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TESTO Commento su Isaia:45, 1-8; Romani 9, 1-5; Lc 7, 18-28

don Raffaello Ciccone  

3a domenica Tempo di Avvento (anno C) (02/12/2012)

Vangelo: Is:45, 1-8; Rm 9, 1-5; Lc 7, 18-28 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 7,18-28

18Giovanni fu informato dai suoi discepoli di tutte queste cose. Chiamati quindi due di loro, Giovanni 19li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». 20Venuti da lui, quegli uomini dissero: «Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”». 21In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. 22Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. 23E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».

24Quando gli inviati di Giovanni furono partiti, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 25Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re. 26Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 27Egli è colui del quale sta scritto:

Ecco, dinanzi a te mando il mio messaggero,

davanti a te egli preparerà la tua via.

28Io vi dico: fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui.

Lettura del profeta Isaia:45, 1-8
Gli ebrei si trovano a Babilonia, deportati dopo la sconfitta e la distruzione di Gerusalemme. Sorge un profeta anonimo per noi, ma conosciutissimo ed ascoltato presso gli esuli che ricordano con nostalgia la città di Dio, Gerusalemme, abbandonata e distrutta (siamo nel sec VI a.C.).. Questo profeta anonimo (che si usa chiamare Secondo Isaia, ma i cui vaticini sono inseriti nell'unico libro di Isaia) rivela ciò che Dio ha riservato per il futuro dei suoi fedeli. Essi ritorneranno, se lo vorranno, poiché un nuovo re, Ciro, re dei persiani, nelle sue campagne militari vittoriose, sta conquistando e sottomettendo i regni dell'Asia Minore e dell'Oriente. Si dirige verso Babilonia, la conquista senza incontrare resistenza, libera i popoli sottomessi e proclama, con un editto a tutti i deportati, che possono tornare nelle loro terre se lo desiderano. Di fatto non tutti gli ebrei ritorneranno, ma molti si fermano a Babilonia e addirittura vi si istituisce una scuola ebraica famosa nei secoli futuri.
Ciro si presenta come salvatore degli oppressi e difensore dei deboli.
Se la storia racconta queste vicende, l'autore biblico tenta di aiutare ad interpretare i fatti avvenuti, svelando che questo re è un eletto dal Signore, Dio di'Israele, mandato da lui anche se il re non lo sa e non conosce il Dio degli ebrei e quindi attribuisce la sua vittoria al suo Dio e alla sua buona sorte. "Io l'ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re (per disarmarli), per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso" (45,1).
L'avere unito insieme il Dio creatore e il Dio che conduce la storia aiuta a capire che "Io sono il Signore e non ce ne alcun altro; fuori di me non c'è Dio; ti renderò pronto all'azione, anche se tu non mi conosci" (v5).
"Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura" (v7). In questo versetto vengono rilette la natura e la storia, le tenebre e la sciagura (che pure fanno parte della vita e sono il suo lato oscuro).
Ma in tutto questo si intravvede l'apertura della speranza perché Dio è presente: forma la luce e fa il bene.
Nell'ultimo versetto (8) si legge il richiamo alla fecondità che Dio offre: rugiada e pioggia, semi e frutti. Il cielo e la terra si uniscono in questa abbondanza per l'opera di Dio perché il popolo viva in pace. Ci si ricollega, così, al versetto 44,23 e fa da chiusura ad un inno che era cominciato con questo invito: "Esultate, cieli, perché il Signore ha agito; giubilante, profondità della terra". Là si parla di cieli giubilanti e terra, di monti e alberi; qui si dice "Fecondate il suolo perché il ritorno avvenga nella pace e nell'abbondanza".
Mi sembra un testo splendido e inaudito per il VT poiché qui è un pagano che viene esaltato a strumento voluto da Dio per liberare e mostrare la sua misericordia. Per giungere a questa intuizione, ci si deve mettere nell'atteggiamento di chi sa della presenza discreta e anonima di Dio che però opera nel mondo e ci offre "segni": sono i grandi segni della storia e i piccoli segni della nostra vita personale che dobbiamo identificare e interpretare, Vi ricordo un atteggiamento fondamentale che ci ha svelato il Card. Martini per la sua vita interiore. Da pastore si è chiesto: "Perche mi si presenta questo problema concreto (un attentato terroristico, una fabbrica che chiude, un prete che intende lasciare l'abito, un politico che ruba, una coppia che vuole conciliare il proprio amore e la possibilità di decidere quando aver figli e quanti, una donna abbandonata dal marito che si è rifatta una vita affettiva e chiede i sacramenti) e la domanda è diventata: che cosa vuole dirmi il Signore mettendomi davanti a tali vicende, e come pensa che io possa essere testimone della speranza e della fiducia che ha posto in me?" E' lo stesso atteggiamento di come il Card. Martini si metteva di fronte alla Scrittura per cercare risposte. (Marco Garzonio nella sua recente biografia sul Card. Martini).
Ma dovrebbe essere anche il nostro interrogativo nel tempo dell'attesa.
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani 9, 1-5
Il cap 8 è un grande canto di amore e di meraviglia per quanto il Signore ha fatto, ha offerto e sta facendo maturare nella vita di ogni credente. E tuttavia Paolo si sente sconcertato proprio dalla lontananza, nell'insieme, del suo popolo dalla fede nel Signore Gesù.
Questa lettera è scritta a circa 30 anni dalla morte e risurrezione di Gesù e ormai si è profilato con certezza l'atteggiamento complessivo del popolo d'Israele, anche se molti hanno aderito alla fede in Cristo. Il dramma sempre acuto di Paolo fa riferimento al cammino del suo popolo. E lo sconcerto aumenta quando Paolo confronta l'entusiasmo di alcuni pagani che accolgono il messaggio di Gesù e parallelamente deve verificare un distacco ormai incolmabile dai suoi. Egli dice che accetterebbe persino di diventare un maledetto ("anatema") se questo potesse servire a qualcosa. E' la stessa sofferenza che visse Mosè di fronte al tradimento del suo popolo, che aveva costruito nel deserto un vitello d'oro, e addirittura alla stanchezza di Dio che voleva cancellare tutti per ricominciare con Mosé, l'ultimo fedele rimasto, un popolo nuovo. Così Paolo ripensa alla preghiera che Mosè aveva fatto a Dio: "Ora tu perdona il loro peccato, se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto" (Es 32,32).
Ma dopo Mosè l'esperienza della fedeltà di Dio si è manifestata in modo impensabile e quindi Paolo continua a ricordare i doni che Dio non ritrae, sempre presenti, garantiti rispetto ai popoli pagani.
La sofferenza di Paolo è quella di un figlio, non di un nemico, come spesso è risultato nel rapporto con il popolo degli ebrei. Paolo non maledice nessuno, resta sconcertato del mistero d'Israele e ricorda i segni della predilezione del Signore. Essi sono Israeliti: gli autentici discendenti di Giacobbe-Israele (Gen 32,29). Da questo privilegio scaturiscono tutti gli altri: l'adozione filiale (Es 4,22; cf.Dt 7,6); la gloria di Dio (Es 24,16) che dimora in mezzo al popolo (Es 25,8; Dt 4,7; cf.Gv 1,14); le alleanze con Abramo (Gen 15,1;15,17;17,1), Giacobbe-Israele (Gen 32,29), Mosè (Es 24,7-8); il culto reso al solo vero Dio; la Legge espressione della sua volontà; le promesse messianiche (2Sam 7,1) e, da ultimo, ma è il dono più grande, l'appartenenza alla stirpe di "Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli" (9,5).
Paolo mantiene un atteggiamento di fiducia poiché crede nella misericordia di Dio, mentre, comunque, assiste ad un allontanamento. Eppure è convinto che il Signore opera continuamente ed è capace di capovolgere le cose.
Dovrebbe essere l'atteggiamento che il Signore ci chiede. Ma certo, non va accettata la fiducia come un alibi per rassegnarsi e non fare niente. La nostra operosità stessa sarà dal Signore utilizzata per una maturazione, ma non sappiamo quando, poiché la volontà di Dio non si capisce mai fino in fondo.
Paolo si fida e crede nella misericordia del Signore che alla fine (Paolo ne è sicuro) ricupererà tutti i popoli, compreso Israele, nella salvezza.
Lettura del Vangelo secondo Luca 7, 18-28
In questo testo Luca vuol aiutarci a capire quanto fosse diversa l'attesa del Messia e quindi l'interpretazione della sua venuta nel popolo d'Israele: e questo non solo tra le persone semplici e analfabete ma anche tra le persone dotte ed esperte della legge e perfino nelle persone più vicine e più coerenti quale Giovanni Battista.
Luca introduce in un contesto particolare l'interrogativo drammatico di Giovanni Battista sul messianismo di Gesù. Nel cap 6 ha riletto le "beatitudini" di Gesù, riducendole da 9 (secondo la versione di Matteo) a 4, ma confrontandole con i "guai" corrispondenti: 4 "beatitudini" e 4 "guai" (6,20-26). Poi fa seguire alcune raccomandazioni sapienziali sull'amore e sul comportamento coerente.(6, 27-38). Infine Luca conclude, come Matteo, il lungo discorso delle beatitudini, con l'immagine della casa sulla roccia, garanzia di radicamento in Gesù (Lc 46-49; Mt 7,21-27). All'insegnamento di Gesù Luca aggiunge due miracoli: la guarigione del servo di un centurione (7,1-10 dono ad un pagano del servo ristabilito) e la risurrezione del figlio della vedova di Nain (7,11-17 dono ad una vedova del figlio ritornato in vita). In tal modo Luca ricorda che i poteri di Gesù si allargano su orizzonti immensi con gesti ritenuti finora impossibili: accettare un pagano e risuscitare un morto.
Ora che ha preparato il campo, raccontando, in sintesi, ciò che Gesù ha detto ed ha fatto, Luca sente di poter parlare di Giovanni, del suo ruolo indispensabile, ma anche delle sue difficoltà ad accettare il messaggio di Gesù, poiché è assolutamente inimmaginabile rispetto alle sue attese. Il Messia, si pensa, deve essere un giustiziere e un regolatore di libertà, un personaggio che rimette in valore il giusto, l'Alleanza che è garanzia di un popolo scelto e quindi unico e privilegiato.
Giovanni il Battista ha creduto che bisogna meritarsi questa presenza, riconoscendo il male, chiedendo perdono e facendo penitenza. Sa di aver fatto tutto il possibile, perciò aspetta, ma è anche impaziente. Crede che il primo gesto del Messia sarà la sua liberazione. In prigione deve essere stato trattato con rispetto (poiché può ricevere visite e si intrattiene con i suoi discepoli). Vuole, però, vedere il cambiamento, perché proprio per questo si è giocato tutto.
Gesù risponde in modo indiretto. E' molto chiaro e invita a riferire "ciò che avete visto e udito" (22). Gesù anticipa il vedere all'udire. Bisogna "prima vedere", e saper vedere la novità, la vita nuova, la liberazione che le parole del profeta hanno solo annunciato. "Poi il ciò che è stato udito" diventa testimonianza, significato, messaggio garantito dalla liberazione avvenuta per la parola: pronunciata e percepita.
La missione di Gesù è altro da ciò che si aspettano, e fa prendere coscienza di 6 nuove realtà: "i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia" (7,22). Le guarigioni richiamano Isaia, i lebbrosi fanno ricordare Naaman il Siro, guarito da Eliseo (2 Re 5), la risurrezione dei morti ci riporta ad Elia (1Re 17,21-23; 2Re,4,34).
Non ci troviamo davanti a gesti di potenza ma di fronte al nuovo Regno che viene annunciato ai poveri come "lieta (ma anche nuova) notizia" e liberazione.
Giovanni annuncia un tempo che elimina i peccatori, Gesù annuncia un Regno di misericordia e di consolazione che li accoglie. Perciò è il tempo della pazienza, dell'operosità gratuita, della libertà dove Dio non interviene a castigare poiché egli ama i suoi figli e non vuol fare loro nulla di male.
«E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» E' un avvertimento che fa a tutti, mentre è fiducioso di Giovanni poiché è coerente con la Parola e la Volontà di Dio. Ma tutto questo richiede che bisogna rivedere la propria cultura, attese, la stessa nostra idea di Dio.
Gesù pone 6 domande retoriche e tre affermazioni: Giovanni non è volubile, non è opportunista, non è corrotto. E' il vero credente che non abbandona, lotta, ma continuamente si pone delle domande, anche su Dio, che si presenta a noi nella sua Parola, nei pensieri, nelle attese, nei fatti, nei segni. A noi il Signore chiede ancora di vedere e di udire.
Il nostro esame di coscienza ci riporta a capire che, nel nostro tempo, ci siamo abituati a leggere la Parola di Gesù, ma poco a comprenderla; e non ci misuriamo insieme. Non ci sembra che la proposta cristiana, per noi, sia troppo logica, troppo chiara, troppo normale, troppo tranquilla, troppo scontata? Allora, probabilmente, non è quella vera. I tempi e lo stile del Regno sono enormemente nuovi e diversi: aprono ad un mondo assolutamente inaspettato. Dovrebbero disorientare tutti nel tempo, anche noi, come allora. Quali sono i grandi problemi che ci fanno pensare, discutere, cambiare? La guerra, la giustizia, il lavoro, per tutti o non piuttosto il prestigio, il posto, il reddito alto, lo sfuggire alla solidarietà, l'interesse di parte, il moderatismo per sistemare i propri problemi, la gelosia, l'apparire? Non ci sembra di essere troppo vaccinati dallo scandalo di Gesù?

 

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