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TESTO Commento su Baruc 4, 36 - 5, 1-9; Romani 15, 1-13; Luca 3,1-18

don Raffaello Ciccone  

II domenica T. Avvento (Anno A) (24/11/2013)

Vangelo: Bar 4,36– 5,9; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 3,1-18

1Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 3Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, 4com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:

Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!

5Ogni burrone sarà riempito,

ogni monte e ogni colle sarà abbassato;

le vie tortuose diverranno diritte

e quelle impervie, spianate.

6Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

7Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: «Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? 8Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. 9Anzi, già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco».

10Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». 11Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». 13Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».

15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

18Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Baruc 4, 36 - 5, 1-9
L'immagine di Gerusalemme, che ci viene data dal profeta, è quella della vedova a cui sono stati strappati anche i figli, oltre a quella dell'aver perso il marito. Essa siede per terra, con gli abiti del lutto e il velo sul capo. Non si alimenta più, non si lava, non mette più profumi. E' una donna disperata e senza futuro. Gerusalemme è rimata sola a piangere e i figli sono stati dispersi.
Ma l'invito, che viene fatto a Gerusalemme dal profeta, è quello della sorprendente notizia: i figli tornano dopo tanto tempo.
L'esilio a Babilonia è durato circa 50 anni e poi il dominio di Babilonia si è concluso con la vittoria di Ciro, re dei Medi e dei Persiani, che ha rimandato alle proprie terre i deportati che desideravano tornare.
Così l'invito a Gerusalemme è quello di alzarsi e di correre in cima al monte, di guardare verso oriente da cui stanno arrivando i figli deportati e li sentirà cantare come fanno i pellegrini alla vista di Gerusalemme, lassù sul monte Sion. Perciò " deponi gli abiti di afflizione e rivestiti dello splendore che ti viene da Dio". Gerusalemme è invitata a cambiare l'abito. Il vestito dimostra, soprattutto nel mondo ebraico, la dignità, la gloria, la grandezza e lo splendore interiore di chi indossa abiti maestosi. Non serve solo a ripararsi dal freddo o proteggere il pudore, ma il vestito dimostra e qualifica nel proprio mondo il significato e l'onore della persona stessa. Gerusalemme diventa splendente e unica: si riveste della gloria che viene da Dio, mostrando la sua bellezza interiore a tutti i popoli, diventando attraente perché è rivestita del "manto della giustizia di Dio». E la giustizia, nel VT, è fedeltà, lealtà, solidarietà; perciò la bellezza è costituita da interiore splendore e coerenza di generosità.
Gerusalemme riceve un nome nuovo: « pace della giustizia e gloria della pietà».
Per un semita il nome non è una designazione convenzionale ma, particolarmente legato alla persona, ridefinisce il ruolo, la vocazione e apre a progetti e visioni nuove. Prima dell'esilio Gerusalemme significa "città della pace". Nel mondo il tema della pace porta brividi di gioia, ma qui, dopo l'esilio, si aggiungono due nomi: " giustizia e pietà". La pace si fonda sulla giustizia e non sulla soggezione o sulla conquista che ha snervato ogni resistenza, La pietà indica una vera religiosità profonda che si collega alla bellezza ed alle scelte di Dio e rende un tutt'uno la volontà di Dio e l'adesione a Lui.
Gli esuli si sono allontanati a piedi, con tutte le deformazioni e i limiti della chiusura, gli odi e le inimicizie, i rifiuti, deportati fisicamente e soprattutto schiacciati e profondamente delusi nel cuore. Ora ritornano con il volto dell'amicizia, pieni di energia, accompagnati dal Signore che rende possibile una speranza nuova di coesione, di pace e di responsabilità. Il popolo si riunisce nella coerenza e nella gioia di saper ricostruire un futuro con l'aiuto di Dio. Israele ha riconosciuto il suo male nell'esperienza della misericordia di Dio e Dio stesso gioisce nel ricostituire il suo popolo.
Romani 15, 1-13
Paolo è preoccupato che ci siano armonia e concordia, ma sa che spesso si costituiscono gruppi che creano tensioni e non permettono di costruire insieme una casa (edificare). Si parla " di forti e di deboli". In questo caso i primi versetti sono un richiamo ai forti, tra cui anche Paolo sente di appartenere. I forti stanno sperimentando un cristianesimo di libertà e di rigore allo stesso tempo, poiché hanno davanti agli occhi lo stile di Gesù che continua ad essere fedele al Padre, ma è insofferente delle formalità o delle tradizioni degli antichi, scambiate come volontà di Dio, e che invece risultano spesso essere scelte umane. E ha riscontrato che ci si appella alle formalità mentre si dimentica la volontà di Dio e la sua misericordia.
I deboli, che sembrano una minoranza, sono persone che si aggrappano alle tradizioni, alla lettera della legge e questa loro fedeltà costa critiche, diffidenze ed esasperazioni. Paolo è preoccupato che questo popolo nuovo di Gesù non sappia vivere in coerenza e armonia e quindi non sappia "edificare" con buone fondamenta.
L'esempio di Gesù è di grande conforto poiché ha mantenuto l'Alleanza e quindi, sulla Parola, che Dio ha dato, ha costituito un Popolo privilegiato nella appartenenza e nelle conoscenze. E i pagani scoprono, nella misericordia, di cui Gesù si è fatto garante con il suo sacrificio e la sua non violenza (Sal 18,50), l'accoglienza e l'adesione al mondo del Dio della creazione e della salvezza.
Paolo raccomanda a tutti la concordia e il reciproco rispetto, a somiglianza di Gesù che non si è preoccupato di sé, anzi di sé si è dimenticato e si è messo a disposizione di tutti. E, in questo caso, Paolo insiste su citazioni di universalismo e di carità poiché istintivamente gli ebrei portano nel cuore il disagio di dover condividere coi pagani la stessa fede a Gesù. La Scrittura ci ripete di ricordare l'impegno della perseveranza che ci viene dall'essere stati istruiti dai profeti e da Gesù stesso, perseveranza che porta consolazione e chiarezza alle nostre stesse esigenze. Senza riferimento alla Scrittura, infatti rischiamo di costruirci un cristianesimo legato all'emotività, alla sensibilità delle nostre ideologie, ai mezzi di comunicazione sociale, alle ambiguità di comportamento che noi credenti esprimiamo nella nostra vita.
Paolo fa intendere che le critiche più dure e le insofferenze resistono per abitudini acquisite nel tempo per forme di diffidenza, di discriminazione, di intolleranza, sorte per eredità culturali e formazioni ideologiche: esse deformano ogni rapporto intenso e ogni stima reciproca.
Nella Comunità cristiana queste diffidenze sono disastrose e inquinano ogni testimonianza. Esse sono alla base delle ingiustizie, dei privilegi e dei gruppi di potere.
L'ultimo versetto richiama le parole chiave del messaggio di Paolo: " Speranza, gioia, pace fede". Sono iniziate la testimonianza e la salvezza di Gesù che ci ha consegnato la speranza di un cammino, protetto dalla forza delle Spirito.
Luca 3,1-18
Con questo testo Luca inizia il capovolgimento della realtà umana: è la rivoluzione di Dio che si fa Parola e presenza, iniziando da un profeta finora anonimo che la gente sta incominciando a conoscere: Giovanni Battista. L'evangelista vuole identificare il momento esatto della novità che cambierà la terra e quindi colloca in un riferimento cronologico l'avventura di Giovanni, colui che precede il Messia. Ci troviamo tra il 1° ottobre del 27 a.C. al 30 settembre del 28 a.C., " nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare" ( in Palestina l'anno inizia dal 1° ottobre). Vengono segnalati 7 personaggi per sintetizzare tutto l'arco delle istituzioni civili e religiose, e viene ricordato anche il sommo sacerdote Anna che da 13 anni non è più in carica, ma continua con le sue interferenze ad essere presente nella vita di Israele. Cosi Luca raggiunge il numero 7 che segna la totalità.
La Parola di Dio sorge nel deserto, dove c'è aridità, ma anche il ricordo della liberazione. E' il luogo della fiducia di Dio e della tentazione, del coraggio di fidarsi e luogo della disperazione. Giovanni riceve e corre. La Parola di Dio esige che sia comunicata poiché non è una proprietà privata, né un tesoro da custodire in cassaforte ma un fuoco che deve purificare e cambiare. Questa Parola che nasce nel deserto deve poter essere accolta nel cuore per ridimensionare il mondo e renderlo luogo della non violenza, della fedeltà e della fiducia al Padre, luogo di perdono e di condivisione.
Il profeta Baruc, che abbiamo letto nella prima lettura, ha citato lo splendore di una strada che Dio costruisce per aiutare il popolo al ritorno, Giovanni cita lo stesso testo dicendo che è responsabilità dell'uomo costruire una strada su cui Dio passa. Non sono in contraddizione, ma spetta all'uomo togliere gli ostacoli perché il Signore venga da noi: e gli ostacoli sono 4, l'orizzonte della terra. Per fortuna il testo greco elenca tutto al futuro, restituendoci la gioia di una novità: " Ogni burrone sarà riempito: fa riferimento alle diseguaglianze economiche ed agli sfruttamenti; ogni monte e ogni colle sarà abbassato: superbia, alterigia arroganza nel proprio stile di vita ma servizio; le vie tortuose diverranno diritte: astuzie, scelte insensate ed egoiste ma pulizia di rapporti; e quelle impervie, spianate: egoismi e individualismi che rinchiudono le persone in blocchi e gruppi contrapposti".
IL v 6 in greco non dice "uomo" ma dice: "ogni carne: " Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio": è l'uomo nella sua debolezza, fragilità, povertà, malattia, decadenza di vecchiaia. In ogni debolezza si manifesterà la salvezza: e questo viene detto all'inizio del vangelo di Luca.
Ma alle folle vengono tolte le garanzie di salvataggio, le vie di fuga, le soluzioni segrete, gli espedienti, i trucchi, le scappatoie: "Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: "Abbiamo Abramo per padre!". E le folle incominciano a domandarsi: " Che cosa dobbiamo fare?" E' un buon segno quando qualcuno pone questa domanda. Sta incominciando a pensare ad un cambiamento, sta facendo sgretolare le proprie difese che gli garantivano la fuga. Quali risposte? Non sono di tipo religioso: "prega, confessati, va a messa". Giovanni pone scelte che ridimensionano e fanno rivedere atteggiamenti legati all'attenzione e all'amore del prossimo. E si rivolge a situazioni particolari di adulti: le persone impegnate nel proprio normale lavoro, i pubblicani che si arricchiscono alle dipendenze dei conquistatori, esigendo le tasse anche per loro e arricchendosi, i soldati.
A tutti chiede il rispetto del prossimo: chi possiede deve condividere con chi è povero, e questo per tutti, chi maneggia il danaro deve restaurare un rapporto di giustizia e non prevaricazione o raggiro, chi è soldato non può approfittare della sua forza per derubare un altro, prendendo le scuse di avere salari troppo bassi.
A conclusione, Luca dice che Giovanni " evangelizza il popolo", e significa che Giovanni offre parole di consolazione (" buone notizie") poiché apre speranze, attesa di novità a chi di noi inizia a mettere mano ad una conversione, mentre è in attesa della novità di Dio. Siamo al vero inizio dell'attesa e alla prospettiva di riconoscerci un popolo, visitato da Dio.
Papa Francesco non dice cose tranquille eppure ci aiuta a sperare e ci consola con il proporre le esigenze del credente nei confronti del Padre e del nostro prossimo, a riguardo del danaro e del rispetto degli altri.

 

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