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TESTO Commento su Michea 5,1. Malachia 3,1-5a. 6-7b; Salmo 145(146); Galati 3,23-28; Gv 1,6-8.15-18

don Raffaello Ciccone  

V domenica T. Avvento (Anno A) (15/12/2013)

Vangelo: Mi 5,1; Ml 3,1-5a.6-7b|Sal 145(146)|Gal 3,23-28|Gv 1,6-8.15-18 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 1,6-8.15-18

6Venne un uomo mandato da Dio:

il suo nome era Giovanni.

7Egli venne come testimone

per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

8Non era lui la luce,

ma doveva dare testimonianza alla luce.

15Giovanni gli dà testimonianza e proclama:

«Era di lui che io dissi:

Colui che viene dopo di me

è avanti a me,

perché era prima di me».

16Dalla sua pienezza

noi tutti abbiamo ricevuto:

grazia su grazia.

17Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

18Dio, nessuno lo ha mai visto:

il Figlio unigenito, che è Dio

ed è nel seno del Padre,

è lui che lo ha rivelato.

Michea 5,1. Malachia 3,1-5a. 6-7b
La lettura che porta l'intestazione del profeta Michea, in realtà, del profeta Michea ricorda solo un famoso versetto su Betlemme, che resterà come segnale fondamentale per l'indicazione della nascita del Messia ai magi (Mt2,6). Dopo il primo versetto leggiamo un testo del profeta Malachia.
Michea 5,1
Michea è il secondo profeta scrittore del Regno di Giuda, contemporaneo ad Isaia: siamo nella seconda metà del sec. VIII a.C. Vive in un tempo di grande difficoltà economica, ma soprattutto di ingiustizia sociale. C'è molta corruzione e idolatria, discordie e diseguaglianze sociali, frutto di sfruttamento e di soprusi. Il popolo si aspetterebbe giustizia, senso religioso e sobrietà e, invece, si sente perseguitato dalla prepotenza di una minoranza ricca e dalle classi dirigenti che sfruttano i poveri. E se il re Ezechia è un buon uomo, è troppo debole per portare giustizia. Il profeta Michea annuncia speranza: sta per nascere colui che dominerà Israele, e proprio in un paese insignificante, nel villaggio di Betlemme. Ma in quel paese è nato il re Davide, attorno al 1000 a.C. Da pastore che era, diventò re e fece grande il suo popolo.
Malachia 3,1-5a. 6-7b
Malachia continua la prima lettura e preannuncia la venuta di Gesù.
Malachia vive dopo la ricostruzione del secondo tempio, con un popolo che è tornato da Babilonia: ma questo, ormai, è avvenuto alcune decine di anni prima. Eppure la ricostituzione della società nella Giudea, ed, in particolare, a Gerusalemme, non ha portato lo splendore e la giustizia sognati. Siamo attorno all'anno 450 a.C. e il profeta tratta sei problemi che toccano la realtà quotidiana: 1. la predilezione per Israele; 2. la mancanza di fedeltà del popolo al culto di Dio; 3. la mancanza di fedeltà nel rapporto matrimoniale visto come Alleanza; 4. La promessa di Dio che invia un messaggero per restaurare il culto e giudicare gli empi; 5. la mancanza di fedeltà a Dio nelle offerte del tempio; 6. la discussione tra credenti che dubitano della giustizia di Dio.
All'interno di queste riflessioni, il contesto è disorientato tra le promesse di giustizia di Dio e l'esperienza che, ogni giorno, mette sotto gli occhi, l'oppressione dei poveri da parte dei ricchi che prosperano. Dio, però, dice il profeta, garantisce e promette: "Manderò il mio messaggero". Allo stesso modo con cui i sovrani si fanno precedere dagli ambasciatori, il Signore manderà, si pensa, Elia o il Messia o il profeta. Al tempo di Gesù viene identificato il messaggero come il precursore. Dopo di lui un secondo e misterioso personaggio chiamato: "il Signore", "l'angelo dell'Alleanza", "il Signore dell'universo" (v 1).
Egli purificherà come fuoco e come lisciva, purificherà i figli di Levi (v 3). La purificazione del tempio resterà come garanzia e come memoria. Così il gesto di Gesù, che si lamenterà dei sacerdoti e della classe dirigente che avevano ridotto il tempio a "spelonca di ladri", e che scaccerà i venditori dal tempio, diventa comprensibile anche l'annuncio di Malachia nella Comunità cristiana (Mc 11,17). E, insieme, qualifica la venuta di Gesù come una presenza nuova di Dio che porta fuoco e purificazione: la Parola e lo Spirito. L'invito a ritornare è un inno alla libertà dell'uomo ed alla misericordia di Dio. Resta tuttavia sconcertante pensare che Dio riconosca la libertà dell'uomo fino al punto da sembrare impotente. Dio è così libero da rispettare la libertà e la fragilità della libertà mana. E' importante che almeno lo si riconosca, se si ha fede. Ma questo non vieta di pregare Dio di intervenire.
Noi celebriamo l'Eucarestia e il popolo cristiano si ritrova con questi messaggi, ampi e responsabili.
Papa Francesco e il card. Scola ci invitano a ritrovare e a tradurre i segni dell'incontro con Gesù nel mondo in cui viviamo, sempre alle prese con la propria fragilità e inconsistenza delle speranze che viviamo. Eppure la Parola e lo Spirito dovrebbero aiutarci, rinforzati dalla forza nuova di Dio, dalla chiarezza dell'entusiasmo e dalla libertà interiore, a preparare noi stessi come credenti fiduciosi che vivono nel mondo e a ritrovare e a costruire itinerari di speranza con tutti.
È chiaro che questo testo riconduce ad una riflessione sul nostro rapporto con Dio nella Chiesa: nella Chiesa che celebra l'Eucaristia e nella Chiesa che si fa presente nel mondo come popolo credente.
Galati 3, 23-28
In questo breve testo, Paolo offre una linea di sviluppo della rivelazione che, in pienezza, giunge al popolo cristiano, ma che comincia da lontano, nel popolo d'Israele. Le persone a cui scrive non sono molto esperte nella riflessione ebraica poiché molti vengono dal paganesimo, né conosco a sufficienza ancora il messaggio di Gesù. Perciò accettano tutto quello che viene loro proposto, Così alcuni inviati ebrei, che praticamente inseguono Paolo nelle sue missioni, preoccupati del guasto che procura a riguardo della religiosità ebraica, hanno cercato di convincere le giovani comunità della Galazia che sia innanzitutto necessario, se sono stati prima pagani, conoscere e praticare la legge ebraica data da Mosé.
Gesù stesso l'aveva osservata. Così sorge un frenetica corsa ai riti ed alla legge ebraica, portando incomprensione e scompiglio tra i credenti. Paolo, in sintesi, chiarisce il significato della legge: essa ha avuto una sua funzione particolare nel mondo sociale e credente. E' stata come il pedagogo nella società greca e romana. Il pedagogo è lo schiavo che si occupa dei figli di minore età del padrone, li conduce a scuola per affidarli al maestro e ha il compito di sorvegliare, preservare, mettere in guardia. E' una funzione importante, ma temporanea, nell'attesa della maggiore età. Il pedagogo prepara alla responsabilità e all'impegno personale. Raggiunta la maggiore età, si sviluppano tutte le vocazioni per il comportamento dell'adulto. Per i cristiani, poi, non si tratta solo di un codice di comportamento, ma di un vestito particolare: "Poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo" (27); e i vestiti, nell'antichità, hanno un loro ruolo particolare. Manifestano una dignità che è visibile poiché il vestito mi presenta e mi qualifica (è considerato come una divisa). Qui il vestito è quello di Cristo.
Anche nella lettera ai Colossesi 3,9-10 Paolo scrive: "Vi siete svestiti dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato". Il cristiano si presenta e si esprime per ciò che dice ma anche per come ascolta, per come cerca di capire e quindi per come accoglie, per come scusa e perdona, per come aiuta e vuole bene poiché in lui si manifesta Gesù. Qualsiasi differenza esista nella realtà: (sessuale, sociale, civile, religiosa) diventa irrilevante nell'ottica della identità nuova che viene conferita a chi diventa "uno in Cristo Gesù". Perciò le divisioni sociali e religiose non ci sono più in Cristo: giudei e pagani sul piano religioso; schiavo e libero, dal punto di vista dei diritti civili e sociali; maschio e femmina sul piano dell'identità di genere. E questo ci dà una profonda libertà interiore, anche se ci obbliga a serie verifiche sul nostro modo di sentire e sui condizionamenti che l'ambiente esterno vuole imporci.
Giovanni 1,6-8. 15-18
Il Vangelo di Giovanni, all'inizio ("prologo") della sua narrazione (sono 18 versetti del cap.1), dà il profilo e la sintesi dell'annuncio poderoso e sconcertante del Verbo che si fa carne in Gesù. In un brevissimo testo iniziale trova spazio il richiamo del precursore, Giovanni Battista che, in questo avvento, abbiamo ritrovato quasi ogni domenica. Giovanni è il testimone della luce che viene ed è collegamento tra il mondo ebraico dell'attesa e il mondo nuovo della pienezza, passaggio dalla custodia del segreto di Dio al suo popolo alla pienezza dell'universale, apertura dal dialogo dei profeti con piccole etnie alla Parola piena per ogni uomo vissuto nel passato, o vivente nel presente o atteso dal futuro.
Almeno tre volte, in due versetti, viene chiarita la funzione di Giovanni il Battista, che è testimone, solo testimone. Quando, alla fine del secolo I° d.C., Giovanni scrive il suo Vangelo, esiste ancora qualcuno che ha conosciuto Giovanni Battista e, comunque, esistono delle comunità che si rifanno al Battista e lo ricordano con nostalgia e rispetto. Ma il richiamo rischia di deformarsi in un credito che pretendono di dare a Giovanni che lui stesso ha rifiutato.
Egli è sorto come profeta, inviato da Dio, con il compito di presentare il Verbo della vita. "Il Verbo è luce che splende nelle tenebre ma le tenebre non l'hanno accolta" (1,5). Così il Battista viene a squarciare queste tenebre, affinché ogni persona diventi credente, grazie alla sua missione. Non è la luce, ma solo una lucerna: "Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce" (Gv5,35). Il Battista rivendica il suo ruolo di profeta ed anche il valore della sua testimonianza, delineando una lettura della eternità in cui si colloca il Verbo di Dio e di cui indegnamente si proclama annunciatore. A questo punto l'evangelista testimonia la fede della sua Comunità: e quindi ci apre gli occhi nello scoprire quello che il Signore Gesù ci ha dato e continua a donarci: "Grazia su grazia dalla sua pienezza"(16), "grazia e verità mediante la rivelazione del Padre".
Tutta la liturgia, presentandoci il Battista che ha mostrato Gesù al mondo, fa riferimento a noi credenti che leggiamo la testimonianza di Giovanni nel suo tempo. Egli ha colto il valore dell'indicare, offrendo, a garanzia, la sua gratuità e la sua disponibilità piena.
Siamo abituati a pensare che la testimonianza debba avvenire fuori della comunità, e invece la comunità di fede è il primo luogo dell'aiuto a vicenda per costituirsi saldamente coerente e presentarsi al mondo come modello da interpretare. San Paolo, che ha fondato varie comunità, ha sufficiente esperienza per suggerire l'impegno "nello stimarsi a vicenda" (Rm 12,10), "il farsi coraggio a vicenda" (2Cor 13,11), "il sopportarsi a vicenda" (Ef 4,2; Col 3,13), "il perdonarsi a vicenda" (Ef 4,32), "istruirsi e ammonirsi a vicenda" ( Col 3,16), "il confortarsi a vicenda" (1Ts 4,18; 5,11), "esortarsi a vicenda" (Eb 3,13), "prestare attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone (Eb 10,24), "non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l'abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda" (Eb 10,25). La testimonianza della luce si allarga al mondo: è la luce di Cristo e non la nostra, né la preoccupazione deve essere quella della Chiesa che si esibisce nelle esperienze di vita. E' anche facile che si guadagni qualche medaglia sul campo ma la preoccupazione deve essere quella di essere un efficiente ospedale da campo dopo la battaglia. E' una immagine di Papa Francesco e che rende bene la qualifica e il lavoro.
Della testimonianza parla anche il Card,Scola nel suo cap. 4 de: "Il campo è il mondo". E qui ci si propone di far filtrare la liberazione, la guarigione, le scelte di libertà, la sapienza nel saper rispettare il mondo e i piccoli. E gli ambiti sono il lavoro, il riposo, la famiglia, la giustizia, restando molto attenti alla fragilità, alla cittadinanza e maturando la Parola del Signore.

 

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