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TESTO Commento su Atti 28,16-28; Romani 1,1-16b; Giovanni 8,12-19

don Raffaello Ciccone   Acli Provinciali Milano, Monza e Brianza

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III domenica T. Pasqua (Anno C) (14/04/2013)

Vangelo: At 28,16-28; Rm 1,1-16b; Gv 8,12-19 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Gv 8,12-19

12Di nuovo Gesù parlò loro e disse: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». 13Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». 14Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. 15Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. 18Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». 19Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».

At 28,16-28
Con questo testo Luca conclude il suo libro sulla missione degli apostoli: "gli Atti" che hanno intrapreso, fermandosi, in particolare, prima sulle iniziali vicende di Pietro nella Comunità cristiana e poi sulle missioni di Paolo. Ora Paolo è giunto a Roma. Lo spiega lui stesso: ha fatto appello a Cesare in seguito al suo arresto a Gerusalemme da parte degli ebrei che poi lo hanno consegnato ai romani (28,17-20). A Roma Paolo convoca i notabili dei Giudei per spiegare la sua posizione. Gli garantiscono che da parte degli ebrei di Gerusalemme non è arrivata nessuna accusa contro di lui per cui non ci sono preconcetti, né sono state inviate spie o staffette per scoraggiare e metterlo in cattiva luce. Paolo inizia, perciò, un poco rassicurato, il suo annuncio e lo fa utilizzando tutta la sua conoscenza e preparazione biblica: "cercava di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla legge di Mosè e dai profeti" (28,23).
Qui, come ha sperimentato altrove, si ritrova con diffidenze e rifiuti anche se alcuni si lasciano convincere, provocando una sua reazione rassegnata, nella constatazione che non può aiutare il suo popolo a incontrare il Messia. E' l'occasione che Paolo intravede, come segno di inizio di predicazione ai pagani. E' avvenuta la stessa cosa ad Antiochia di Pisidia (13,46-47) ed a Corinto ( 18,6.). Lo scontro e il disagio lasciano insoddisfatti tutti, per cui "se ne andarono a casa". E questo significa un ennesimo smacco per il compito di evangelizzazione.
Paolo non rinuncia a priori, ma sa che si deve iniziare dai fratelli ebrei senza potere trovare scuse poiché i suoi fratelli nella fede hanno diritto di essere i primogeniti della salvezza. Poi però ritorna sul lamento di Isaia (28,26-27) che, in seguito, è fatto proprio dal racconto dei 4 Evangelisti per giustificare il rifiuto di Israele di fronte alla predicazione di Gesù.
La conclusione è l'universalismo: "Questa salvezza di Dio fu inviata alle nazioni, ed esse ascolteranno" (28,28). Paolo non si scoraggia, ma opera "con franchezza e senza impedimenti" (28,30) con tutti quelli che vengono a lui.
Si fanno spesso programmazioni e progetti, ma poi il Signore ti conduce per altre strade che vanno riconosciute e seguite. La Comunità cristiana impara a scoprire il vero significato del privilegio e della elezione di un popolo che non diventa esclusivismo di scelta da parte di Dio, ma che si fa servizio, annuncio gioioso. Come credenti scopriamo la responsabilità di dover svelare la novità del Padre della misericordia per ogni persona poiché il Padre desidera che tutti siano raggiunti nel suo messaggio di novità e di speranza. Perciò il messaggio di questi giorni, ma che i Pontefici ci stanno facendo da anni, è:" Aprite le porte, incontrate le persone, accettate di condividere".
Romani 1,1-16b
Paolo scrive la Lettera ai Romani, di cui leggiamo l'inizio. Egli incomincia un rapporto che si approfondirà nel tempo. Per ora non ha avuto rapporti con la Comunità Romana che non è stata fondata da lui, ma altri vi hanno portato la Parola del Signore. Sa che è una grande comunità di giudeo-cristiani presso cui si presenta e indica le caratteristiche del suo messaggio (Roma ha circa 1 milione e mezzo di abitanti e circa 40.000 ebrei).
- Paolo si presenta come "servo di Gesù". Quest'ultimo titolo può sembrare un dispregiativo ma Paolo si rivolge a conoscitori della Scrittura dove si parla di Mosè, Giosuè e Davide "servi di Jhwh".
- Si presenta come "apostolo", quindi inviato nel mondo per volontà di Gesù, con la vocazione di fondare tra i pagani comunità cristiane.
- Infine si presenta come "scelto" e quindi onorato di annunciare il Vangelo di Gesù.
La centralità della fede si pone in Gesù Messia che si è rivelato a Pasqua nello splendore della potenza di Dio che vince la morte: criterio e risposta dell'esistenza umana. E la fede in Gesù della Comunità romana ha raggiunto un alto grado di notorietà in tutto il mondo. Paolo ne è suggestionato e continua a ripensare e a desiderare di poter essere presente in questa Chiesa, mentre la ricorda intensamente. Nel frattempo, continuando a pensarsi strumento di Dio, schiavo e proprietà del Signore, interpreta i fatti personali come indicazioni di Dio. In particolare l'aver ricevuto la grazia della conversione (a Damasco -Atti 9) "lo ha reso apostolo per suscitare l'obbedienza della fede in tutte le genti". Saluta così con "Grazia e pace" per indicare ai cristiani la benevolenza di Dio (Grazia) e la pace tra i fratelli (1,7).
Il richiamo alle proprie tradizioni ricorda che l'elemento fondamentale, per tutti i credenti, è il culto, ma Paolo traduce che il vertice del culto consiste nell'evangelizzare: lo stesso sacrificio di Gesù si attua nel manifestare l'amore di Dio. Così per Paolo: "Mi è testimone Dio, al quale rendo culto nel mio spirito annunciando il Vangelo del Figlio suo" (1,9).
Paolo insegna, qui ed in altri testi (es. Rom 12,1 ss), che il culto si vive particolarmente nella vita: è il culto spirituale che ognuno propone mentre opera con responsabilità ed amore nella vita quotidiana. E' qui che si compie l'offerta gradita a Dio, molto più importante dell'offerta sacrificale del tempio. Così ha vissuto Gesù. Nella consapevolezza per cui agiamo nella fede, sulla quale fede ci sentiamo gioiosi: "Non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (1,16).
Giovanni 8,12-19
Gesù sta celebrando la festa delle capanne, il ricordo dell'esodo e quindi il tempo della peregrinazione nella fiducia in Dio. C'è l'allusione ai grandi lampioni accesi la prima notte per la processione in Gerusalemme (8,12).
L'affermazione: "Io sono la luce del mondo" è un'espressione sconcertante, anche se si usava spesso nel giudaismo per identificare, di volta in volta, realtà grandi e significative quali la Legge, il tempio, Gerusalemme, Adamo.
Nel VT Jahvé è la luce che accompagna il popolo d'Israele nel deserto. Ma anche Davide dice "Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?" (Sal 27,1) Il "Servo di Jahvé" è chiamato "luce delle genti "( Is 42,6). Si collegano i linguaggi del "Camminare nella luce e camminare nelle tenebre" che identificano uno stile diverso di vita, il ricupero della pienezza o la perdizione che arriva alla morte.
Gesù insiste nel voler dare testimonianza di Sé poiché è consapevole e conosce la sua origine. Sembra in contrasto con Gv5,31 ("Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera"), ma qui viene posto l'accento sull'origine dal Padre e sul suo destino divino. E di questo Gesù ha consapevolezza. Perciò si dice testimone di sé.
Gesù non giudica nessuno "secondo la carne" come fanno i giudei. Egli è venuto a salvare (3,17); Egli non condanna ma salva (12,47 "Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo".) Il potere di giudicare è stato offerto a Gesù dal Padre.
Nei versetti precedenti (8,1-11) a Gesù è stata presentata una donna colta in adulterio. Gli dicono che deve giudicare secondo la legge di Mosè per la lapidazione: è un tranello poiché chi la accusa sa già che cosa deve fare. Ma vogliono che Gesù si comprometta e smetta la sua posizione di misericordia, almeno in questo caso molto chiaro, e restituisca il Dio giustiziere e potente. Non hanno ancora capito che, nelle mani di Gesù, la legge è la verifica di una coerenza interiore, non uno strumento di potere che interviene con durezza e senza nessuna possibilità di misericordia. Perciò: "Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra". Se ne vanno tutti, senza nessuna pietra in mano.
In tali contraddizioni e confusioni, Gesù si proclama luce: "Io sono la luce del mondo", e quindi presenza di Dio. L'affermazione si rifà a quella serie di risposte che accompagnano la vita e i fatti ("segni") di Gesù. "Io sono" suscita l'eco della rivelazione di Dio sul Sinai, dove è stato svelato il nome di Dio: Jahveh che letteralmente significa: "Io sono" e quindi esplicita la bellezza del dono che la pienezza di Dio offre.
"Io sono la luce", ma anche: "Io sono il pane, il pastore, la porta, la vita". In queste manifestazioni c'è lo svelarsi strano di Gesù alla sua gente e alla polemica successiva. Gesù sa che non possono capirlo, ma continua a parlare di rivelazione e testimonianza. La rivelazione di Gesù è completa poiché egli dà un volto nuovo a Colui in cui ciascuno crede.
E' Gesù che illumina, che manifesta stili e contenuti. E' Lui che si fa guida e che arricchisce della luce di vita. Ognuno tenti, nonostante le difficoltà, di farsi discepolo per entrare nella comunione e nella luce del Padre e di Cristo.

 

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