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padre Gian Franco Scarpitta  

IV Domenica di Quaresima - Laetare (Anno C) (21/03/2004)

Vangelo: Lc 15,1-3.11-32 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 15,1-3.11-32

1Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola:

11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Al giorno d'oggi non sono rari i casi di giovani che decidono di abbandonare il focolare domestico non appena raggiunta la maggiore età, non già perché abbiano un progetto di vita o un ideale da coltivarsi, ma semplicemente perché invaghiti di un uomo/donna con il quale intendono andare a vivere senza sentire ragioni di sorta o consigli da parte dei genitori, oppure perché contrariati da determinati attriti vissuti in famiglia quando erano ancora minorenni, o ancora perché stufi di restare sottomessi a mamma e papà (che pure hanno dato loro tutto e subito) e desiderosi di impostare liberamente la loro vita e le loro scelte, non importa se adesso non sanno come: ritengono di essere maggiorenni solo perché la legge li ritiene tali e per loro avere anagraficamente 18 anni corrisponde ad essere capaci di gestire la propria vita con responsabilità e criterio. Con la conseguenza che poi si ritrovano in grossi guai. Dette situazioni, che come prima affermavamo non sono affatto rare, conducono necessariamente ad una revisione del concetto di età adulta e di "maturità": in epoca contemporanea l'adolescienza, con tutte le sue insicurezze e i requisiti di impulsività, istinto, irrazionalità perdura ben oltre i 18 anni e il giovane resta vittima dell'illusione di possedere una maturità piena che di fatto non esiste; e pertanto anche per legge sarebbe opportuno aumentare almeno di qualche anno il raggiungimento della libertà decisionale.

Ma qual è l'atteggiamento di un genitore quando improvvisamente un figlio decide di andarsene da casa con un futuro incerto? Si spasima di paura e di preoccupazione per lui, lo si esorta a desistere dal suo proposito, e gli vengono inculcate raccomandazioni, moniti, consigli. Mamma e papà tuttavia non possono impedirgli di andarsene, giacché è ormai un adulto. E quando di fatto si allontana di casa si mostrano ancora interessati provvedendo il tutto per tutto affinché almeno non soccomba di fronte alle indigenze e ai pericoli e non mancano alla prima occasione di dargli denaro.

Analogo, anzi del tutto simile, è l'atteggiamento di Dio nei nostri riguardi. Un Padre premuroso che tuttavia rispetta la libertà decisionale dei suoi figli.

E' vero che Lui ci si è rivelato più volte mostrandoci la salvezza specialmente nella morte e resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo; è vero che ha manifestato amore per noi peccatori addossando su di sé le pene che meritavamo per le nostre colpe; è vero che ripetutamente ci chiama alla comunione con sé specialmente in questo privilegiato periodo di Quaresima, tuttavia ciò non toglie che ci lascia liberi.

Sì, Egli non obbliga nessuno a preferire il bene al male e ad obbedire alla Sua volontà. Se avesse voluto farlo, tuttora si manifesterebbe in termini di grandezza e onnipotenza palesando l'evidenza della sua esistenza e del suo volere, dandosi a prodigi di grandezza incommensurabile e chiudendo la bocca a tutti i miscredenti ma il suo rispetto per la libertà decisionale dell'uomo è incondizionato. Sicché si può scegliere fra l'affidarsi a Lui o il rifuggirLo. Nel secondo caso avverrà che Dio non si dimenticherà mai di noi né mancherà di manifestarci il suo amore e la sua premura nei tentativi contini di richiamarci a sè. Da parte nostra invece si precipita nell'illusione di trovare vita e realizzazione nelle false certezze e alla fine ci si scopre perdenti e fallimentari nella nostra stessa peccaminosità. In altre parole, non è Dio a punirci per il nostro peccato e per la mancata comunione con lui bensì lo stato di malessere interiore, di miseria, illosorietà e di scontentezza che il peccato provoca come conseguenza e peritato possiamo dire che siamo NOI ad autocondannarci.

Guardiamo infatti alla parabola di cui al vangelo di oggi, comunemente denominata "Parabola del Figliol Prodigo, ma che da parte nostra ci si ostina a menzionare come "Parabola del Padre misericordioso", che è la descrizione concreta del vero comportamento di Dio nei nostri riguardi: con la sua pretesa di ottenere in anticipo dal padre la parte di eredità spettategli, codesto figlio minore avrebbe meritato secondo la legge dell'epoca di essere condannato a morte giacché pretendeva quello che al momento di diritto non gli spettava e si macchiava pertanto di lesa paternità ed espropriazione; tuttavia il padre non gli oppone resistenza e lo asseconda, lasciando intendere in tal modo che è intenzionato a seguirlo premurosamente perfino nella sua ignominiosa scelta e che non perché lui vada via di casa si smorza il suo amore da parte sua. Ragion per cui questo giovane sperpera le proprie ricchezze in modo inconsulto per ritrovarsi nello stato di indigenza e miseria morale oltre che materiale. Si accorge cioè di essersi scavato una fossa con le proprie mani

Come affermava Don Paolo Curtaz nel suo commento del 2001, questo figlio perverso in fondo non si ravvede della propria colpa ma il suo "pentimento" ha luogo solo perché constata la sua situazione di fame e di misera che lo porta a provare invidia per i salariati di suo padre: "Pur di avere un pezzo di pane, sono disposto a tornare a casa come servo e non come figlio". Ed è per questo che la parabola è da identificarsi "del Padre misericordioso", perché appunto il padre di questo giovane senza preoccuparsi affatto dei pretesti del suo ritorno e della veridicità del suo pentimento esulta di gioia vedendolo tornare a casa ed è disposto a dimenticare quanto è avvenuto pur di godere della sua presenza. Quella della riconciliazione e dell'accoglienza è insomma sua spontanea e gratuita iniziativa, indipendentemente dal fatto se il figlio sia pentito o meno e noteremo la prossima domenica un caso analogo.

Con questo non si vuol dispensare nessuno dal pentimento in vista del perdono; occorre infatti che tutti ci si penta del proprio peccato di fronte alla misericordia e alla pazienza di Dio per meritare di essere riconciliati con Lui, ma il racconto è allusivo al fatto che l'amore di Dio prescinde dalla nostra ostinazione al male al punto che non rischiamo affatto di esagerare se definiamo questo Dio "innamorato" di noi.... Innamorato nel senso che spasima di amore per i propri figli come un padre per i figli che si allontanano da casa e che da parte nostra basta quindi un solo atto di ravvedimento e la sola volontà di tornare al Signore per ottenere la ricchezza della Sua compagnia, non importa quanto grande sia stato il nostro peccato.

E' vero che esiste l'inferno, ma dipende da te e non da Dio il non essere condannato ad andarci. Dio piuttosto continerà ad amarti anche qualora dovessi andarci....

 

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