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TESTO Commento su Primo Samuele 8, 1-22a; Prima Timoteo 2, 1-8; Matteo 22, 15-22

don Raffaello Ciccone  

VIII domenica dopo Pentecoste (Anno C) (14/07/2013)

Vangelo: 1Sam 8, 1-22a; 1Tm 2, 1-8; Mt 22, 15-22 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Mt 22,15-22

15Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». 21Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». 22A queste parole rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono.

1Samuele 8, 1-22a
Samuele ha coraggiosamente e lucidamente retto il suo ruolo di giudice, difendendo le diverse tribù dalla rapine e invadenze dei popoli vicini. Si trova però ad una svolta importante nella storia politica e religiosa d'Israele. Il santuario dell'arca di Silo è stato distrutto e l'unità è minacciata di fronte al crescere del pericolo filisteo.
Le tribù del nord non si interessano delle difficoltà del sud e le tribù ad oriente del Giordano, separate, riescono solo a raccogliere i fuggiaschi delle tribù occidentali.
Il pericolo dei Filistei e il comportamento molto anarchico delle tribù che non si occupano a sufficienza delle difficoltà che vivono le altre tribù sorelle fanno ripensare a una nuova struttura di governo. Una parte chiede un re (c'era già stato un tentativo con Gedeone (Gdc 8,22s) e la conseguenza tragica di Abimèlec (Gdc 9,1s), «come le altre nazioni». Ma un'altra corrente si oppone, perché vuole lasciare a YHWH, unico Signore d'Israele, la cura di suscitare i capi che le circostanze esigono, come ai tempi dei Giudici.
Questo brano segna il maturare della scelta. Samuele si oppone al movimento del popolo che vuole un re «come le altre nazioni» (cf.v 5). Egli pensa "Il popolo d'Israele non può misurarsi con la mentalità degli altri popoli, profana la propria vocazione e missione, seguendo il loro esempio e rifiutando il suo vero re, YHWH".
Eppure il Signore acconsente a malincuore (vv 8-9) e obbliga Samuele ad avvertire Israele per tutti gli inconvenienti che la monarchia comporterà (vv 10-18). Si parla del diritto del re e lo si esemplifica, presentandolo come una deformazione del potere. E invece scoperte recenti indicano che esso rappresenta la pratica dei regni cananei anteriori a Israele.
Il popolo è pressato dai dubbi di una palese debolezza poiché capisce che è necessario un comando unitario e autorevole. Lo stesso fallimento dei due figli di Samuele, posti come giudici, in sostituzione del padre ormai vecchio, fa individuare i pericoli della corruzione del danaro senza la contropartita di una unità di resistenza.
Non si crede più nella istituzione temporanea di un giudice, ma nella costituzione di un governo, retto da un re, che coordini e comandi e con il diritto della successione.
Samuele accetta le richieste del popolo. E Dio stesso non si tira indietro. Sarà proprio il Signore a scegliere via via i re: Saul, Davide, Salomone. Infonderà il suo Spirito ma, nello stesso tempo, obbligandoli ad essere responsabili delle proprie azioni. I profeti continueranno a suggerire il vero significato del re come pastore e custode del popolo.
Da una discendenza regale nascerà il Messia.
Mai come in questi giorni si sta sperimentando l'esigenza di una presenza politica che sappia reggere un progetto di rinnovamento, di coerente sviluppo, di operosità che rispetti il bene comune di tutti e sorregga, soprattutto, le realtà dei più disagiati perché senza lavoro e quindi senza risorse.
1 Timoteo 2, 1-8
Ormai Paolo si rende conto di dover reggere le diverse comunità che fanno capo a lui, attraverso i discepoli, qui Timoteo. Paolo sta sviluppando scelte pastorali poiché è il comportamento di vita quotidiana che rende giustizia della fede e delle scelte che ai credenti Gesù suggerisce. Perciò lo sviluppo della Chiesa è affidato, molto più di prima, alla testimonianza operosa della fede che non alla stessa predicazione: la testimonianza motiva ed evidenzia efficacemente, nel mondo, i criteri di Gesù. In questa lettera Paolo si dimostra molto affettuoso con Timoteo per aiutarlo nel suo ruolo di capo della comunità cristiana. Nel brano letto oggi. Paolo ricorda a Timoteo che deve educare alla preghiera i suoi: il rapporto primo con Dio si sviluppa nella preghiera.
E in ciò che chiediamo, noi manifestiamo ciò che siamo e ciò che accogliamo nel cuore: la fede, l'amore, la maturazione e la consapevolezza della propria adesione alle scelte di Gesù. Qui, tra l'altro, si intravede una preghiera corale, liturgica. Essa deve essere universale: "Si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere" (4 forme di preghiera e 3 riferimenti: il 7 sintetizza la creazione del cielo e della terra, l'universo dell'uomo e del mondo)." E il brano continua con affermazioni grandiose che sottolineano e chiariscono le scelte che la comunità cristiana deve saper maturare in sé: "Dio, nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità" (e "tutti" è ripetuto 4 volte, per richiamare l'orizzonte dell'umanità). Così la preghiera cristiana è "per tutti gli uomini" (2,4) e i cristiani sono chiamati alla collaborazione perché tutti possano salvarsi.
La preghiera si allarga alle persone che hanno autorità poiché spetta a loro l'impegno di mediazione, di equilibrio e di armonia nella comunità che presiedono. Comunque si comportino, per il compito che hanno, non vanno considerati nemici, ma hanno particolarmente bisogno della forza di Dio per reggere nella pace. E il loro compito viene specificato con molta lucidità: "perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio " (anche qui viene specificato, declinandolo, il numero 4). Si prega quindi per l'imperatore che non è un Dio, ma un uomo che ha bisogno della forza di Dio. E si prega per chi ha potere perché loro compito è provvedere al bene comune, senza lasciarsi ingolosire da interessi di parte. Il compito fondamentale della politica, infatti, è vivere nella pace, e la pace ebraica è lo Shalom (armonia), avendo ciò che basta per vivere: rendere la vita "serena e tranquilla per tutti".

La conclusione di questo splendido testo ci riporta all'atto della preghiera "disarmata", coraggiosa e fedele all'amore di Gesù. "Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche".
Il tema della politica non può essere estraneo alla sensibilità credente, anzi "La Chiesa ha un'alta stima per la genuina azione politica; la dice "degna di lode e di considerazione" (Concilio GS 75), l'addita come "forma esigente di "carità" (Paolo VI OA 46). Riconosce che la necessità di una comunità politica e di una pubblica autorità è inscritta nella natura sociale dell'uomo e deriva dalla volontà di Dio" (Conferenza Episcopale Italiana, la verità vi farà liberi, Roma. 1995, 1102).
La vita del mondo è responsabilità di tutti gli adulti. Vanno approfondite le analisi dei bisogni e la solidarietà ampia degli interventi. Non si comincia maledicendo, ma pregando per avere, ogni giorno, uno Spirito nuovo; si opera nelle scelte morali; si incoraggiano i migliori, i più competenti, i più saldi, accompagnando coloro che vi si incamminano perché lottino per un "bene che sia sempre più bene per tutti". Lo sfondo teologico è quello dell'unicità di Dio, di Gesù che è mediatore universale e la garanzia che Dio vuole salvi tutti gli uomini.
Matteo 22, 15-22
Il conflitto con le autorità pagane viene sentito nella doppia frustrazione di essere soggetti ad un popolo straniero ed esserlo mentre bisogna riconoscere la potenza e la grandezza di Roma. Osservare il trionfo di Roma risulta sempre come una sconfitta della dignità ebraica e una lacerazione della gloria di Dio.
Perciò la domanda che viene posta a Gesù risulta di una attualità e di un interesse sconcertanti. Farisei ed erodiani sono due correnti contrapposte eppure qui costruiscono, insieme, un micidiale inganno: si odiano tra loro per la loro posizioni ideologiche rispetto alla sottomissione ai romani, ma sono sicure di trarne vantaggio, qualunque sia la risposta. Così possono comunque denunciare Gesù, poiché la domanda, per sua forza, porta a far emergere pesanti contraddizioni.
Siamo nell'ultima settimana di vita di Gesù: egli si trova nel tempio di Gerusalemme.
Ogni persona, dai 12 anni (se donna) o 14 (se uomo), fino ai 65 anni, deve pagare all'erario romano un danaro d'argento all'anno (testatico), equivalente ad una giornata di lavoro. Per esigere questa tassa Roma indice i censimenti. E per il popolo d'Israele il censimento è già per se stesso un grave atto contro Dio poiché significa sottrarre il popolo alla proprietà di Dio per considerarlo propria proprietà. Lo aveva già sperimentato Davide mille anni prima. "Ma dopo che ebbe contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso ed egli disse al Signore: «Ho peccato molto per quanto ho fatto; ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza» (2Sam 24,10). Il censimento è considerato, perciò, strumento di dominio, potenza e sfruttamento, orientato al pagamento di una tassa, segno concreto della dipendenza.
Gli interlocutori di Gesù si presentano ossequiosi, riconoscono la correttezza e la libertà del maestro.
Qualche versetto prima, Matteo ricorda la discussione pesante e drammatica che Gesù ha affrontato con i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, le più alte autorità religiose, che gli chiedono: "Con quale autorità fai questo?" (Mt 21,23), E Gesù, di rimando, senza lasciarsi intimidire, ha posto la domanda sull'autorità di Giovanni Battista. "Se mi rispondete a questa domanda, io risponderò a voi". Ma non vollero rispondere poiché per loro era pericoloso e dissero: "Non lo sappiamo"."Allora neanche io vi rispondo". Palese l'ambiguità, palese la dignità e libertà di Gesù.
Qui Gesù si rende, insieme, conto del tranello, ma è chiamato "maestro" e deve rispondere. Su una moneta (che Gesù non ha) ma che gli interlocutori trovano facilmente, si sviluppa tutto l'interrogatorio, nonostante la proibizione di portare nel tempio ciò che riproduce una immagine: ogni immagine lo profana.
Ma la moneta genera ricchezza, commercio, stabilità delle strade, pace e l'impero procura tutto questo.
Gesù allora traduce: con le tasse non si tratta di "dare" come hanno detto, ma di "restituire (rendere). "Se l'impero vi offre dei benefici, e voi li accettate, restituite pagando le tasse".
"Ma voi stessi siete immagine di Dio e appartenete profondamente e totalmente a Lui. "E Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò (Gen 1,27)." Restituite perciò a Dio quello che è di Dio".
Questo testo è stato utilizzato su vari piani, sottolineando la laicità dello Stato, il valore dell'impegno politico, il riconoscimento della propria appartenenza a realtà e strutture del mondo. Ma getta le basi di una nuova visione dello Stato, segnando la fine della società antica. Per il mondo antico lo Stato appare regolarmente come l'espressione unitaria della realtà politica e religiosa, alla quale è dovuto tutto l'ossequio dell'uomo. Dopo che Gesù ha tacciato la linea di separazione, la potestà terrena, pur riconosciuta legittima nell'ambito delle sue attribuzioni, non ha più il diritto di richiedere all'uomo l'ossequio totale dello spirito.
Non va, comunque dimenticato che al credente si chiede di comportarsi con coerenza e pienezza di cuore, facendo scelte ricche della volontà di Dio nella dimensione quotidiana del vivere nella società.
Essere immagine di Dio suppone vivere una visibilità della grandezza di Dio nell'umanità e in confronto al mondo creato. Ricreare la bellezza e l'armonia della stessa creazione.
Conclusioni
Questa domenica siamo particolarmente coinvolti nella riflessione della struttura sociale che ha un particolare valore nella vita di ogni persona.
Libro di Samuele: nelle difficoltà ci ritroviamo ad avere bisogno di coordinare le energie e le risorse perché ciascuno diventa sostegno e forza dell'altro. Ma non è sufficiente la buona volontà. Ci vuole un potere politico che obblighi tutti a coordinarsi, con competenza e serietà morale.
S. Paolo incoraggia: è necessario sostenere con la preghiera coloro che governano, perché operino per il bene comune, mentre sono soggetti particolarmente alla tentazione del potere e del danaro.
Matteo ci ricorda le parole di Gesù: ognuno ha responsabilità nella vita sociale. Bisogna governare per la pace, vanno riconosciuti i propri obblighi verso l'autorità (ubbidendo alle leggi e pagando le tasse a secondo delle proprie possibilità), mantenere la propria coerenza con la legge di Dio.

 

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