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TESTO Dio e la ricchezza: bastonata nr. 1

don Alberto Brignoli  

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (19/09/2010)

Vangelo: Lc 16,1-13 (forma breve: Lc 16,10-13) Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 16,1-13

In quel tempo, 1Gesù diceva ai suoi discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. 3L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. 4So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. 5Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. 6Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. 7Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. 8Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 9Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

10Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. 11Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? 12E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?

13Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Forma breve (Lc 16, 10-13):

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli: 10«Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. 11Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? 12E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?

13Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

In queste due domeniche, Luca ci attende con due parabole "di fuoco". E il "fuoco" è dato dal tema, sempre di tremenda attualità: la ricchezza. Che rapporto esiste tra l'uomo e la ricchezza, tra ciò che egli è e ciò che egli ha? E ancor di più: che rapporto c'è tra l'uomo credente e la ricchezza? Cosa pensa Dio, riguardo alle ricchezze?

Si apre qui una lunga serie di interrogativi i quali, a mio parere, trovano una risposta puntuale ed efficace nell'ultima frase del Vangelo di oggi: "Non potete servire Dio e la ricchezza". Ovvero, Dio e la ricchezza non possono stare contemporaneamente nel cuore dell'uomo; Dio e la ricchezza sono incompatibili.

Ma allora, come la mettiamo con buona parte dell'Antico Testamento e del sentire comune del popolo d'Israele, ancora abbastanza diffuso anche ai nostri giorni, secondo cui la ricchezza accumulata da un uomo durante la sua vita sarebbe segno della benedizione di Dio sull'opera delle sue mani? Perché Dio di colpo diventa intollerante e incompatibile con ciò che prima ha benedetto? Perché in un momento benedice la ricchezza e in un altro la maledice e ne prende le distanze?

Sembriamo di fronte ad una contraddizione, e di fatto lo è. Ma questo aspetto controverso riguardo la ricchezza non è da attribuire a Dio, ma alla ricchezza stessa, che in quanto tale è contraddittoria, controversa, ambigua, doppia, e quindi profondamente illusoria, falsa, o meglio - come ci dice Gesù oggi per ben due volte in pochi versetti - "disonesta".

Eppure il rapportarsi con essa può divenire occasione di approvazione da parte di Dio, quindi di benedizione, e perciò - in Cristo - di redenzione. In che modo il suo rapporto con la ricchezza, oggi, può essere per l'uomo motivo di redenzione? La parabola di oggi ci dà un tentativo di interpretazione. Va innanzitutto ribadito quello che ho appena affermato: non è la ricchezza in sé che può essere motivo di redenzione per l'uomo, bensì i rapporti che l'uomo instaura con essa e attraverso di essa.

La ricchezza in sé non ha nulla di buono: non da certezze, non offre - come invece vorrebbe far credere - sicurezze incrollabili: ricordate la parabola del ricco stolto, che confida nei suoi molti beni ma non può nulla di fronte a Dio che gli chiede in pochi istanti di rendere conto della propria esistenza? Confidare nella ricchezza come ciò che può dare felicità e sicurezza di fronte alle cose della vita è illusorio e quindi falso, perché della propria vita nemmeno l'uomo più ricco sulla faccia della terra può assolutamente disporre.

Ad un primo sguardo, può sembrare che attraverso questa parabola Gesù voglia lodare la disonestà: "Il padrone lodò quell'amministratore disonesto", come se pure qui funzionasse (come in altre parabole) l'equazione "padrone/signore = Dio". Il punto di vista di Dio non è quello del padrone né ancor meno quello dell'amministratore disonesto. Ciò che il Maestro vuole sottolineare attraverso questo esempio è il tentativo di riscatto che la ricchezza, una realtà di per sé non buona perché illusoria e falsa, ha la possibilità di compiere nella misura si preoccupa delle relazioni umane e le trasforma in giuste e oneste.

L'essere umano, così come ce lo presenta la Sacra Scrittura e non solo, vive fondamentalmente tre tipi di relazioni: con se stesso, con gli altri e con Dio. E ognuna di queste relazioni lo conduce ad una progressiva maturazione: la maturazione personale, la sua affermazione all'interno della società, il suo rapporto con l'Assoluto o con i valori della Trascendenza (noi parliamo di fede).

L'insegnamento di Gesù, soprattutto nel Vangelo di Luca, ci mostra a più riprese come la ricchezza non può assolutamente rappresentare un bene nella relazione con noi stessi e con Dio. Non può essere un bene per noi stessi proprio perché - come accennavo prima - ci offre solo delle illusioni riguardo alla stabilità del nostro futuro e soprattutto in relazione alla nostra esistenza: "Guardatevi da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni", era l'ammonimento di Gesù al capitolo 12 di Luca (12,16), come abbiamo letto nella Liturgia della prima domenica di agosto. Riguardo a Dio, poi, figuriamoci se la ricchezza può rappresentare un valore: nulla, men che meno i beni materiali, hanno alcun valore rispetto alla grandezza e alla preziosità di quel tesoro che è Dio o, per chi fa fatica a chiamarlo così, di quei tesori che sono i valori soprannaturali per i quali veramente vale la pena coltivare degli ideali e spendere la propria esistenza. E qui gli esempi nel Vangelo si sprecano: su tutti, la vicenda di quel tale (tradizionalmente lo definiamo il "giovane ricco") che cerca la perfezione e la strada verso la santità e la abbandona con rammarico nel momento in cui Gesù gli fa capire che seguire Dio come unico bene comportava per lui la rinuncia a tutti i suoi averi, considerati un nulla rispetto all'Assoluto (Lc 18,18-23). Per non parlare, appunto, dell'affermazione finale del Vangelo di oggi che rende incompatibili Dio e la ricchezza.

Ma ciò che è interessante è che nelle nostre relazioni con gli altri la ricchezza - secondo quanto oggi il vangelo ci propone - ha la possibilità di riscattare la propria innata disonestà e di divenire addirittura occasione di redenzione. Come? Non certo accumulando beni per sé, e nemmeno anteponendo i beni terreni al Bene Assoluto, ma creando rapporti profondamente umani, giusti e fiduciosi tra le persone attraverso il corretto uso e l'onesta ridistribuzione di ciò che per se stesso corretto e onesto non è.

L'amministratore disonesto, colto in fallo dal suo padrone perché ha approfittato delle ricchezze che gli erano state affidate per fondare su di esse la propria esistenza, dà una svolta al proprio atteggiamento smettendo di approfittare di quei beni (e potrebbe anche farlo: "Hai rubato fino ad ora, ruba finché puoi, o no?", ci verrebbe da consigliargli, umanamente parlando...) e facendo in modo non solo che gente strangolata dei debiti possa venirne alleviata, ma che in questo modo "qualcuno mi accolga nella sua casa", ovvero creando opportunità di reciproco aiuto e di fiducia tra lui e gli altri nel momento della necessità.

Una soluzione comoda e di interesse, ci viene da pensare: e infatti, il padrone non loda questa sua ulteriore disonestà, ma la scaltrezza con cui ha saputo dare una svolta alla propria vita tirando in ballo, in questo, il suo rapporto con la ricchezza, fino a quel momento alquanto assolutizzante e problematico.

Se allora il rapporto dell'uomo con la ricchezza si trasforma in un tentativo di creare relazioni eque e significative soprattutto attraverso una giusta ridistribuzione dei beni nei confronti di chi è soffocato dall'indigenza o da situazioni economiche insostenibili, la ricchezza stessa può divenire causa di riscatto e di redenzione per chi la sa ridimensionare e riesce a fare in modo che sia un bene accessibile a tutti.

Soprattutto, ridimensionare l'importanza della ricchezza significa evitare che essa si sostituisca a Dio e al nostro rapporto di fede e fiducia con lui. È quanto il profeta Amos sottolinea nella prima lettura, scagliandosi contro i ricchi del suo tempo che attendevano con ansia le celebrazioni e le ricorrenze religiose (e soprattutto la loro conclusione) per poter compiere i loro loschi e disonesti affari ("diminuiremo l'efa e aumenteremo il siclo usando bilance false" - cioè diminuivano la quantità di grano aumentandone il peso e perciò truffando - "per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali", facendo della schiavitù addirittura un motivo di vanto). E tutto questo, spesso, nell'atrio del tempio e forse anche in nome di Dio.

Al ricco piace spesso usare il nome di Dio per auto-benedirsi o per giustificarsi. Lo farà anche il ricco della parabola di domenica prossima, che invocherà l'intervento di Abramo per la propria salvezza e quella dei suoi familiari.

Ma Dio "non dimenticherà mai tutte le loro opere" e le loro disonestà. E se la parabola di oggi ci è parsa dura, prepariamoci, perché il giudizio duro di Luca sulla ricchezza deve ancora arrivare.

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