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TESTO La farina e l'olio

don Marco Pratesi  

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XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/11/2009)

Brano biblico: 1Re 17,10-16 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Mc 12,38-44

38Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

"Non ci sarà rugiada né pioggia in questi anni, se non alla mia parola" (17,1): sono parole di Elia al re Acab che, spinto dalla moglie Gezabele, ha organizzato in Israele il culto di Baal (="Signore"), Dio siro-fenicio e cananeo della tempesta e quindi della fertilità (cf. 16,32-33). Il senso del gesto di Elia è chiaro: vediamo chi ha davvero in mano la pioggia, la fertilità, la vita! Siamo dunque in tempo di siccità e carestia. Per mettersi al sicuro, Elia si rifugia presso il torrente Cherith (cf. 17,2-6), ma quando anch'esso secca, riceve l'ordine di andare fuori da Israele, in Fenicia: qui Dio ha dato disposizione per il suo sostentamento. A chi? A una vedova, che a malapena riesce a provvedere a sé e al figlio. Scelta singolare! La vedova, pagana, è invitata a un atto di fede nella parola del Signore (che evidentemente le è stata rivolta prima) e del suo profeta (che ora le chiede da mangiare e da bere). Deve pensare prima all'uomo di Dio e solo dopo a sé e al figlio. Mentre il popolo di Dio non si fida del suo Signore e si affida a déi stranieri, questa donna straniera si fida del Signore e rischia tutto sulla parola del profeta (in analogo senso universalistico Gesù richiamerà questo passo, provocando una reazione di rigetto, cf. Lc 4,25-26). L'atto di fede produce il suo effetto, ma notiamo: la vedova non si trova in casa una montagna di farina né un orcio traboccante d'olio. Le rimane sempre e solo quel pugno di farina e quel po' di olio, che però non si esauriscono. Ella - con lei il profeta - dipende momento per momento dalla provvidenza di Dio, senza potersi mai sentire garantita dal possesso di un'abbondante scorta.

L'idolatria produce sterilità, la fede vita, anche in situazioni difficili. Che cosa mi assicura la vita? A chi mi affido per sfuggire alla morte? Su questo si gioca la partita della vedova, di Elia, di Acab e di ogni uomo. Occorre imparare a fidarsi, a dipendere, non solo da Dio ma anche, in subordine a lui, dagli uomini. Esiste una dipendenza dagli uomini che è idolatria, ne esiste una che è fraternità. Se doveva operare un miracolo, Elia non avrebbe potuto provvedere da sé al proprio sostentamento? Ma gli uomini di Dio non fanno miracoli a proprio vantaggio. Egli deve dipendere dalla vedova e dal suo atto di fede e di amore. E per quale motivo Dio deve andare a chiedere aiuto proprio a una vedova nullatenente piuttosto che a un ricco? Ella deve imparare a fidarsi di Dio e della sua parola, di cui il profeta è portatore, dando così una severa lezione a Israele, che invece va a cercarsi Baal come protettore. La vera fecondità, la vitalità piena, si dà solo nel dono, che si esprime prima di tutto attraverso la fiducia accordata al Signore; e che si concretizza a sua volta nell'accettazione della dipendenza dagli altri come strumenti della cura di Dio, e nella disponibilità a essere di quella medesima cura strumento per gli altri.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano - EDB nel libro Stabile come il cielo.

 

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