Vatti a fidare di un po' di fango negli occhi...

don Alberto Brignoli

IV Domenica di Quaresima - Laetare (Anno A) (19 marzo 2023)

Chi, come il sottoscritto, ha una certa familiarità con gli oculisti, sa bene che le gocce e le sostanze che gli vengono messe negli occhi prima e durante la visita, per quanto spesso diano fastidio o creino sensazioni strane (capita anche di vedere tutto sfuocato per qualche ora), sono comunque sostanze necessarie per poter fare una visita approfondita, senza corpi estranei che impediscano di vedere bene fino nel fondo dell'occhio. Il tutto, ovviamente, per arrivare a una diagnosi che sia la più approfondita possibile. Soprattutto, ci si fida del medico, perché diamo per scontato che sappia quello che sta facendo con uno dei nostri cinque sensi, forse il più nobile di tutti, insieme all'udito. Anzi, forse anche più dell'udito.

Perché non sentire è un dramma, certo, in quanto ti isola dal resto del mondo: e se nasci sordo, rischi anche di non essere in grado di parlare correttamente: ma grazie a Dio, una serie di linguaggi e di gesti ora anche convenzionalmente riconosciuti a livello universale - oltre che di strumenti tecnologici - ti permettono di comprendere e di capire ciò che viene detto, anche quando non senti. E questo, grazie agli occhi con i quali guardi il cosiddetto linguaggio dei segni, in Italia conosciuto come LIS.

Però, cavoli, la cecità è davvero terribile... è vero che, sei hai la grazia di sentirci bene, non rimani isolato dal resto del mondo; ed è altrettanto vero che l'invenzione di un linguaggio scritto da parte di Louis Braille a metà dell'Ottocento si è rivelata una benedizione per gli ipovedenti, che sono in grado, in questo modo, di leggere attraverso un tatto molto più sviluppato dei cosiddetti normodotati. Ma la cecità rimane un vero e proprio dramma, perché ti fa perdere la percezione della realtà che ti circonda nella sua natura. E la discussione su quale sia la peggior situazione, se nascere cieco o diventarlo nel corso della vita, è una discussione sterile, soprattutto per chi non vive alcuna delle due situazioni: come puoi dire se sia meglio aver visto qualcosa all'inizio della tua vita, cosicché le immagini rimangono registrate nella tua memoria, oppure essere sempre stati ciechi, evitando così la disperazione di aver perso qualcosa di fondamentale e di meraviglioso? Inutile stare a discutere: la cecità è davvero una situazione talmente inabilitante che chiunque vede, sia pure imperfettamente, non sa quanto debba ringraziare Dio e la vita per i doni che ogni giorno i nostri occhi ci permettono di contemplare, in maniera incommensurabilmente più grande degli orrori che anche siamo costretti a vedere, e dei quali faremmo veramente a meno.

Per chi non vede, credo ci sia una parola-chiave a cui potersi aggrappare per superare questa sua drammatica situazione: ed è la fiducia. La fiducia nelle persone che fanno da supporto e da guida per le persone ipovedenti; la fiducia nelle proprie straordinarie capacità sensoriali che portano molti non-vedenti a compiere imprese inimmaginabili anche per coloro che si ritengono normodotati; la fiducia - perché no? - nella scienza e nella medicina che nel corso degli anni hanno fatto, e ancora faranno, incredibili progressi per risolvere o quantomeno attenuare le difficoltà legate alla mancanza della vista. E qui, ci ricolleghiamo a quella fiducia di cui parlavamo all'inizio, quella che riponiamo nell'oculista quando ci visita e invade i nostri occhi con quelle sostanze che riteniamo sempre un po' fastidiose, quando ci vengono inoculate: diciamo che, rispetto ad altre dosi di fiducia che vediamo nelle persone ipovedenti, quella che ci viene richiesta quando facciamo una visita oculistica è proprio una banalità...

Ma oggi mi viene da pensare alla fiducia che deve aver avuto quel cieco nato che, un giorno, ebbe la fortuna di imbattersi in Gesù... probabilmente, all'inizio, non la vide come una fortuna, ma come una sventura! Per uno che non ci ha mai visto con gli occhi, ma che di sicuro deve averne viste - e sentite - di ogni tipo sulla propria vita, soprattutto a quei tempi, fidarsi di uno sconosciuto che gli butta del fango negli occhi dicendogli di andare a lavarsi alla fontana (come se fosse facile, per un cieco, raggiungerla...), dev'essere davvero stata un'impresa coraggiosa, se non addirittura un po' folle.

Ma del resto, era forse più allettante fidarsi di quel personaggio (ne conosceva solo il nome, Gesù... magari avrà sentito dire qualcosa di particolare su di lui) che non di tutti quelli che - dai discepoli dello stesso Gesù ai farisei responsabili della sinagoga - a suo riguardo sapevano solo disquisire sulle cause della sua cecità. Che ovviamente non poteva che essere un castigo di Dio; e che ovviamente non poteva che essere causato da una colpa; e che ovviamente questa colpa non poteva che ricadere o sul soggetto (ma era nato così, quindi forse non era colpa sua...) o sui suoi genitori, che certamente devono averlo concepito in maniera non conforme alla Legge, su questo non ci piove! Vatti a fidare di questi “giustizieri” - e ce ne sono ancora tanti, molti più di quanti crediamo, anche nelle nostre chiese - che attribuiscono sempre le disgrazie a un Dio che la fa pagare ai cattivi, e di fronte al quale bisogna avere paura, timore, soggezione e reverenza.

Chissà perché, invece, di questo Dio così “giusto” non bisogna mai avere fiducia... perché costa troppo, forse, ammettere che è misericordioso e pietoso verso chi soffre? È proprio così difficile fidarci di Dio, invece che avere paura di lui? È proprio così strano credere in un Dio che è Padre e ha cura di tutti i suoi figli, invece che puntare tutto su un Dio Padrone che elimina i servi malvagi colpendoli con disgrazie? È proprio così difficile riconoscere che il Signore è un pastore che ha cura di tutte le sue pecore, piuttosto che considerarlo come un giudice che condanna ed espelle dalla comunità chi non ragiona come lui (o meglio, come chi dice di essere suo rappresentante)? È proprio così difficile fidarci di un Dio che non guarda l'apparenza dell'uomo, ma guarda il suo cuore, al punto di scegliere come re d'Israele il più piccolo e il più gracile dei figli di un pastore di Betlemme?

Se è proprio così difficile avere fiducia di un Dio di tale fattezza, allora è anche difficile che possiamo essere risanati dalla peggiore delle cecità, che non è quella della vista, ma quella dell'anima: anche perché è arduo riconoscerla e doverla ammettere...