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TESTO Traccia di comprensione per Nm 20,2.6-13; Rm 8,22-27; Gv 2,1-11

don Raffaello Ciccone  

II domenica dopo Epifania (anno A) (16/01/2011)

Vangelo: Gv 2,1-11 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

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1Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». 4E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Lettura del libro dei Numeri 20, 2. 6-13

Questo racconto di sofferenza e di paura si svolge nel deserto di Kades e viene riportato come un episodio che si sviluppa verso la conclusione dell'esperienza dei quarant'anni del deserto. Lo stesso racconto ha delle analogie con un avvenimento (Es 17,1-7) riportato all'inizio dell'esperienza del deserto. L'episodio del libro dei Numeri aggiunge il divieto e la motivazione dell'impossibilità, per Aronne e Mosè, di entrare nella terra promessa.

Alle due località viene dato lo stesso nome di Meriba che significa "contesa". Il popolo discute e, in un certo senso, denuncia Dio stesso e Mosé perché, inquieto del proprio futuro, dà a loro la colpa della propria insicurezza e del futuro della propria morte.

In questo episodio l'autore biblico probabilmente coinvolge anche Mosé e Aronne in un atteggiamento e quindi comportamento di diffidenza verso Dio, espresso dal fatto di aver percorso due volte la roccia (La roccia richiama spesso nell'Antico Testamento lo stesso Signore, riferimento stabile e garantito per ogni credente).

Nel primo episodio del libro dell'Esodo il racconto parla espressamente: "Io sarò davanti a te sulla roccia nel Nord; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà" (Esodo 17,6).

Nell'episodio del libro dei Numeri, tuttavia, Dio semplicemente ordina di "parlare alla roccia": "Prendi il bastone; tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e parlate alla roccia sotto i loro occhi, ed essa darà la sua acqua; tu farai uscire per loro l'acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al loro bestiame". È difficile rilevare le differenze tra il comando di Dio e l'azione di Mosé, salvo quello di battere due volte la roccia piuttosto che di parlare alla roccia stessa, ma l'autore biblico si ferma a queste constatazioni.

Comunque è visibile una preoccupazione di Mosè che gli fa dividere il Signore dalla sua parola.

Di fatto può nascere da qui il rimprovero del "Non avere avuto fiducia in me per dar gloria al mio nome santo". Teologicamente viene ricordato che coloro di cui Dio si fida e che si mettono sulla strada della sua volontà e della sua obbedienza, spesso, non sanno superare il male, la fragilità e le infedeltà. E tuttavia il Signore li chiama e, attraverso loro, il Signore stesso svolge opere di speranza e di salvezza, senza permettere che i suoi progetti possano venire annullati.

Lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8, 22-27

San Paolo, nel capitolo VIII, parla della vita secondo lo Spirito, confrontandola con la vita secondo la carne. Chi crede in Gesù riceve il dono dello Spirito e solo lo Spirito permette a ciascuno di superare le difficoltà del male, di saper vivere secondo giustizia, di camminare nella Sapienza di Dio. Il confronto tra la vita della carne e la vita dello Spirito si allinea sui desideri: ci sono desideri che portano alla morte e desideri che portano alla vita e alla pace.

Così ciascuno, guidato dallo Spirito di Dio perché ha accolto la Parola di Gesù, diventa veramente un figlio che può permettersi di chiamare "Papà" Dio stesso. Ma questa garanzia non ci viene dalla carne. E' lo Spirito che ci fa eredi di Dio, coeredi di Cristo se accettiamo come lui di lottare, nonostante le sofferenze, per camminare e partecipare nella gloria. È sempre lo Spirito che attesta a ciascuno di noi che siamo figli. Il richiamo al confronto tra la sofferenza e la gloria permette a Paolo di ricordare che non sono paragonabili: la sofferenza è breve, la gloria è grandiosa ed eterna.

Il mondo materiale, creato per l'uomo, partecipa allo stesso destino dell'uomo. Come il corpo dell'uomo è destinato alla gloria, anche il mondo sarà oggetto di redenzione e parteciperà alla «libertà» dello stato glorioso (8, 23). Se la filosofia greca voleva liberare lo spirito dalla materia considerata come cattiva, il cristianesimo libera la stessa materia con la medesima speranza dell'umanità salvata.

Ma "se abbiamo lo stesso destino e viviamo nella stessa speranza per cui attendiamo con perseveranza", noi abbiamo un compito fondamentale: riempire questa attesa, aprire il cuore e aiutare il mondo al cambiamento nella preghiera. Ma noi non sappiamo pregare.

Le nostre invocazioni sono solo tentativi per fare aderire Dio ai nostri progetti. E allora lo Spirito viene in soccorso alla nostra debolezza e ci suggerisce quello che dobbiamo dire al Padre, poiché "lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili" (v 26). Pregare allora e accogliere la volontà di Dio, aprire il cuore alla sua luce, illuminati dallo Spirito che "scruta tutte le cose, anche le profondità di Dio" (1 Cor 2,10) e ci fa partecipe dei suoi misteri.

I pensieri del Signore sono incomprensibili alla mentalità di questo mondo e quindi sono definiti "gemiti ineffabili". Ma se ci orientiamo e ci mettiamo a disposizione dello Spirito, Egli ci educa ai pensieri di Dio e alla sua volontà e quindi ci conduce alla conversione del cuore.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 2, 1-11

Giovanni, con il miracolo di Cana posto all'inizio del suo Vangelo, per un verso sconcerta poiché, tra le tante fatiche e dolori che gli uomini vivono, Gesù incomincia i suoi segni, semplicemente, portando vino agli sposi in una festa di nozze di poveri. Tanto più che è il primo dei sette "segni" che Giovanni racconta tra i moltissimi che potrebbe raccontare (20,30) ed è, addirittura, posto ai vertici della gloria di Gesù: "Manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui" (2,11).

Per un altro verso suggerisce un significato teologico profondissimo: Gesù porta doni e rigenerazione al mondo.

Questo segno è posto alla fine di una settimana, al "settimo giorno", tenendo presente che Giovanni inizia tutto il suo Vangelo con "in principio" in perfetto parallelo con il richiamo dell'inizio del tempo della creazione (Gen 1) e le nozze di Cana corrispondono alla pienezza e al completamento della creazione (settimo giorno) e quindi al riposo di Dio.

Il testo di Giovanni si presenta carico di richiami, di storia biblica, di anticipazioni, di progetti, di novità, tanto più che il seguito di questo miracolo, nello stesso capitolo, è l'anticipazione di un gesto drammatico che tutti gli evangelisti raccontano alla fine della vita di Gesù e che Giovanni invece colloca qui, all'inizio come seguito delle nozze di Cana: e cioè la purificazione del tempio e il tentativo di Gesù di scacciare dal tempio i mercanti (Gv 2,13-22).

In questo caso Giovanni anticipa il significato del racconto del suo Vangelo: Gesù è il nuovo sposo che porta la gioia a coloro che incontra ed è colui che rigenera la religiosità del popolo, riconducendolo ad un rapporto coerente e fiducioso con Dio.

Il matrimonio, nella Scrittura, è preso a significato di un rapporto di alleanza profondo e totale che Dio ha con il suo popolo (Israele è la sposa). Gesù interviene a questo banchetto, ma manca il vino della gioia. Israele vive questo rapporto, preoccupato del rispetto cavilloso e angoscioso della legge: manca persino l'acqua perché le giare sono vuote. Le nozze di Cana rappresentano Israele deluso.

La madre di Gesù, Maria, non ricorre al capotavola, né ai capi religiosi che sono incapaci di organizzare una vera festa. Il ruolo della madre è ancora nel mondo dell'alleanza antica, ma ella riconosce il Messia, ripone in lui la speranza, fa presente la situazione, pur attraverso un atteggiamento che prende le distanze: "Non hanno più vino" e non "non abbiamo vino". Maria capisce che ci sono le grandi carenze di Israele e solo Gesù può porre rimedio.

Ricorre a Gesù. "Non è ancora l'ora", dice Gesù. L'ora di Gesù è la morte, il momento del capovolgimento totale, dell'amore pieno che cambia il mondo. Anche allora sarà presente "la donna" (19,25): Maria.

E se anche non è ancora giunta la sua ora, la fede di Maria, custode della fedeltà con Dio come la fede della sua futura comunità, è capace di costringerlo ad iniziare i segni nuovi di Dio.

Ora Maria invita a fare quello che Gesù comanda, Ella non sa il futuro, ma è disposta a seguire e a far seguire Gesù ovunque.

Le giare di pietra ricordano la legge, vuote come il vecchio patto; "per la purificazione.." indica che gli ebrei sono consapevoli della propria indegnità; e infine le giare sono 6, un numero imperfetto. Sarà Gesù a riempire di gioia, e mentre l'acqua scorre sul corpo, il vino entra nel corpo e dà pienezza e amore (il simbolo del vino nel Cantico dei Cantici: 1,2; 7,10; 8,2).

Gesù è presente, praticamente, alla fine della festa (le feste del matrimonio duravano 7 giorni) e regala una gran quantità di vino (500 o 600 litri).

Siamo solo all'inizio, ma Gesù si prepara ad annunciare la novità del Padre e quindi a passare da questo mondo al Padre (13,1), dando l'acqua nuova che zampilla per la vita eterna (4,14), che scaturisce dal suo costato (19,34) insieme al sangue: acqua della vita e sangue di amore.

La religiosità che Gesù vuole proporre, allora, è consapevolezza di speranza, è accoglienza coraggiosa, è attenzione ai bisogni veri delle persone, è coraggio di osare, è novità per tutti coloro che sono rassegnati e delusi. Ogni religiosità, anche la nostra, deve fare i conti con le nozze di Cana.

 

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