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TESTO La festa del padre, il ritorno del figlio

mons. Antonio Riboldi

IV Domenica di Quaresima - Laetare (Anno C) (21/03/2004)

Vangelo: Lc 15,1-3.11-32 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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1Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola:

11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Il Vangelo, ossia la Parola di Dio, che svela se stesso a noi uomini, così chiusi a volte nel nostro guscio, che non permette di guardare fuori di sé, ha dei momenti in cui sembra non solo di sentire uno che parla, ma vedere ciò che la parola spiega.

Sono tanti i fatti e le parabole che Gesù usa, per gettare su di noi fasci di luce, che rompono il buio dell'anima: ed è ogni volta farsi prendere dalla meraviglia e dalla commozione, profonda come se vedessimo il volto di Dio, quello vero, e non quello che tante volte ci siamo immaginato o sentito dire.

La parabola che oggi la Chiesa ci offre, perché diventi nostra Pasqua, è quella del figlio prodigo, che si incontra con la misericordia del padre.

Ci sono tanti che non conoscono il grande Cuore del Padre e vedono in Lui un implacabile giudice pronto a colpirci, come avviene tra di noi quando ci arriva un avviso di garanzia o siamo chiamati in tribunale, dove pare sia assente la pietà per dare corso a quella che è la giustizia umana. Una terribile e falsa conoscenza di Dio che suona offesa al suo cuore.

Ricordo un giorno di avere chiesto a dei magistrati chi erano per loro i cosiddetti "pentiti" delle Brigate rosse o della malavita. Mi risposero: "A noi interessa sapere tutto: li spremiamo come limoni e poi li abbandoniamo perché non servono più".

E anche noi, quando parliamo di giustizia, esigiamo che il torto o il male venga punito in modo esemplare: una pena che non deve conoscere pietà o perdono.
Questo, anzi, sembra una bestemmia anche solo pronunciarlo.

Su questo mondo, in cui ci siamo anche noi, ha poco spazio la misericordia. Nel Vangelo, invece, la misericordia copre tutti gli spazi, non concedendo nemmeno un briciolo al non perdono. Dio è un Papà e quindi è uno che è fedele al suo amore, anche quando noi gli voltiamo le spalle, fino a rinnegarlo o offenderlo. E spinge la fedeltà del suo amore, fino a "pagare Lui" il debito, che contraiamo con le nostre infedeltà o offese.

Gesù racconta questo stupendo amore con la parabola del figliO prodigo o con la ricerca della pecora smarrita.

Fa impressione come il figlio minore mostri quasi un fastidio a restare con il Padre, certo di trovare "fuori" una felicità maggiore, superiore a quella della casa in cui vive. E senza neppure chiedersi se, come figlio, possiede qualcosa di veramente suo, in quanto tutto ha ricevuto dal padre, chiede

sfrontatamente la sua parte. "Dammi la parte che mi spetta".

Ricorda tanto la parte di Adamo ed Eva che, non contenti dell'Eden, cedono alla tentazione di una vita diversa, anzi in competizione con quella di Chi li aveva creati, illudendosi che altro è essere "creature", altro è essere "Creatore". La creatura dipende totalmente dal Creatore e tutto quello che ha è un dono gratuito avuto per amare e rendere gloria.

E' stato il grave peccato che ha gettato nello scompiglio e nella infelicità tutti noi, figli di Adamo.

Il padre, che ha fatto dono al figlio della libertà, non fa obbiezione: gli dona la sua parte e lo lascia andare. Sembra il racconto di tanti figli o di tanti sposi, che si lasciano in cerca di una avventura diversa.

E quanta gente ha detto e dice ancora oggi "Dammi la mia parte"! E' la storia del peccato che però noi non vogliamo neppure sentire, come fosse possibile cancellare il male, che vi è nel peccato e che è la nostra infelicità, come lo fu per Adamo ed Eva. "Uomo dove sei?" sembra di risentire oggi. "Mi sono nascosto perché sono nudo".

"Il figlio visse da dissoluto": ed in quell'aggettivo ci sono tutte quelle cosiddette libertà del mondo che tutti conosciamo e non sono felicità. Sono le infelicità: vedere morire amore, felicità, dignità, tutto...un vero inferno.

Diciamocelo almeno in Quaresima, che è tempo di conversione; è difficile oggi anche solo parlare del peccato. La gente non ne vuole sentire parlare, perché ha come la convinzione di essere padrona della vita e di essere libera di fare ciò che gli pare, senza troppo badare se è bene o male. Tranne poi a indignarsi di fronte ai grandi peccati dell'umanità, che ha calpestato le regole della moralità e quindi ha calpestato lo stesso uomo e quindi Dio, o sentire quella nausea in se stessi, che non si può evitare quando cadiamo in basso.

Per il figlio prodigo viene il momento in cui tutto finisce: scompaiono le amicizie, scompare tutto. E lui si ritrova affamato con un vuoto di vita che non sa come riempire. E lui, figlio del Padre, finisce tanto in basso da elemosinare il pane facendosi custode dei porci e cibandosi delle carrube che erano il cibo dei porci. Una brutta fine che rispecchia molto bene la nostra fine, quando ci siamo allontanati da Dio per svenderci al mondo. Non c'era più nulla di attraente nella vita per il figlio. Come tante volte anche oggi non c'è più gusto nella vita per tanti che scelgono o il suicidio o la pericolosa via della morte che è la droga.

E quando il "niente" ha preso il posto del "tutto", Dio fa irruzione con il dono del Suo Spirito e compie quel miracolo che è l'inizio di ogni conversione.
"Rientrò in se stesso e disse..." e si avviò verso casa.

Frequentando nelle carceri tanti terroristi che si erano dissociati, mi raccontavano che la loro speranza di tornare in vita e rendere meno pesante una condanna, erano state le parole di Paolo VI che, nel sequestro dell'On.le Moro, si era rivolto alla loro coscienza con quell'appello rimasto famoso: " Uomini delle brigate rosse.."

E dopo l'uccisone dell'On.le Moro, quello che li sprofondò in un abisso di disperazione, da cui non vedevano uscita, furono ancora le parole di Paolo VI: "Signore, tu non hai ascoltato le nostre preghiere.." Ma l'incontro con la misericordia l'ebbero quando, ucciso il Prof. Bachelet, il figlio Giovanni durante la S.Messa, pregò perdonando. Lì iniziò il loro "rientrare in se stessi". Il resto è storia di rinascita.

Ma quello, che davvero commuove fino alle lacrime, è l'epilogo della storia del figlio prodigo: un epilogo che è il trionfo della giustizia del Padre, che è fedeltà assoluta all'amore, costi quello che costi.

"Da lontano il padre, che forse era sempre stato sulla porta nell'attesa che il figlio tornasse commosso gli corse incontro e gli mise le braccia al collo" senza ascoltare la confessione del figlio.

Per Dio essere nostro papà è davvero un impegno che a stento riusciamo a immaginare, ma occorre solo contemplare e farsi affascinare.

Dio mostra come la sua casa è vuota senza i suoi figli. Ci vuole tutti a casa. Perché quando manca un figlio, la casa non è più casa.

Ed anziché puntare il dito, come facciamo noi, rimproverando l'insulto grave che facciamo preferendo noi stessi o le creature a Lui ed offendendoLo, disse ai servi: "Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".(Lc. 16, 11-32)

Davvero vengono le lacrime agli occhi nel leggere il racconto della misericordia di Dio. E mi domando perché esitiamo tanto a fare esperienza di conoscere la gioia di quell'abbraccio che ci attende.

Invece di correre incontro, scappiamo rincorrendo la nostra infelicità e lasciando alle spalle un padre che dà sfogo alla sua commozione e ha le braccia aperte per gettarle al nostro collo, che ne ha tanto bisogno.
Capiremo questa autentica Pasqua?

 

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