secondo la quale, i figli adottivi, una volta integrati nella famiglia, godono gli stessi diritti dei figli naturali e possono partecipare all'eredità.
Il testo, che leggiamo oggi nella liturgia, all'interno di questa novità del nascere nello Spirito, ci parla di tre "gemiti", e il richiamo del gemito è accompagnato dal ricordo delle doglie del parto. Tutto il brano ha, infatti, un respiro di speranza, di vita e di rigenerazione, non certo di morte.
- Il gemito della creazione: essa è stata creata splendida dalla potenza di Dio: "tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi" (v 22) e rivela il dramma dell'essere stata deturpata, sporcata e corrosa dalla nostra noncuranza e dal nostro sfruttamento, sottomessa alla corruzione dell'inquinamento e della guerra.
- Il gemito del cuore umano: "Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo" (v 23 ). Noi abbiamo coscienza della nostra responsabilità e sentiamo i nostri limiti e le nostre paure, insieme con le nostre urgenze e le nostre ossessioni e cupidigie. Stiamo cercando la liberazione dallo Spirito per rinnovare il mondo. Ma, nella nostra confusione e pochezza, "se abbiamo lo stesso destino e viviamo nella stessa speranza per cui attendiamo con perseveranza", noi abbiamo un compito fondamentale: riempire questa attesa, aprire il cuore e aiutare il mondo al cambiamento nella preghiera. Ma noi non sappiamo pregare. Le nostre invocazioni sono solo tentativi per fare aderire Dio ai nostri progetti.
- Il gemito dello Spirito: lo Spirito viene in soccorso alla nostra debolezza e ci suggerisce quello che dobbiamo dire al Padre, poiché "lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili" (v 26). In fondo noi dobbiamo fare il nostro apprendistato di figli, sempre incapaci di capire a fondo il mondo di Dio a cui siamo chiamati. Ma lo Spirito, dentro di noi, mentre interpella il Padre, ci educa a valori nuovi, alla sintonia con le persone che soffrono, al mondo, spesso, senza speranza.
Ci viene chiesto conto delle domande della nostra preghiera poiché il nostro chiedere deve sintonizzarsi con la Parola e le scelte di Dio sul mondo che noi stessi abitiamo, che utilizziamo e di cui siamo signori e responsabili. La preghiera dello Spirito ci aiuta ad orientarci nel mondo di Dio per la speranza e la salvezza per tutti.
Giovanni. 2, 1-11
Gesù inizia, con il "segno" di Cana, il primo del Vangelo di Giovanni, il tempo "dei sette segni", permettendo ad un matrimonio di poveri sposi la continuazione della festa. Pochi se ne accorgono né Gesù pretende che tutti lo sappiano. Lo conoscono i servi e i discepoli, nuovi a questa sequela, che sono introdotti a riscoprire la gloria di Gesù.
Nella conclusione del racconto vengono posti il duplice significato del "segno": rivela la "gloria" del Figlio e il cammino verso la "fede". "Manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui" (2,11).
Il "segno" non solo sorprende ma nasconde significati teologici profondissimi: Gesù incomincia a offrire i doni messianici con gratuità, aperti a tutti e apre la porta per la rigenerazione del mondo. Qui non ci si sofferma sulla potenza di Gesù, ma vengono valorizzati alcuni risultati sorprendenti: l'abbondanza del vino e la sua qualità impensabile, la sostituzione dell'acqua della purificazione, che oltre tutto è finita, con la gioia e l'allegria che il vino porta. Si stanno verificando i tempi nuovi, i tempi messianici, iniziando da una famiglia di poveri e, comunque, dove c'è bisogno di gioia e di pienezza.
C'è il messianismo che finora è stato atteso e conosciuto nella pienezza ma si profila il messianismo sconosciuto " dell'ora" che non significa solo il tempo del compimento ma l'avvenimento nel tempo che passa per la croce e si conclude nella risurrezione.
In questo cammino intravisto e in questa attesa si profila anche l'avvento del nuovo che sostituisce il vecchio; il vino della gioia sostituisce l'acqua della debolezza. Alla legge antica viene sostituita la nuova.
Questo richiamo all'ora di Gesù è dominante: è risolutore della difficoltà ed è nelle mani di Gesù. Così egli attende e insieme lo anticipa come segno: lo manifesta come gioia e splendore, dando in tal modo il significato della Gloria. Gloria è ciò che si manifesta come splendente. Qui inizia lo splendore di Gesù che manifesterà l'amore che si dona proprio nella situazione più drammatica e più lontana dalla pienezza. Nel matrimonio avviene il segno, nell'amore che si svilupperà fino alla morte, inizia il cammino della manifestazione di Gesù. In questo segno inizia anche il cammino dei discepoli. La fede in Gesù si apre sul mondo e coloro che lo seguono avranno la gioia di comunicare il segno e la sequela a cui siamo invitati perché il mondo sia ricco di questa novità.
Nel segno resta la presenza di Maria. E' colei che coglie la difficoltà prossima degli sposi, previene e intercede. Probabilmente non sa che cosa può accadere, ma ritiene che sia importante che il Figlio sappia per poter provvedere in qualche modo. Gesù risponde in modo evasivo e praticamente non ci sono spiragli per un intervento: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora» (v 4 ). Maria però riprende, a questo punto, la sua fiducia rinsaldata in una fede che lei stessa ha maturato e lascia a Gesù la soluzione, qualunque essa sia. Maria non suggerisce interventi, si fida della volontà di Gesù che a lei è sconosciuta e invita i servi: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (v 5). Tre volte viene nominata la parola "madre", e mai il nome Maria. Nel mondo orientale pare che sia segno di grande dignità ricordare la donna come madre del figlio illustre.
Ci sarà, nel Vangelo di Giovanni, un secondo momento dell'incontro di Maria con Gesù e sarà alla crocifissione (vv 19,26 ). Gesù le consegnerà Giovanni come figlio, dicendole: "Donna, ecco tuo figlio".
All'inizio ed alla fine della sua missione messianica, la Madonna è presente con la sua intercessione, accanto a Gesù. Viene chiamata "donna" non per segnare un distacco, ma per riconoscerla come collaboratrice alla salvezza con il nuovo Adamo, essa, la nuova Eva.
E' la domenica di una grande manifestazione, la scoperta della povertà e la speranza delle soluzioni nuove, legate alla volontà ed al progetto di Dio. L'itinerario è fatto da Gesù; accanto c'è Maria e insieme c'è la comunità dei discepoli che accettano di far presente la fatica, intervengono con fiducia, costituiscono una famiglia di fratelli e sorelle, aperta al mondo.

 

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