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TESTO San Francesco, un santo di tutti

mons. Antonio Riboldi

XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (04/10/1998)

Vangelo: Lc 17,5-10 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

Visualizza Lc 17,5-10

In quel tempo, 5gli apostoli dissero al Signore: 6«Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.

7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? 8Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Quando il terremoto – esattamente un anno fa – colpì l'Umbria e le Marche, lasciando profonde ferite non solo sul territorio, ma sull'arte, alla notizia che anche la Basilica di S. Francesco in Assisi, con il Sacro Convento, ma provammo dolore, come se fosse stata colpita 'casa nostra'.

E' vero che il più profondo dolore è stata la sofferenza della gente che si vide letteralmente buttata sulla strada senza un domani certo. Ho avuto il dono di celebrare a Camerino l'anniversario del dolore con una solenne concelebrazione. Stupiva la fermezza della gente che non si era lasciata abbattere dalla prova, ma con tenacia metteva mano alla ricostruzione, pur sapendo che questa può aver tempi lunghi. E i tempi sarebbero davvero meno lunghi, se le istituzioni, a qualunque livello, non si perdessero in dispute a volte più alla ricerca dell'interesse di parte, che all'interesse di chi è oppresso dalla sofferenza. Il dolore e la speranza dell'uomo dovrebbe trovare il primo posto, come è nella parabola del buon Samaritano. Una sana politica si giudica dal 'partire dagli ultimi'.

Tanta gente forse a volte pensa che la 'sofferenza' dei comuni mortali non debba sfiorare i 'grandi Santi', quelli che sentiamo così vicini a Dio – e lo furono totalmente e concretamente già qui in terra, come S. Francesco di Assisi. Ma non è così. La sofferenza accompagna l'amore. Gesù accettò il sommo dolore della morte in croce, perché era il prezzo necessario chiesto dall'amore per noi.

Oggi guardiamo con più affetto ad Assisi e comprendiamo meglio S. Francesco che giunse a chiedere a Dio di provare lo stesso dolore e la stessa sofferenza che provò sulla croce. E Gesù gli concesse le stigmate.

Tutto questo è possibile solo da una totale disponibilità dell'uomo a farsi amare da Cristo, fino a viverNe la vita. S. Francesco capì, sempre alla luce della scelta di Dio, che se voleva veramente 'chiamarsi cristiano', ossia essere di Cristo, doveva conquistare la libertà da tutto quello che fino allora era stata la sua vita: una vita spensierata, concedendosi ai piaceri del suo tempo, non diverso dal nostro, magari professando una fede esteriore che nulla aveva a che fare con la vita con Cristo. E coraggiosamente si liberò di tutto, fino a quella scena di denudarsi davanti al padre, per poter finalmente non avere alcun padre, dalla paternità familiare, ad altre paternità che sono schiavitù vere e proprie, come il piacere, il danaro e via dicendo. E sposò sorella povertà. Una povertà integrale che è stupore sempre, non solo ma è la vera sfida a tutti i mali di tutti i tempi. Voleva assomigliare al Suo Signore, Gesù che per ricchezza aveva l'amore dal Padre e lo donava agli uomini.

Che libertà quella di Francesco! che stupenda povertà al servizio della carità! che esempio di vita che smaschera gli errori di tutti i tempi.

Noi a volte identifichiamo la disperazione con la sofferenza. Certo il dolore è le tante 'povertà dell'uomo', quelle che definimmo l'altra settimana 'la mappa della vergogna', non sono 'scelte di amore': quelle sono inaccettabili condanne dell'egoismo.

La povertà di Francesco è una scelta 'divina'. Conteneva tanta felicità che la cantava come nessuno ha mai saputo cantarla. Non solo, ma nella, sua gioia immensa, sapeva guardare agli uomini con la tenerezza con cui guarda Dio: guardava alla natura con lo stupore di chi conosce l'origine del dono di Dio e Lo lodava per tutto, chiamando fratello o sorella ogni cosa, compresa la morte.

Un Santo, Francesco, che oggi si pone come il modello da seguire e vivere. Francesco non accettò mai di essere 'uno che conta': neppure accettando il Sacerdozio, perché gli sembrava 'mettersi tra i maggiori'. Volle fermamente vivere come 'minore, tra 'minori', ossia i poveri veri che non hanno un soldo in tasca, non hanno una speranza terrena, non hanno alcun valore agli occhi degli uomini. Quelli che danno fastidio.

Davanti alla corsa al diventare 'primo', all'ambizione di 'contare qualcosa in questo mondo, generando infinite sofferenze, Francesco oggi è sempre, come Gesù, è davvero il 'Santo che conta' per tutti.

Viene voglia di fargli compagnia a volte, per coglierne la bellezza di vita, nella grotta della Verna, dove era solito fare le tante quaresime. Certo, dalla bocca di Francesco è facile cogliere la gioia di essere di Cristo. Ed un poco di questa gioia gliela chiediamo.

 

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